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Seneca - La tranquillità dell’anima – come affrontare il disagio di vivere. (Quarta Parte)

 

 

“Anche se non lo chiamavano stress, i contemporanei di Seneca, in un mondo percorso da trasformazioni profonde e alla ricerca di una nuova spiritualità, dovevano ben conoscere quell’ansia, quel disagio, quell’insoddisfazione che turbavano l’anima alla radice, anche senza ragioni precise. Il rimedio proposto da Seneca è una “atarassia” di segno positivo: non apatia o indifferenza del Cuore, ma accettazione del fatto che le passioni, come il dolore, sono una legge della natura umana, e quindi benevola comprensione di chi ne è vittima. E così, entro forme di convivenza basate sulla legge del più forte e sull’odio, il messaggio di Seneca prepara di fatto il terreno al seme del Cristianesimo”.

(dalla quarta di copertina del testo di Seneca, edito da Demetra s.r.l., prima ed., aprile 2000)

Seneca:

Veniamo ai patrimoni, massimo motivo delle preoccupazioni umane; infatti, se confronti tutte gli altri mali per i quali ci angustiamo, morti, malattie, timori, rimpianti, sopportazione di dolori e fatiche,con quei mali che ci procura il nostro denaro, questa parte sarà molto più gravosa. Dunque, dobbiamo pensare quanto più lieve dolore sia non avere che perdere: e comprenderemo che la povertà ha tanto meno materia di sofferenze quanto minore ne ha di danni. Sei in errore infatti se ritieni che i ricchi sopportino le perdite con animo più saldo: il dolore di una ferita è uguale per i corpi più grandi e per quelli più piccoli. Bione disse con eleganza che farsi strappare i capelli non è meno doloroso per i calvi che per chi calvo non è. Puoi ritenere la stessa cosa per quanto riguarda i poveri e i ricchi, il loro tormento è uguale; ad entrambi infatti il loro denaro sta attaccato né può esser loro strappato senza che lo sentano. Inoltre è più sopportabile, come ho detto, e più facile non acquistare che perdere, e perciò vedrai più felici coloro che non sono mai stati favoriti dalla fortuna rispetto a chi è stato da questa abbandonato. Se ne avvide Diogene uomo di grande animo, e fece in modo che nulla potesse essergli tolto. Tu chiama questo povertà, miseria,indigenza, da' alla mancanza di preoccupazioni quel nome vergognoso che vorrai: cesserò di pensare che Diogene sia fortunato quando tu mi troverai un altro che non ha nulla da perdere. E’ una condizione da re, ne sono convinto, quella di essere il solo, in mezzo a tanta gente avida, a imbroglioni, banditi, rapinatore, al quale non si possa fare alcun danno. Se qualcuno mette in dubbio la felicità di Diogene, può allo stesso modo dubitare anche della condizione degli dei immortali, se vivano poco felicemente per il fatto che non hanno né poderi né giardini né campi resi preziosi dal lavoro di coloni mercenari né grandi proventi dall'usura. Non ti vergogni di ammutolire,chiunque tu sia, davanti alle ricchezze? Guarda dunque l'universo: vedrai gli dei nudi, che dispensano tutte le cose, non possedendone nessuna. Giudichi tu povero o simile agli dei immortali chi si è spogliato di tutti i beni legati alla sorte? Chiami forse più felice Demetrio Pompeiano, che non si vergognò di essere più ricco di Pompeo? A lui, per il quale già avrebbero dovuto costituire ricchezze due schiavi vicarie una cella un po' più grande, ogni giorno veniva rifatto l'elenco degli schiavi come a un generale quello delle truppe. A Diogene invece scappò via l'unico schiavo ed egli non ritenne cosa così importante riportarlo indietro, quando glielo ritrovarono. "sarebbe vergognoso" disse "che Mane possa vivere senza Diogene, e Diogene senza Mane non possa." Mi sembra che abbia detto: "Occupati dei fatti tuoi,fortuna, ormai da Diogene non c'è più nulla di tuo: mi è scappato lo schiavo?No, me son liberato io! " La servitù chiede il vestiario e il vitto, occorre prendersi cura di tanti ventri, di animali avidissimi, bisogna comprare la veste e sorvegliare mani rapacissime, e utilizzare i servigi di gente che piange e maledice: quanto più felice colui che non deve nulla a nessuno, se non a chi può rifiutare nel modo più facile, a se stesso ! Ma dal momento che non abbiamo tanta forza, almeno dobbiamo limitare i patrimoni, per esser meno esposti ai capricci della sorte. Sono più adatti alla guerra i corpi che possono rannicchiarsi al riparo delle loro armi di quelli sovrabbondanti e che la loro stessa grandezza ha esposto da ogni parte alle ferite: la migliore misura del denaro è quella che né precipita in povertà né si allontana molto dalla povertà. E a noi piacerà questa misura, se prima ci sarà piaciuta la parsimonia, senza la quale non ci sono ricchezze bastanti e con la quale invece tutte sono abbastanza estese tanto più che il rimedio è vicino e la stessa povertà può, chiamata in aiuto la frugalità, tramutarsi in ricchezza. Abituiamoci a rimuovere da noi lo sfarzo e a misurare l'utilità, non gli ornamenti delle cose. Il cibo domi la fame, le bevande la sete, il piacere sia libero di espandersi entro i limiti necessari; impariamo a sostenerci sulle nostre membra, ad atteggiare il modo di vivere e le abitudini alimentari non alle nuove mode, ma come suggeriscono le tradizioni; impariamo ad aumentare la continenza, a contenere il lusso, a moderare la sete di gloria, a mitigare l'irascibilità, a guardare la povertà con obiettività, a coltivare la frugalità; anche se molti se ne vergogneranno ad apprestare per i desideri naturali rimedi preparati con poco, a tenere come in catene le speranze smodate e l'animo che si protende verso il futuro, A FARE IN MODO DI CHIEDERE LA RICCHEZZA A NOI PIUTTOSTO CHE ALLA SORTE.

Tanta varietà e ingiustizia di accidenti non può mai essere allontanata così che molte tempeste non irrompano su chi dispiega vele ampie; bisogna restringere le nostre sostanze affinché gli strali della sorte cadano nel vuoto, e in questo modo talora gli esili e le calamità si sono mutati in rimedi e i danni più gravi sono stati sanati da quelli più lievi. Laddove l'animo dà poco ascolto ai consigli e non può essere curato in modo più dolce, non si provvede forse al suo bene, ricorrendo alla povertà e alla privazione degli onori e al rovescio di fortuna, opponendo male a male? Abituiamoci dunque a essere capaci di cenare senza una folla e ad adattarci a un numero minore di servi e a farci apprestare vesti per lo scopo per cui sono state inventate e ad abitare in spazi più ristretti. Non soltanto nelle corse e nelle gare del circo, ma in questi spazi della vita occorre serrare il giro. Anche la spesa più grandiosa per gli studi conserva un senso finché conserva una misura. A che scopo innumerevoli libri e biblioteche, il cui proprietario in tutta la sua vita a stento arriva a leggere per intero i cataloghi? La massa di libri grava sulle spalle di chi deve imparare, non lo istruisce, ed è molto meglio che tu ti affidi a pochi autori piuttosto che tu vada vagando attraverso molti.

Ad Alessandria andarono in fiamme quarantamila libri; altri loderebbe il magnifico monumento di opulenza regale, come Tito Livio, che ne parla come di un'opera insigne di stile e buona amministrazione dei re: non fu un fatto di stile o di buona amministrazione quello, ma un'esibizione di lusso per gli studi, anzi non per gli studi, dal momento che l'avevano apprestata non per lo studio ma per l'apparenza, così come per molti ignari anche di sillabari per l'infanzia i libri non rappresentano strumenti di studio ma ornamento delle sale da pranzo. PROCURIAMOCI I LIBRI PER SERVIRCENE, NON PER METTERLI IN MOSTRA.

"Più dignitosamente" dici tu "i soldi se ne andranno per questo che per bronzi di Corinto e quadri." Ciò che è troppo è sbagliato ovunque. Che motivo hai di giustificare un uomo che si procura librerie fatte di legno di cedro e di avorio, che va in cerca di raccolte di autori o ignoti o screditati e tra tante migliaia di libri sbadiglia, a cui dei suoi volumi piacciono soprattutto i frontespizi e i titoli? Dunque, a casa dei più pigri vedrai tutte le orazioni e le opere storiografiche che esistono, scaffali che arrivano fino al soffitto; ormai infatti tra i bagni e le terme si tiene lustra anche la biblioteca come un ornamento necessario della casa. E lo potrei giustificare, certo, se si sbagliasse per troppa passione per gli studi: ora codeste opere di sacri ingegni ricercate e suddivise con i loro ritratti vengono procurate per abbellire e decorare le pareti.

 

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