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Home Articoli Filosofando Seneca - La tranquillità dell’anima – come affrontare il disagio di vivere. (Terza Parte)

Seneca - La tranquillità dell’anima – come affrontare il disagio di vivere. (Terza Parte)

 

 

“Anche se non lo chiamavano stress, i contemporanei di Seneca, in un mondo percorso da trasformazioni profonde e alla ricerca di una nuova spiritualità, dovevano ben conoscere quell’ansia, quel disagio, quell’insoddisfazione che turbavano l’anima alla radice, anche senza ragioni precise. Il rimedio proposto da Seneca è una “atarassia” di segno positivo: non apatia o indifferenza del Cuore, ma accettazione del fatto che le passioni, come il dolore, sono una legge della natura umana, e quindi benevola comprensione di chi ne è vittima. E così, entro forme di convivenza basate sulla legge del più forte e sull’odio, il messaggio di Seneca prepara di fatto il terreno al seme del Cristianesimo”.

(dalla quarta di copertina del testo di Seneca, edito da Demetra s.r.l., prima ed., aprile 2000)

Seneca:

Puoi forse trovare una città più infelice di quanto lo fu quella degli Ateniesi, quando la dilaniavano i trenta tiranni? Avevano ucciso milletrecento cittadini, tutti i migliori, e non per questo si fermavano, ma era la stessa crudeltà che si fomentava da sola. Nella città in cui si trovava l'Areopago il più sacro dei tribunali, nella quale si trovavano un senato e un popolo simile al senato, si raccoglieva ogni giorno un tristo collegio di carnefici e la curia infelice si faceva stretta per i tiranni che la affollavano: avrebbe forse potuto vivere in tranquillità quella città in cui c'erano tanti tiranni quanti avrebbero potuto essere gli sgherri? Non si poteva presentare agli animi nemmeno un barlume di speranza di riacquistare la libertà,né si profilava spazio ad alcun rimedio contro tanta violenza di mali; da dove infatti recuperare tanti Armodii per la povera città? Eppure c'era Socrate e consolava i senatori affranti, esortava quanti disperavano della repubblica, ai ricchi che temevano a causa delle loro ricchezze rimproverava il tardivo pentimento di una cupidigia foriera di pericolo e a quanti erano desiderosi di imitarlo andava portando un grande esempio, col suo incedere libero fra i trenta dominatori. Tuttavia quest'uomo la stessa Atene lo uccise in carcere, e la Libertà non tollerò la libertà di colui che aveva sfidato la schiera compatta dei tiranni: sappi pure che anche in uno stato oppresso c'è la possibilità per un uomo saggio di manifestarsi, e in uno fiorente e felice regnano la sfrontatezza l'invidia e mille altri vizi che rendono inerti. Dunque,comunque si presenterà la repubblica, comunque lo permetterà la sorte,così o esplicheremo le nostre possibilità o le contrarremo, in ogni modo ci muoveremo e non ci intorpidiremo paralizzati nel timore. Anzi, sarà davvero un uomo colui che, mentre incombono pericoli da tutte le parti, mentre intorno fremono armi e catene, non infrangerà la virtù né la occulterà; nascondersi infatti non significa salvarsi. A buon diritto, a quel che penso, Curio Dentato diceva di preferire la morte alla vita: è l'estremo dei mali uscire dal novero dei vivi prima di morire. Ma, se ti sarai imbattuto in un periodo meno agevole della vita politica, dovrai fare in modo di rivendicare più spazio per l'ozio e gli studi letterari, e da dirigerti

immediatamente verso il porto non diversamente che in una navigazione pericolosa, non aspettando che sia la situazione ad allontanarti ma facendo in modo da separarti tu da essa, di tua volontà.

Dovremo poi osservare attentamente dapprima noi stessi, poi i compiti che intendiamo intraprendere, poi coloro per i quali o con i quali intendiamo farlo. Prima di tutto è necessario che uno valuti se stesso, perché a noi sembra di potere quasi più di quello che possiamo: uno cade in rovina per fiducia nell'eloquenza, un altro ha chiesto al suo patrimonio più di quanto potesse sostenere, un altro ha schiacciato il suo corpo debole con un compito gravoso. Il riserbo di alcuni poco si addice alla politica,che richiede sicurezza di atteggiamenti; la fierezza di altri non si confà alla vita di corte; alcuni non sanno governare la collera e una qualsiasi occasione di indignazione li trascina a parole temerarie; alcuni non sanno trattenere l'ironia e non si astengono da pericolose battute salaci: a tutti costoro la vita ritirata è più utile delle occupazioni pubbliche; una natura indomita e ribelle eviti le sollecitazioni di una franchezza destinata a nuocerle. In secondo luogo occorre valutare i compiti che intraprendiamo e confrontare le nostre forze con le imprese che vogliamo tentare. Infatti devono esserci sempre più forze nell'esecutore che nell'opera: è inevitabile che schiaccino i pesi che sono maggiori di chi li sostiene. Inoltre alcuni compiti non sono tanto pesanti in sé quanto fecondi e recano con sé molti altri compiti: sono da evitare anche questi, dai quali scaturirà un nuovo e multiforme impegno, e non bisogna accostarsi a un compito dal quale non sia facile ritirarsi; bisogna mettere mano a quelle faccende cui si può porre una fine o di cui si può almeno sperarla, tralasciare quelle che si spingono sempre più in là con l'azione e non finiscono là dove ci si era proposti.

BISOGNA COMUNQUE SCEGLIERE I DESTINATARI, SE SONO DEGNI CHE NOI DEDICHIAMO LORO UNA PARTE DELLA NOSTRA VITA, e se comprendono il sacrificio del nostro tempo; alcuni infatti ritengono che sia un beneficio per noi il servizio che rendiamo loro. Atenodoro dice che non andrebbe mai a cena da chi per questo non si sentisse per nulla in debito con lui. Comprendi ? E tanto meno egli si recherebbe da coloro che si sdebitano dei favori degli amici con un pranzo, che contano le portate come fossero donativi, quasi che fossero smodati in onore degli altri: togli a costoro testimoni e spettatori, non piacerà loro gozzovigliare in segretezza. Devi riflettere se la tua natura sia più adatta all'attività o a un ritiro dedito agli studi, e devi volgerti là dove ti condurranno le capacità del tuo ingegno: Isocrate portò via dal foro con le sue stesse mani Eforo,giudicandolo più idoneo a stilare memorie storiche. Infatti daranno cattiva risposta gli ingegni forzati; la fatica è vana, se la natura vi rilutta.

Nulla tuttavia delizierà tanto l'animo quanto un'amicizia fedele e dolce. Che bene prezioso è l'esistenza di cuori preparati ad accogliere in sicurezza ogni segreto, la cui coscienza tu debba temere meno della tua, le cui parole allevino l'ansia, il cui parere renda più facile una decisione, la cui contentezza dissipi la tristezza, la cui stessa vista faccia piacere! Questi li sceglieremo naturalmente liberi, per quanto sarà possibile, da passioni; infatti i vizi serpeggiano e si trasmettono a chiunque sia più vicino e nuocciono per contatto. Dunque, come in una pestilenza occorre badare a non sedersi accanto a chi è già stato aggredito ed è divorato dal male, perché ne trarremo pericolo e lo stesso respiro ci farà ammalare, così nello scegliere gli amici faremo in modo di prendere quelli il meno possibile contaminati: è l'inizio della malattia mescolare sano e malato. Né vorrei consigliarti di non seguire o attrarre a te nessuno che non sia saggio. Dove troverai infatti costui che cerchiamo da tante generazioni? Valga per ottimo il meno cattivo. Difficilmente avresti la possibilità di una scelta più felice, se tu cercassi i buoni tra i Platoni e i Senofonti e quella generazione di discepoli di Socrate, o se tu avessi la possibilità di scegliere nell'età catoniana, che vide numerosi uomini degni di nascere nella generazione di Catone (così come molti peggiori di quelli mai nati in nessun'altra e promotori dei più gravi crimini; infatti c'era bisogno dell'una e dell'altra schiera perché potesse essere compreso Catone: egli doveva avere sia i buoni da cui farsi approvare, sia i cattivi in mezzo ai quali far prova della sua forza):ora invece in tanta povertà di buoni la scelta deve essere meno selettiva. Tuttavia si evitino soprattutto quanti sono malcontenti e si lagnano di tutto, per i quali non c'è un solo motivo che non sia buono per lamentarsi. Se anche abbia fedeltà e benevolenza accertate, tuttavia è nemico della tranquillità un compagno profondamente turbato e che brontola per tutto.

 

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