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Seneca - La tranquillità dell’anima – come affrontare il disagio di vivere. (Sesta Parte)

“Anche se non lo chiamavano stress, i contemporanei di Seneca, in un mondo percorso da trasformazioni profonde e alla ricerca di una nuova spiritualità, dovevano ben conoscere quell’ansia, quel disagio, quell’insoddisfazione che turbavano l’anima alla radice, anche senza ragioni precise. Il rimedio proposto da Seneca è una “atarassia” di segno positivo: non apatia o indifferenza del Cuore, ma accettazione del fatto che le passioni, come il dolore, sono una legge della natura umana, e quindi benevola comprensione di chi ne è vittima. E così, entro forme di convivenza basate sulla legge del più forte e sull’odio, il messaggio di Seneca prepara di fatto il terreno al seme del Cristianesimo”.

(dalla quarta di copertina del testo di Seneca, edito da Demetra s.r.l., prima ed., aprile 2000)

Seneca:

Principio derivante da questi sarà che bisogna evitare di tormentarsi in preoccupazioni superflue o che derivano dal superfluo, cioè o che non desideriamo le cose che non possiamo ottenere o che ottenuto quel che volevamo non comprendiamo troppo tardi dopo molta fatica la vanità dei nostri desideri, cioè che non sprechiamo fatica vana senza risultato o che il risultato non sia degno della fatica; infatti da queste cose per lo più scaturisce tristezza, se non c'è stato successo o se ci si vergogna del successo ottenuto. Bisogna limitare l'andare in giro di qua e di là, che è proprio di gran parte degli uomini che vagano per case, per teatri e per fori: si offrono di occuparsi degli affari degli altri, sembra che abbiano sempre qualcosa da fare. Se chiederai a qualcuno di questi mentre esce di casa: "Dove vai? che pensi?", ti risponderà: "Non lo so, per Ercole; ma vedrò qualcuno, farò qualcosa." Vanno vagando senza un proposito cercando occupazioni e non fanno le cose che avevano deciso ma quelle in cui si sono imbattuti; è insensata e vana la loro corsa, quale quella delle formiche che si arrampicano su per gli alberi,che vanno su fino alla cima e poi di nuovo giù in basso senza frutto: in modo simile a queste conducono la loro vita molte persone, per le quali non senza motivo qualcuno parlerebbe di inoperosità inquieta."

Commisererai alcuni quasi che stessero correndo verso un incendio: tanto spingono quelli che si parano loro davanti e travolgono sé e altri, mentre sono corsi o a salutare qualcuno che non ricambierà il loro saluto o a seguire il funerale di un uomo ignoto o al processo di uno che è spesso in contesa o alle nozze di una che si sposa spesso e, dopo aver seguito la lettiga, in alcuni luoghi l'hanno persino portata; quindi,tornando a casa con la loro stanchezza inutile, giurano che non sanno loro stessi perché sono usciti, dove siano stati, già pronti il giorno dopo a girovagare su quegli stessi passi. Dunque ogni fatica deve riferirsi a qualche scopo, deve riguardare qualche scopo. Non è l'operosità che li agita rendendoli inquieti,ma sono le false immagini delle cose che li agitano come pazzi; infatti nemmeno i pazzi si muovono senza una qualche speranza: li attrae l'aspetto di una cosa, la cui inconsistenza la mente, presa nel suo delirio, non è riuscita a cogliere. Allo stesso modo ognuno di costoro che escono senza scopo per ingrandire la folla viene condotto in giro qua e là da motivi futili; non avendo niente a cui applicarsi, il sorgere della luce lo caccia fuori e, dopo che, calcate invano le soglie di molti, ha salutato i nomenclatori,da molti lasciato fuori, a casa non si incontra con nessuno, tra tutti, con più difficoltà che con se stesso. Da questo male deriva quel vizio tristissimo, l'origliare e il curiosare tra gli affari pubblici e privati e il venire a conoscenza di molte cose che né si raccontano né si ascoltano senza rischi.

Credo che Democrito abbia iniziato così: "Chi intenderà vivere nella tranquillità non faccia molte cose né privatamente né pubblicamente" chiaramente riferendosi alle cose superflue. Infatti, se sono necessarie, si devono fare sia privatamente che pubblicamente non solo molte ma innumerevoli cose, ma laddove nessun compito importante ci spinga, va saputo contenere l'agire. Infatti chi fa molte cose spesso dà potere su di sé alla sorte, che è norma del tutto sicura sperimentare dirado, mentre per il resto occorre sempre riflettere su di essa e non ripromettersi nulla sulla sua affidabilità:"Navigherò, a meno che non capiti qualche incidente" e "Diventerò pretore, a meno che non si frapponga un qualche ostacolo" e "Mi riuscirà l'affare, a meno che non intervenga qualcosa". Questo è il motivo per cui diremmo che all'uomo saggio non accade niente di inaspettato: non lo abbiamo esentato dalle vicende umane, ma dagli errori, né a lui capitano tutte le cose come le ha volute, ma come le ha previste; il suo primo pensiero è che qualcosa possa opporsi come ostacolo ai suoi disegni. E’ naturale dunque che il dolore per una speranza delusa sia più lieve per chi non avesse messo in conto il successo.

Dobbiamo anche rendere noi stessi duttili, a non indulgere a un'eccessiva programmazione delle cose, a rivolgerci a quelle nelle quali ci avrà fatto imbattere il caso e a non temere né un cambiamento di programma né di condizione, a patto che non finiamo preda della volubilità, difetto nemicissimo della quiete interiore. Infatti se l’ostinazione reca con sè ansie e infelicità, poiché spesso la sorte gli strappa qualcosa, è molto più grave la volubilità che non sa contenersi in nessun luogo. L'uno e l'altro difetto sono nocivi per la tranquillità, non poter mutare nulla e non sopportare nulla. In ogni modo l'animo va richiamato da tutte le sollecitazioni esterne a se stesso: si AFFIDI A SE STESSO, GIOISCA DI SÉ, RIVOLGA LO SGUARDO A SE STESSO, SI RITIRI QUANTO PUÒ DALLE COSE DEGLI ALTRI E SIAPPLICHI A SÉ, NON PATISCA I DANNI, INTERPRETI FAVOREVOLMENTE ANCHE LE AVVERSITÀ.

Alla notizia del naufragio il nostro Zenone venendo a sapere che erano andati sommersi tutti i suoi averi, disse: "La fortuna mi impone di dedicarmi più agevolmente alla filosofia." Un tiranno minacciava di morte il filosofo Teodoro e per di più di negargli la sepoltura: questi gli disse: "Hai di che compiacerti con te stesso, è in tuo potere un mezzo litro di sangue; infatti per quanto riguarda la sepoltura, povero te se pensi che mi interessi l'imputridire sopra o sotto terra." Giulio Cano uomo tra i primi per grandezza,all'ammirazione del quale non si oppone neppure il fatto di essere nato nel nostro secolo, avendo a lungo discusso con Caligola, dopo che quel famoso Falaride gli disse, mentre se ne andava: "Perché per caso tu non ti faccia allettare da una vana speranza, ho dato ordine che tu sia accompagnato al supplizio," rispose: "Ti ringrazio, ottimo principe."

Non so che cosa abbia pensato; infatti mi vengono in mente molte ipotesi. Volle essere offensivo e mostrare quanto grande fosse la crudeltà in cui la morte rappresentava un beneficio? Oppure gli rimproverò la follia quotidiana? - infatti rendevano grazie sia coloro i cui figli erano stati uccisi, sia coloro i cui beni erano stati portati via. O accolse l'annuncio volentieri come se si trattasse della libertà? Qualsiasi sia la soluzione, diede una risposta coraggiosa. Qualcuno dirà: "Dopo questo, Gaio avrebbe potuto dare ordine che fosse lasciato in vita." Cano non ebbe paura di questo; era nota del resto la affidabilità di Caligola in ordini del genere. Credi forse che egli abbia trascorso i dieci giorni che mancavano al supplizio senza alcuna occupazione? Incredibile che cosa riuscì a dire quell'uomo, che cosa riuscì a fare, quanto tranquillamente sia vissuto. Giocava a dama, mentre il centurione che trascinava la schiera dei condannati a morte gli ordinò di seguirlo. Chiamato, contò i sassolini e al suo compagno disse: "Bada dopo la mia morte di non mentire, dicendo che hai vinto"; poi, facendo segno al centurione, disse: "Sarai testimone che vincevo io di una mossa." Pensi tu che Cano con quella scacchiera abbia davvero giocato? Si prese gioco del carnefice.

Erano tristi gli amici che sapevano di perdere un tale amico: "Perché siete tristi?" disse."Voi vi chiedete se le anime siano immortali: io lo saprò tra poco." E non smise di scrutare la verità nemmeno alla fine e di fare della sua morte un argomento di discussione. Lo accompagnava il suo filosofo e ormai non era lontano il tumulo sul quale tutti i giorni si svolgeva un sacrificio in onore del nostro dio Cesare: egli disse: "Che pensi ora, Cano? che intenzione hai?" "Mi sono proposto", disse Cano, "di osservare in quel momento fuggevole se l'animo avrà la sensazione di uscir fuori" e promise, se avesse sperimentato qualcosa, che avrebbe fatto il giro degli amici e avrebbe loro indicato quale fosse lo stato delle anime.

Ecco la tranquillità nel mezzo della tempesta, ecco l'animo degno dell'eternità, che chiama la sua morte a testimonianza del vero, che collocato su quell'ultimo fatale gradino interroga la sua anima mentre questa esce dal corpo e si mette a imparare non solo fino alla morte ma qualcosa anche dalla stessa morte: nessuno ha filosofato più a lungo.

Non dimenticheremo frettolosamente un grand'uomo e ne dovremo parlare con cura: ti consegneremo alla memoria di tutti i tempi, o uomo insigne, tu parte così importante della strage di Caligola!

 

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