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Seneca - La tranquillità dell’anima – come affrontare il disagio di vivere. (Ultima Parte)

“Anche se non lo chiamavano stress, i contemporanei di Seneca, in un mondo percorso da trasformazioni profonde e alla ricerca di una nuova spiritualità, dovevano ben conoscere quell’ansia, quel disagio, quell’insoddisfazione che turbavano l’anima alla radice, anche senza ragioni precise. Il rimedio proposto da Seneca è una “atarassia” di segno positivo: non apatia o indifferenza del Cuore, ma accettazione del fatto che le passioni, come il dolore, sono una legge della natura umana, e quindi benevola comprensione di chi ne è vittima. E così, entro forme di convivenza basate sulla legge del più forte e sull’odio, il messaggio di Seneca prepara di fatto il terreno al seme del Cristianesimo”.

(dalla quarta di copertina del testo di Seneca, edito da Demetra s.r.l., prima ed., aprile 2000)

Seneca:

Ma non giova per nulla rimuovere le cause del dolore privato; infatti ci prende talvolta l'odio per il genere umano, quando vediamo il numero enorme di delitti rimasti impuniti. Se pensiamo come la lealtà non si trovi (se non quando porta vantaggio), la rettitudine sconosciuta l’onestà inesistente; se pensiamo che la corruzione offre possibilità di guadagno tanto odioso quanto la perdita, che l'ambizione è così dilagante fino a tal punto che non si contiene nei suoi limiti e splende attraverso la disonestà, allora il nostro animo è spinto nella notte e come fossero stati sconvolti i valori, che né è lecito sperare né conviene avere, spuntano le tenebre.

A questo dunque dobbiamo rivolgerci, a che tutti i vizi della gente ci sembrino non odiosi ma ridicoli ed ad imitare piuttosto Democrito che Eraclito. Costui infatti, ogni volta che era stato in pubblico piangeva, quello invece rideva, a costui tutto ciò che venne fatto sembravano disgrazie, a quello sciocchezze. Occorre dunque saper sdrammatizzare ogni cosa e sopportarla con animo indulgente: è più degno di un uomo ridere della vita che piangerne. Aggiungi che sta più simpatico chi ride piuttosto che chi piange: quello lascia ad esso una qualche speranza, costui invece piange stoltamente delle cose che dispera possano essere corrette; e per chi contempla le cose nel loro insieme è di animo più forte chi non trattiene il riso di chi non trattiene le lacrime, dal momento che suscita un'emozione piacevolissima e in mezzo a tanto apparato non ritiene nulla grande, nulla serio, nemmeno misero. Ciascuno si ponga davanti agli occhi ad una ad una le cose per le quali siamo lieti e tristi e saprà che è vero ciò che disse Bione, ovvero che tutte le cose che riguardano gli uomini sono del tutto simili a inizi e che la loro vita non è più sacra o seria del loro concepimento, e che nati dal nulla sono ricondotti al nulla. Ma è meglio accettare le abitudini comuni e i difetti umani serenamente senza cadere né nel riso né nelle lacrime; infatti tormentarsi per le disgrazie altrui significa infelicità infinita, provar piacere delle disgrazie altrui un piacere disumano, così come quell'inutile atto di compassione che è piangere perché qualcuno porta a seppellire il figlio, e adattare a questa circostanza la propria espressione.

Anche nelle proprie disgrazie occorre comportarsi in modo da concedere al dolore solo quanto la natura richiede, non quanto le convenzioni dicono; molti infatti versano lacrime per ostentazione e hanno gli occhi asciutti ogni volta che manca il pubblico, poiché giudicano vergognoso non piangere quando lo fanno tutti: tanto profondamente si è consolidato questo vizio, quello di dipendere dall'opinione altrui, che diventa finzione anche un sentimento tra i più naturali, il dolore.

C’è poi qualcosa che non a torto suole rattristare e mettere in ansia. Laddove la sorte dei buoni è tragica, laddove Socrate viene costretto a morire in carcere, Rutilio a vivere in esilio, Pompeo e Cicerone a offrire il collo ai loro clienti, e proprio Catone, ritratto vivente della virtù, gettandosi sulla spada, a rendere chiaro il destino suo e della repubblica. E’ inevitabile tormentarsi per il fatto che la sorte paga compensi tanto iniqui; e allora che cosa potrebbe sperare ognuno per sé, vedendo che i migliori subiscono il peggio? Che significa dunque? Guarda come ciascuno di loro abbia saputo sopportare e, se furono forti; impara a rimpiangerli con il loro stesso animo, se morirono da deboli o da vili, nulla si è perduto con la loro morte: o sono degni della tua ammirazione per la loro virtù, o sono indegni di esser ricordati per la loro ignavia. Che c'è infatti di più vergognoso che se gli uomini più grandi morendo con coraggio rendessero gli altri più vili e deboli? Elogiamo chi è degno tante volte di lodi e diciamo: "Tanto più sei forte,tanto più sei felice! Sei scampato a ogni disgrazia, all'invidia, alla malattia; sei uscito di prigione; tu non sei apparso agli dei degno di una cattiva sorte, ma indegno di essere ormai soggetto a un qualche colpo della sorte." Bisogna invece costringere coloro che cercano di sottrarsi e in punto di morte si voltano a guardare la vita. Non piangerò nessuno che è lieto, nessuno che piange: quello mi ha terso di sua iniziativa le lacrime, questo con le sue lacrime si è reso indegno del mio compianto.

Dovrei piangere Ercole,per il fatto che viene bruciato vivo, o Regolo perché è trafitto da tanti chiodi, o Catone, perché ferisce le sue ferite? Tutti costoro trovarono col sacrificio di un breve spazio di tempo in che modo diventare eterni,e con la morte pervennero all'immortalità.

Fonte non trascurabile di inquietudini, è che tu ti affatichi a darti una posa e non ti mostri a nessuno nella tua schiettezza, così come fanno molti, la cui vita è finta e costruita per l'esibizione; infatti è fonte di tormento la continua osservazione di se stessi, e alimenta il timore di essere scoperti diversi da come si è soliti presentarsi. Né mai ci liberiamo dall'ansietà, se pensiamo di essere giudicati ogni volta che siamo guardati; infatti, da una parte accadono molte cose che contro la nostra volontà ci mettono a nudo, dall'altra, per quanto abbia successo tanta cura di sé, tuttavia non è piacevole o sicura una vita che si nasconde sempre sotto la maschera.

Al contrario, quanto piacere possiede quella schiettezza sincera e di per sé priva di ornamenti, che non si serve di nulla per coprire la propria indole!Tuttavia, anche questa vita va incontro al pericolo del disprezzo, se tutto è scoperto a tutti; ci sono infatti persone che provano fastidio per tutto ciò a cui si sono potute accostare troppo da vicino. Ma per la virtù non c'è il pericolo di avvilirsi se è posta sotto gli occhi ed è meglio essere disprezzati per la schiettezza che tormentati da una continua finzione.

Usiamo tuttavia misura nella cosa: c'è molta differenza tra il vivere con semplicità o con trascuratezza. Occorre sapersi ritirare molto anche in sé; infatti la frequentazione di persone dissimili turba il buon equilibrio raggiunto, rinnova le emozioni ed esaspera ciò che nell'animo è ancora debole e non pienamente guarito. Tuttavia queste condizioni vanno mescolate e alternate, la solitudine e la compagnia: quella genererà in noi nostalgia degli uomini, questa di noi stessi, e l'una sarà rimedio dell'altra; la solitudine guarirà l'insofferenza della folla, la folla la noia della solitudine. Nemmeno bisogna tenere la mente uniformemente nella stessa applicazione, ma occorre richiamarla agli svaghi. Socrate non si vergognava di giocare coi fanciulli, Catone rilassava col vino l'animo provato dalle fatiche politiche" e Scipione muoveva a tempo di musica quel corpo avvezzo ai trionfi e alle fatiche di guerra, non snervandosi in mollezze, come ora è abitudine di quanti ondeggiano persino nell'andatura superando la mollezza, ma come quegli antichi uomini erano soliti tra lo svago e i giorni di festa danzare in modo virile, non andando incontro a una perdita di dignità, anche qualora venissero guardati dai loro nemici.

Occorre concedere una pausa agli animi: riposati, rinasceranno migliori e più combattivi. Come non si deve forzare troppo con i campi fertili, perchè una produttività mai interrotta li esaurirà in fretta, cosi una fatica continua indebolirà gli slanci degli animi, e questi riacquisteranno le forze se per un po' avranno allentato la presa; con un po’ di rilassamento e di riposo, esso riprenderà vigore. L’affaticamento prolungato provoca stanchezza e la mente perde lucidità e obiettività.

D’altronde non vi sarebbe motivo di cotanta tensione degli uomini verso il rilassamento, se lo svago e il gioco non possedessero un certo naturale piacere; però il ricorso frequente a questi toglierà ogni gravità e ogni forza dagli animi; infatti, anche il sonno è necessario a ridare forze, tuttavia qualora tu lo continui giorno e notte, diventerà la morte. C'è molta differenza tra l'allentare una tensione e dissolverla del tutto ()

Bisogna essere indulgenti con l'animo e concedergli ripetutamente il riposo che funga da alimento e forze. Bisogna fare anche passeggiate all'aperto, affinché l'animo si arricchisca e si innalzi grazie all'apertura degli orizzonti e all'abbondanza di aria pura da inspirare; talvolta un viaggio o un cammino e il cambiare luoghi e le cene e le bevute più generose daranno energia. Talvolta è opportuno arrivare anche fino all'ebbrezza, non perché ci sommerga, ma perché abbia effetto tranquillante; infatti dissolve gli affanni e muove l'animo dal profondo e come cura alcune malattie così anche la tristezza, e non a caso l’inventore del vino è Libero, che non è detto così per la libertà di parola ma perché libera l'animo dalla schiavitù delle preoccupazioni e gli dà indipendenza e forza e lo rende più audace verso ogni impresa.

Ma nella libertà come nel vino è salutare la moderazione. Si crede che Solone e Arcesilao abbiano accondisceso al vino, a Catone fu rinfacciata l'ebbrezza: chiunque gliela rinfacci, potrà rendere più facilmente onesto un vizio che turpe Catone. Ma non bisogna farlo nemmeno spesso, in modo che l'animo non prenda una cattiva abitudine, e tuttavia talvolta occorre spingerlo all'esultanza e alla libertà, e la triste sobrietà va per un po' abbandonata. Infatti sia che diamo retta al poeta greco:" "Talvolta è piacevole anche fare follie", sia a Platone: "Invano chi è padrone di sé bussa alla porta della poesia", sia ad Aristotele: "Non ci fu nessun grande ingegno senza un pizzico di follia",non può esprimere qualcosa di grande e superiore agli altri se non una mente eccitata.

Una volta che ha disprezzato le cose usuali e comuni e per divina ispirazione si è elevata più in alto, allora infine suole cantare qualcosa di più grande delle capacità umane. Non può attingere qualcosa di sublime e di elevato finché rimane in sé:" è necessario si stacchi dal consueto e scarti verso l'alto e morda i freni e trascini il suo auriga e lo conduca là dove da solo avrebbe avuto paura di salire.

Tu hai, carissimo Sereno, i mezzi che possono difendere la tranquillità, che possono restituirla, che resistono ai mali striscianti; sappi tuttavia che nessuno di loro è sufficientemente efficace per coloro che salvaguardano una situazione di debolezza, a meno che una cura sollecita e assidua non circondi l'animo vacillante.

 


 

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