Home

Seneca - La tranquillità dell’anima – come affrontare il disagio di vivere. (prima Parte)

“Anche se non lo chiamavano stress, i contemporanei di Seneca, in un mondo percorso da trasformazioni profonde e alla ricerca di una nuova spiritualità, dovevano ben conoscere quell’ansia, quel disagio, quell’insoddisfazione che turbavano l’anima alla radice, anche senza ragioni precise. Il rimedio proposto da Seneca è una “atarassia” di segno positivo: non apatia o indifferenza del Cuore, ma accettazione del fatto che le passioni, come il dolore, sono una legge della natura umana, e quindi benevola comprensione di chi ne è vittima. E così, entro forme di convivenza basate sulla legge del più forte e sull’odio, il messaggio di Seneca prepara di fatto il terreno al seme del Cristianesimo”.

(dalla quarta di copertina del testo di Seneca, edito da Demetra s.r.l., prima ed., aprile 2000)

Sereno:

Meditando su me stesso, Seneca, ed ecco mi apparivano alcuni vizi, messi allo scoperto, tanto che potevo afferrarli con la mano: alcuni più nascosti e reconditi, altri non costanti, ma ricorrenti di quando in quando, che definirei addirittura i più insidiosi, come nemici sparpagliati e pronti ad attaccare al momento opportuno, con i quali non è ammessa nessuna delle due tattiche, star pronti come in guerra né tranquilli come in pace. Tuttavia ho da criticare soprattutto quell'atteggiamento in me (perché infatti non confessarlo proprio come a un medico?), vale a dire di non essermi liberato in tutta sincerità di quei difetti che temevo e odiavo e di non esserne tuttavia ancora schiavo; mi ritrovo in una condizione se è vero non pessima, pur tuttavia più che mai lamentevole e uggiosa: non sto né male né bene. Non devi dirmi che tutti i comportamenti virtuosi hanno esordi malfermi, e che col tempo essi guadagnano consolidamento e forza; non ignoro nemmeno che anche quelle attività che indirizzano i loro sforzi a guadagnare immagine, intendo le cariche pubbliche o la fama legata all'abilità oratoria e tutto ciò che punta sul favore della gente, si rafforzano con il tempo -sia quelle attività che forniscono vere forze sia quelle che per guadagnare favore si danno una qualche verniciatura artificiosa aspettano anni, finché a poco a poco la durata faccia assumere colore - ma io temo che la consuetudine, che consolida le cose, mi infigga più profondamente questo vizio nell'animo: la lunga frequentazione ingenera amore sia per i difetti che per le virtù. Quale sia la debolezza del mio animo in bilico tra i due comportamenti, incapace di inclinare con forza verso la retta via o verso quella sbagliata, non posso indicartela tutta insieme bensì per parti; ti dirò quel che mi accade, tu troverai un nome al mio male. Sono preda di un grandissimo amore per la parsimonia, lo confesso: mi piace un letto non preparato per l'ostentazione, una veste non tirata fuori dal forziere, non pressata da pesi e mille strumenti di tortura che la costringono a ostentare una bella piega, ma ordinaria e semplice, non di quelle che si conservano e si tirano fuori con ansia. Mi piace il cibo che non debbano elaborare e sorvegliare stuoli di servi, non ordinato molti giorni prima né servito dalle mani di molti, ma facile a reperirsi e semplice, un cibo che non ha nulla di ricercato o di prezioso, che non verrà a mancare da nessuna parte si vada, non oneroso per il patrimonio né per il corpo,tale da non uscire poi per la stessa via dalla quale è entrato Mi piacciono il servo alla buona e lo schiavetto rustico, l'argenteria massiccia ereditata dal padre contadino non firmata da artisti di grido, e una tavola che non si fa notare per la varietà delle venature e che non è famosa in città per il frequente susseguirsi di padroni eleganti, ma che sia improntata alla praticità, tale da non trattenere su di sé gli occhi di nessun commensale per il piacere né accenderli di invidia. Pienamente soddisfatto di queste cose, mi attanaglia l'animo il fasto di un collegio di valletti, schiavi vestiti e adorni d'oro con più cura che per una processione solenne e una schiera di servi tirati a lucido, e poi una casa preziosa anche là per dove si cammina e persino i soffitti splendenti di ricchezze sparse per ogni angolo e la folla che fa da seguito e compagnia a patrimoni che vanno in fumo; che dire di acque limpide fino al fondo tutto intorno alle stesse mense, di banchetti degni della loro messa in scena? Il lusso si riversa con uno splendore diffuso intorno a me che vengo dal lungo letargo della mia frugalità e mi risuona intorno da ogni parte: la vista un poco vacilla, contro il lusso levo più facilmente l'animo che gli occhi;me ne vado dunque non peggiore ma più triste, e non così a testa alta tra quelle mie povere cose e un assillo segreto mi prende e il dubbio che quelle altre possano davvero essere migliori. Nulla di queste cose mi cambia, e tuttavia non c'è nulla che non mi agiti. Sono deciso a seguire gli insegnamenti dei miei maestri e dedicarmi alla vita pubblica; voglio riportare onori e trionfi non certo perché attratto dalla porpora e dalle insegne del potere, ma per essere più sollecito e più utile agli amici, ai parenti e a tutti i concittadini,e insomma a tutti gli uomini. Seguo pronto Zenone, Cleante, Crisippo, dei quali nessuno fece carriera politica e tuttavia nessuno mancò di indirizzarci gli altri. Quando qualcosa colpisce il mio animo non avvezzo a essere urtato, quando mi si presenta qualche situazione spiacevole, come ce ne sono molte nella vita di ognuno, o di quelle che procedono poco agevolmente, oppure occupazioni di non gran conto mi richiedono troppo tempo, mi concedo del tempo per me e, come succede anche ai greggi stanchi, torno più velocemente verso casa. Mi piace chiudere la vita tra le sue pareti: Che nessuno ci porti via alcun giorno, dato che non potrà renderci nulla che sia degno di tanta perdita; l'animo stia con se stesso, si coltivi, non si dedichi a nulla di esterno, a nulla che attenda il giudizio di altri; si cerchi una tranquillità priva di tormenti pubblici e privati. Ma non appena una lettura più impegnativa mi innalza l'animo e nobili esempi fanno sentire il loro stimolo, mi piace corrermene nel foro, prestare ad uno la mia voce, a un altro il mio aiuto, che, se anche non sarà di alcuna utilità, tuttavia cercherà di esserlo, colpire l'arroganza di chi è ingiustamente insuperbito per il favore delle circostanze. Nella pratica degli studi ritengo,davvero, che sia meglio tener presenti attentamente i contenuti stessi e parlare per questi, per il resto affidare le parole ai contenuti, in modo tale che dove esse conducano, li segua, naturalmente, la parola: "Che bisogno c'è di creare opere destinate a durare nei secoli? Non vuoi tu cercare piuttosto che i posteri ti passino sotto silenzio! Sei nato per la morte, un funerale silenzioso crea meno fastidi. Così, scrivi qualcosa con semplicità per occupare il tempo ad uso personale, non perché si sappia in giro:occorre minor fatica a coloro che si applicano per l'oggi." Ma di nuovo quando l'animo si eleva per la grandezza delle cose che pensa, si fa ambizioso anche nella ricerca delle parole e cerca di respirare e di parlare con maggiore sostenutezza e il discorso che vien fuori si conforma alla grandezza dei concetti;allora, dimentico della regola o del mio gusto più misurato mi faccio trasportare più in alto o "parlo con bocca non più mia". Per non dilungarmi sui singoli aspetti, in tutte le occasioni mi accompagna questa incostanza di senno . Temo di scivolare giù a poco a poco o, cosa più preoccupante, di essere sempre in bilico come chi sta per cadere e che la situazione sia forse peggiore di quella che vedo io; infatti guardiamo con bonomia le cose che ci riguardano e la simpatia offusca sempre il giudizio. Penso che molti avrebbero potuto raggiungere la saggezza, se non avessero ritenuto di averla raggiunta, se non si fossero nascosti qualche loro manchevolezza, se non avessero sorvolato su qualcosa chiudendo gli occhi. Infatti non c'è ragione di credere che noi andiamo in rovina più per l'adulazione altrui che per la nostra. Chi è che ha mai osato dirsi la verità? Chi è che posto tra branchi di elogiatori e lusingatori non si è fatto tuttavia egli stesso grandissimo adulatore di Sé? Ti prego dunque, se hai un qualche rimedio con cui tu possa por fine a questo mio fluttuare, di ritenermi degno di dovere a te la mia tranquillità. Che non siano pericolosi questi moti dell'animo e che non portino con sé nessun vero sconvolgimento lo so; per esprimerti ciò di cui mi lamento con una similitudine appropriata, non sono tormentato da una tempesta,ma dal mal di mare: toglimi dunque questo malessere, quale che sia, e vieni in aiuto di un naufrago che ancora tribola già in vista della terraferma.

Seneca:

Mi vado chiedendo, perbacco, già da un po', Sereno, tra me e me, a che cosa potrei assimilare tale affezione dell'animo, e non saprei avvicinarla di più a nessun esempio che a quello di quanti, usciti da una malattia lunga e grave, di tanto in tanto sono colpiti da piccoli attacchi di febbre e da episodi di leggero malessere e, quando si sono ormai sottratti alle residue manifestazioni del male, tuttavia si fanno turbare da quelli che giudicano sintomi e, ormai guariti, tendono la mano ai medici e sovra interpretano ogni rialzo di temperatura. Di costoro, Sereno, non è poco sano il corpo, ma troppo poco si è abituato alla salute, così come è presente un qualche tremolio anche nella marina tranquilla, specie quando è uscita da una tempesta. C'è bisogno dunque non di quei provvedimenti più duri che ormai ci siamo lasciati alle spalle, cioè che a volte tu lotti con te stesso, altre monti in collera con te, altre ancora ti incalzi pesantemente, ma di quello che viene da ultimo, che tu abbia fiducia in te stesso e creda di procedere perla strada giusta, non facendotene assolutamente distogliere dalle orme incrociate dei molti che vagano in tutte le direzioni, di alcuni che sbandano proprio ai margini della strada. Quanto a ciò di cui senti la mancanza, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino a dio, il non essere turbato. Questa stabilità dell'animo, sulla quale c'è quel volume egregio di Democrito, i Greci la chiamano "euthymia", io la chiamo tranquillità; infatti non è necessario imitare e traslitterare un termine secondo la forma greca: lo stesso oggetto di cui si tratta va contrassegnato con un nome, che deve avere l'efficacia, non l'aspetto della dizione greca. Dunque noi ci chiediamo in che modo gli stati d'animo possano seguire un andamento sempre regolare e favorevole e l'animo sia propizio a se stesso e guardi con contentezza a ciò che lo concerne e non interrompa questa felicità, ma rimanga in uno stato di benessere, senza mai esaltarsi o deprimersi: questo costituirà la tranquillità. In che modo si possa pervenire ad essa cerchiamolo in generale: tu prenderai dalla medicina comune quanto vorrai. Frattanto va esposto alla vista di tutti il male nella sua interezza, e ciascuno potrà riconoscere la parte che è sua; tu capirai subito quanto minor imbarazzo costi a te il disprezzo di te stesso rispetto a quanti, legati a una professione di immagine e affaticati dal peso della loro alta dignità ufficiale, sono costretti a recitare una parte dal pudore più che dalla volontà. Tutti si trovano nella stessa condizione, sia quanti sono tormentati dall'incostanza e dal tedio e dal continuo mutamento dei propositi, ai quali sempre piace di più ciò che hanno lasciato, sia quelli che si lasciano marcire tra gli sbadigli. Aggiungi quelli che si agitano non diversamente da quanti hanno il sonno difficile e si mettono in questa o in quell'altra posizione finché non trovano pace per stanchezza: cambiando continuamente modo di vivere da ultimo si fermano in quello in cui li sorprende non il fastidio per i cambiamenti ma la vecchiaia restia ai rinnovamenti. Aggiungi anche quelli che sono poco duttili non per colpa della loro fermezza, ma per colpa della loro inerzia, e vivono non come vogliono, ma come hanno cominciato. Di qui innumerevoli sono le caratteristiche, ma uno solo l'effetto del male, l'essere scontenti di sé. Questo trae origine dall'incostanza dell'animo e da desideri timidi o poco fortunati, laddove gli uomini o non osano quanto vogliono o non lo ottengono e sono tutti protesi nella speranza; sono sempre instabili e mutevoli, il che è inevitabile succeda a chi sta con l'animo in sospeso. Tendono con ogni mezzo al soddisfacimento dei loro desideri, e si addestrano e si costringono a obiettivi disonorevoli ed ardui, e quando la loro fatica è priva di premio, li tormenta il disonore che non ha dato frutto, né si rammaricano di aver teso a obiettivi ingiusti, ma di averlo fatto invano. Allora li prende sia il pentimento di quello che hanno intrapreso sia il timore di intraprendere altro e s'insinua in loro quell'irrequietezza dell'animo che non trova vie d'uscita, poiché non possono né dominare i loro desideri né assecondarli, e l'irresolutezza di una vita che non riesce a realizzarsi e l'inerzia dell'animo che s'intorpidisce tra desideri frustrati. E tutto ciò risulta più grave, laddove per il disgusto di una vita infelice piena di impegni si sono rifugiati nell'ozio, nella vita privata, condizione che non può sopportare un animo teso all'impegno civile e desideroso di agire e per natura insofferente del quieto vivere, che si capisce trova in sé poco conforto; quindi, tolte di mezzo le distrazioni che di fatto offrono le occupazioni agli affaccendati, non sopportano la casa, la solitudine, le pareti domestiche, e non riescono a rassegnarsi a vedersi da soli con se stessi. Di qui quella noia e quel disgusto di sé, e l'irrequietezza dell'animo che non trova mai un dove, e la triste e penosa sopportazione del proprio ozio, soprattutto quando ci si vergogni di confessarne le cause e la vergogna ha spinto all’interno i tormenti: le passioni chiuse allo stretto e senza via d’uscita, si soffocano da sole. Di lì quello stato d'animo di quanti detestano il loro ozio, lamentano di non aver nulla da fare e la terribile invidia verso i successi altrui. Infatti l'inerzia infelice alimenta il livore; desiderano che tutti cadano in rovina, perché loro non hanno potuto progredire. Quindi da questo avversare i progressi altrui e dal disperare dei propri l'animo passa ad adirarsi contro la sorte e a lamentarsi dello spirito, dei tempi e a ritirarsi negli angoli e a covare la propria pena, mentre prova fastidio e disgusto di sé. Infatti per natura l'animo umano è attivo e portato al movimento. Gli è gradita ogni occasione di muoversi e distrarsi, più gradita a tutti i peggiori soggetti che volentieri si consumano nelle occupazioni; come certe ferite vogliono il contatto con le mani che pure recheranno loro dolore e godono a sentirlo, e la turpe scabbia prova piacere da qualunque cosa la esasperi, non diversamente direi che per queste menti, in cui le passioni sono esplose come una dolorosa ferita, sono motivo di piacere il travaglio e il tormento. Ci sono infatti cose che possono far piacere anche al nostro corpo recandogli un certo dolore, come voltarsi e girare il fianco non ancora stanco e rigirarsi continuamente ora in una posizione ora in un'altra, qual è quel famoso Achille descritto da Omero ora prono, ora supino, che assume varie posizioni: non sopportare nulla a lungo e ricorrere ai cambiamenti come a medicine. Per questo si intraprendono peregrinazioni in lungo e in largo e si attraversano lidi inospitali e ora per mare ora per terra fa prova di sé la loro incostanza sempre nemica del presente: "Ora andiamo in Campania." Subito i luoghi raffinati vengono a noia: "Si vada a vedere luoghi selvaggi, visitiamo le balze del Bruzio e della Lucania."Tuttavia in mezzo ai luoghi desolati si cerca qualcosa di piacevole, in cui gli occhi abituati al lusso possano trovar sollievo dal prolungato spettacolo di squallore dei luoghi aspri: "Rechiamoci a Taranto, al suo porto elogiato e al soggiorno invernale di un clima più mite e a una terra abbastanza ricca anche per la popolazione di un tempo." "Ormai volgiamo la rotta verso Roma": troppo a lungo le orecchie sono restate libere dagli applausi e dal chiasso, ormai fa piacere godere della vista del sangue umano. Si intraprende un viaggio dietro l'altro e si alternano spettacoli a spettacoli. Come dice Lucrezio, "in questo modo ciascuno fugge sempre se stesso." Ma a che gli serve, se non riesce a sfuggire se stesso? Ciascuno insegue e incalza se stesso come un compagno che lo opprime. Dunque dobbiamo sapere che non è dei luoghi la colpa per cui ci tormentiamo, ma nostra: siamo incapaci di tollerare tutto, non sopportiamo la fatica né il piacere né noi stessi né nessuna cosa troppo a lungo. Questo ha portato alcuni alla morte, il fatto che spesso cambiando propositi finivano per ritornare ai medesimi e non avevano lasciato spazio alla novità: la vita ed il mondo stesso cominciarono a nausearli e alla loro mente si presentò l’interrogativo proprio di chi marcisce in mezzo ai propri piaceri: “Sempre le stesse cose! Fino a quando durerà tutto questo?”.


 

Google Analytics Alternative