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SCIENZA E RISCHIO CLIMA


Editoriale LUXURYfiles - giugno 2007

Mentre sul web se ne dibatte da anni, il rischio clima è salito solo recentemente alla ribalta delle cronache nei media tradizionali e c’è da chiedersi se l’approccio spesso utilizzato da giornalisti, politici e scienziati, sia il più adatto ad interpretarlo correttamente.
Molte le opinioni sull’argomento, anche se in estrema sintesi si limitano a due: chi ammette il rischio climatico e chi lo nega. Ci sono certamente dei dati incontrovertibili, come lo scioglimento dei ghiacci a velocità superiori rispetto agli scorsi decenni, l’incremento di precipitazioni nel nord Europa ed il calo nei Paesi meridionali, la comparsa di tempeste tropicali in regioni dove non si erano mai viste. Elementi oggettivi che, tuttavia, non bastano a convincere chi non crede ad un futuro apocalittico. Ma anche tra quelli che ci credono, c’è chi non ne attribuisce le cause allo sfruttamento sconsiderato dell’ambiente, ma a trasformazioni della terra, che non è nuova a sconvolgimenti climatici profondi, o al progressivo riscaldamento dell’intero sistema solare.
Ci sono, poi, i negazionisti puri, per i quali la trasformazione climatica è inesistente o di scarsa rilevanza ma il cui spauracchio viene utilizzato per le mire egemoniche delle potenze dominanti, le quali non esitano a far leva sulla paura per perseguire i propri scopi; un utilizzo maltusiano del rischio climatico finalizzato ad esercitare un rigido controllo sulle popolazioni mondiali, in particolare sui Paesi in via di sviluppo, oggi sempre più affamati di energia.
Il fatto è che nessuna di queste ipotesi è oggi scientificamente incontrovertibile; non vi sono, in altri termini, modelli climatici in grado di dimostrare che, a fronte di un certo numero di variabili, avrà certamente luogo questa o quest’altra trasformazione.
Come affrontare allora il problema? Cosa pensare della scienza, dalla quale ci attendiamo – oracolo di Delfi dei tempi moderni – una risposta a tutte le nostre domande? Beh, forse non sarebbe male ripensare proprio il nostro atteggiamento fideistico nei suoi confronti.
Per spiegarmi meglio ricorrerò ad un esempio. Ricordate l’epidemia della cosiddetta ‘mucca pazza’, che ha causato, oltre a notevoli danni economici, anche perdite di vite umane? Ebbene, quel fenomeno ha apparentemente colto alla sprovvista gli scienziati ed i governi di tutto il mondo.
Eppure, oltre 50 anni prima del verificarsi di quell’epidemia, ci fu un pensatore – si badi bene, un pensatore, non uno scienziato – che aveva chiaramente indicato cosa sarebbe accaduto se si fossero alimentati gli erbivori con farine animali!
Scriveva infatti Rudolf Steiner – questo il nome del nostro, nel lontano 1923: “Che cosa avviene dunque se (il bovino) invece di piante mangia direttamente carne? Rimangono inutilizzate le forze che gli permettono di produrre carne! (…) Comunque le forze che in un corpo animale rimangono inutilizzate non possono andar perdute. li bovino è in definitiva ricolmo di tali forze ed esse producono in lui qualcos'altro che trasformare sostanza vegetale in carne. (…) Invece di produrre carne, si riempirebbero di ogni possibile sostanza dannosa. In particolare si riempirebbe di acido urico e di sali urici. I sali urici hanno però una loro strana abitudine. Hanno la debolezza di attaccare il sistema nervoso e il cervello. Se dunque un bovino mangiasse direttamente carne, la conseguenza sarebbe che produrrebbe un'enorme quantità di sali urici che andrebbero nel cervello e lo farebbero impazzire...”
Cosa possiamo trarre da questa notizia? Mi sembra chiaro, delle due l’una: o la ricerca non è stata in grado di giungere a quelle conclusioni – prima del verificarsi dell’epidemia - o ci è arrivata ma non ha messo adeguatamente in guardia sui rischi connessi con il nutrire i bovini con farine animali.
In entrambi i casi sarebbe lecito mettere in dubbio l’acritica fiducia che riserviamo alla scienza. Nel primo caso, infatti, sarebbe giustificabile qualche perplessità sull’affidabilità di un sapere incapace di giungere a delle conclusioni cui è arrivato un pensatore partito da un approccio non scientifico ma di puro pensiero. Nel secondo caso, se la scienza, cioè, ci fosse arrivata ma non l’avesse comunicato, la cosa sarebbe, se possibile, ancora peggiore; ci troveremmo allora di fronte alla manipolazione dei risultati della ricerca ad esclusivo beneficio del potere – economico o politico che sia.
Proviamo adesso ad applicare questo stesso ragionamento al rischio climatico.
Ebbene, se da una parte si è gestito per decenni l’allevamento intensivo degli animali senza il minimo rispetto per la natura, dando loro – erbivori – del nutrimento carneo solo per ottenere maggiori profitti, dall’altra si continua ad affrontare la gestione dell’energia e delle comunicazioni relative all’emergenza climatica dal solo punto di vista del tornaconto economico e politico, ancora una volta senza rispetto per l’equilibrio naturale - non di una singola specie animale questa volta - ma di tutta la terra. Questo atteggiamento, che potremmo senz’altro definire hybris, ha sicuramente tutte le carte in regola – viste le dimensioni - per provocare disastri di proporzioni ben superiori a quelle dell’epidemia della ‘mucca pazza’.
A questo punto viene da pensare che non siano tanto le teorie – come si è detto non verificabili con assoluta certezza – a fare la differenza, ma il modo in cui vengono utilizzate e manipolate da media, potere economico e politico, vale a dire nel più completo spregio dell’interesse della collettività, che viene regolarmente sviata e confusa proprio dalla diatriba delle diverse teorie.
Rimane il fatto che se da un lato è auspicabile un approccio olistico verso la terra, vista cioè come un organismo unico, con i suoi malanni ma anche con le sue capacità di rigenerazione, dall’altro è imprescindibile la nascita - dalle Nazioni fino all’ultimo degli abitanti di questo pianeta - di una coscienza civile rivolta all’uso delle energie rinnovabili.

SCIENCE AND CLIMATE RISK

While the debate has been raging on the internet for years, climate risk has only recently grabbed the headlines of the traditional media. It’s worth asking oneself if the approach used by journalists, politicians and scientists is the most suitable in trying to decipher the issue.
There are many opinions on the matter, though in a nutshell, there are really only two: those who recognize the risks provoked by climate change and those who deny them. There are certainly some incontrovertible facts, such as ice caps melting at a higher rate than in past decades, the increase in downfalls in Northern Europe while on the other hand they are decreasing in the South, and the appearance of tropical storms in regions of the world where they had never occurred before. These are objective elements, which nonetheless are not sufficient to convince those who don’t envisage an apocalyptic future. But even among those who acknowledge one, some don’t believe its causes can be traced back to the reckless exploitation of the environment. They believe the changes are down to alterations within the Earth itself, never a stranger to profound climatic changes, or the progressive increase in temperature of the entire solar system.
Furthermore, there are those who are in denial, people for whom climatic transformation is non-existent or barely relevant. However, they may belong to dominant powers that use its bogeyman for purely hegemonic aims. They don’t hesitate to feed off of fear to satisfy their ambitions, a Malthusian use of climatic risk finalized to exercise a rigid control of world populations – especially those in developing countries, presently more deprived of energy than ever.
The fact is, even today none of these theories is scientifically irrefutable. In other words, there are no climatic models that can serve as constants compared to which a certain number of variables will definitely bring about this or that change. How to face this problem? What must we think of science, from which we expect an answer to each and every question, as if it were an oracle of Delphi for our times? Well, maybe it wouldn’t be such a bad idea to rethink our dogmatic attitudes in its regard.
In order to better explain what I mean, I’ll need an example. Remember the epidemic of the so-called “mad cow” disease? Besides considerable economic damages, it has also brought about a loss of human lives. Well, that phenomenon has apparently caught scientists unawares, as well as all the world governments. And yet, over 50 years before the epidemic took place, a thinker – I stress this, a thinker, not a scientist – had clearly indicated what would have happened if herbivores had been fed with animal flours!
Rudolf Steiner – this was the name of the thinker – had written, back in remote 1923: “What happens, then, if the bovine eats meat instead of vegetable matter? The energy that allows it to produce its own meat will remain unused! (…) However, the strengths that remain unused within an animal cannot be lost. The bovine is thus filled with such strength, that they produce within them something else that will turn the vegetable matter into meat. (…) Instead of producing meat, they will fill themselves with every possible damaging substance. In particular they would be filled with uric acid and uric salts. Uric salts, however, have a strange habit all of their own. They have the inclination to attack the nervous system and brain. If a bovine were to therefore eat meat, the consequences would be that it would produce an enormous amount of uric salts. There would affect its brain directly and make it go mad…”
What can we take from this piece of news? It seems clear: either scientific research was not able to forsee the epidemic, or it has reached us without adequately putting us on guard about the risks connected with feeding bovines animal flours. In both cases it would be legitimate to question the blind trust we reserve for science. In the first case it would in fact make sense to query the reliability of a method incapable of arriving to conclusions that a thinker has reached, using an approach that isn’t scientific, but of thought. In the second case, if in other words science had arrived to this conclusion but hadn’t made its discoveries known, the whole scenario would be, if possible, even worse. We would be facing a case of manipulation of research results for the exclusive benefit of power – whether economic or political.
Let’s now try and apply this same argument to climatic risk.
Well, on one hand the intensive farming of animals has been managed without the slightest bit of respect for nature, feeding herbivores a meat-based diet for the sake of gaining ever higher profits. On the other hand, we continue to administer energy sources and communication relating to the climatic emergency only from the point of view of an economic and political self-interest, once again without any respect for the natural balance of things. This time, though, the matter isn’t just in the interest of one animal species, but the entire planet. This attitude, which could safely be defined as hybris, certainly has all the right credentials – considering the magnitude – to provoke a disaster of proportions far greater than those of the “mad cow” epidemic. At this point the notion arises that the difference doesn’t reside so much in the opposing theories – as we’ve seen, neither is verifiable with absolute certainty. Rather, it’s in the way that these theories are used and manipulated by the media, for economic and political power. That is, the most absolute indifference towards the benefit of the world community, which is regularly taken off track and confused precisely by means of the diatribe between opposing theories. The fact remains that it’s worth striving for a holistic approach to managing the Earth, one conceiving the planet as one whole organism, suffering from its ills but also with an ability to regenerate itself. On the other hand, above and beyond everything else, the birth of a social conscience in every nation, up to their very last inhabitant, is essential – a conscience aiming towards the usage of renewable sources of energy.

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