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PETROLIO E MEDIA

Editoriale LUXURYfiles - giugno 2008

Il prezzo del petrolio prosegue la sua corsa mentre i media continuano a non affrontare la questione in modo serio e responsabile, confermando il lecito sospetto di piaggeria e servilismo nei confronti delle lobby dei petrolieri. Come andrebbe affrontato il problema, vi chiederete voi. Beh, in maniera in primo luogo scientifica e poi veritiera. Perché in realtà in tutta questa faccenda vi sono delle realtà incontrovertibili da cui derivano conseguenze altrettanto incontrovertibili e dalle implicazioni future drammatiche, che non vengono affatto evidenziate dai media, anzi…

La prima è il dato di fatto che è stato già raggiunto - e probabilmente superato in questi ultimi due o tre anni - il picco massimo di produzione del petrolio sul nostro pianeta. Ciò significa che non si potrà mai più estrarre la stessa quantità di petrolio che si è estratta negli ultimi anni. Ciò fu anticipato ampiamente da vari scienziati, la cui voce fu naturalmente clamans in deserto. Ricorderemo solo il professor Hubbert che già nel 1956 dimostrò l’andamento della produzione petrolifera (curva di Hubbert) mettendo in guardia dagli effetti disastrosi che sarebbero scaturiti per la nostra civiltà da una indisponibilità alle quantità enormi di petrolio necessarie per il proseguimento del nostro attuale tenore di vita. Non vale la pena neppure notare che il povero Hubbert fu ridicolizzato, bandito dal su entourage culturale e scientifico, né dopo la sua morte, avvenuta nel 1989, ci fu chi si preoccupò di ricordare che le sue previsioni si erano puntualmente avverate dagli anni settanta del secolo scorso il poi. Stesso discorso si potrebbe fare oggi per Colin Campbell, forse il massimo esperto petrolifero vivente, che ha dimostrato, nel 1998, con il suo libro “The end of cheap oil” che il prezzo del petrolio, da questo momento in poi, non potrà che salire proprio a causa della sempre minore quantità estratta.

La seconda realtà incontestabile è costituita dalla sempre maggiore richiesta di light sweet crude oil, come viene definito il petrolio dagli addetti ai lavori, da parte dei paesi emergenti, come Cina ed India, che stanno costruendo, proprio grazie ad esso, la propria struttura industriale ed implementando la crescita sociale delle proprie popolazioni.

La terza è invece un tantino più complessa, facendo riferimento agli enormi investimenti che i paesi petroliferi, ed in particolare quelli arabi, hanno fatto negli USA grazie agli smisurati proventi del petrolio. Basti pensare che gli investimenti fatti solo dai sauditi negli USA sfiorano il 10% del PIL degli interi Stati Uniti; stiamo parlando di qualcosa come mille miliardi di dollari. Se colleghiamo questo fatto alla attuale debolezza del dollaro ed al crescente malcontento di molti paesi che vorrebbero pagare il petrolio in euro, abbiamo un quadro piuttosto completo della situazione che ci si prospetta.

Per sintetizzare: di petrolio ce ne sarà in futuro sempre meno (non si trovano più giacimenti di rilievo da diversi anni, nonostante oltre 2000 trivellazioni e si dovrà ‘raschiare il fondo’ di quelli meno convenienti), mentre la richiesta crescerà sempre di più. Pertanto i prezzi sono destinati a salire senza mai più scendere; non è lontano il momento in cui un barile raggiungerà i 200/250 dollari. Il costo per il sistema industriale di una simile situazione sarà altissimo, coinvolgendo le borse di tutto il mondo in un serio rischio di default. L’emergenza energetica del 1973, che volatilizzò bilioni di dollari di capitalizzazione borsistica fu in realtà solo una questione politica, in cui i rubinetti dell’oro nero vennero chiusi volontariamente, mentre la situazione attuale è strutturale, vele a dire che dai rubinetti non viene più il petrolio necessario allo sviluppo mondiale. Ora, se aggiungiamo a tutto ciò il problema dello strettissimo legame tra economia americana, dollaro, petrolio e Arabia Saudita, per via di quanto abbiamo accennato sopra, ci rendiamo facilmente conto che da questa situazione non si può uscire con facili speranze o con la sistematica falsificazione della realtà operata dalla maggior parte dei media, molti de quali ormai al servizio delle multinazionali. Se Ezra Pound scriveva “i politici sono solo i servitori dei banchieri” potremmo a maggior ragione oggi annoverare in questa categoria anche buona parte dei mezzi di informazione che continuano a mantenere le popolazioni mondiali nella più totale ignoranza della reale oggettività dei fatti.

Mantenere le persone all’oscuro di quanto accadrà, si badi bene, non di quanto ‘potrebbe accadere’, si traduce nel privarle della possibilità di reagire preparandosi ad affrontare in modo razionale gli eventi macroeconomici che non possiamo non aspettarci nei prossimi anni e che influenzeranno nettamente i nostri stili di vita.

OIL AND THE MEDIA

The price of oil continues its race while the media still refuses to deal with the matter in a serious and responsible manner, confirming a justified suspicion of subordination and servility towards the oil barons lobby. How should the matter be dealt with, you might ask yourselves. Well, first of all, in a realistic and scientific manner. As it happens there are some incontrovertible truths in this whole matter, producing consequences that are just as incontrovertible, as well as dramatic implications for the future, all of which are anything but highlighted by the media.

The first point is the fact that oil production on our planet has reached its highest peak, a peak which has probably also been surpassed in the last two or three years. It means that the same amount of oil extracted in the last few years cannot be equaled ever again. This had been widely predicted by scientists, their message naturally a lone voice in a desert of indifference. Here’s a reminder that already in 1956, Professor Hubbert showed the trend in oil production (Hubbert’s peak), warning us about the disastrous effects for our civilization resulting from the lack of those huge amounts of oil that are crucial to our contemporary living standards. It goes without saying that poor Hubbert was ridiculed, banished from his cultural and scientific entourage and, after his death in 1989, no one cared to point out that what he had predicted was confirmed by the facts without delay, from the seventies on. The same could be said today of Colin Campbell, perhaps the greatest living expert on oil who argued in his 1998 book “The end of cheap oil”, that the price of oil from this moment on would only increase precisely because less of it was being extracted.

The second irrefutable fact is the increase in demand for light sweet crude oil, as petroleum is known to insiders, by the nascent powers such as China and India, which are building up their industrial networks and nurturing their populations’ social growth thanks to oil.

The third fact is a little more complex, and refers to the enormous investments that the oil nations, especially the Middle Eastern ones, have made in the USA thanks to the huge proceeds of oil. It would be enough to consider that the investments made even just by the Saudis in America make up to 10% of the United States’ entire GDP. We’re talking about something like one thousand billion dollars. If we make a connection between this fact and the current weakness of the dollar, as well as the increasing malcontent of countries wishing to pay for oil in Euros, we have a somewhat complete picture of the grim situation we are likely to face.

In a nutshell: there will be less oil in the future (no substantial oil fields have been discovered for years, despite over 2,000 drillings, thus the “bottom” of the less relevant ones will have to be scraped). Meanwhile, demand will grow more and more. Furthermore, prices are destined to shoot up and stay that way. The day that one oil drum will cost 200/250 dollars is not so remote anymore. In such a state of affairs, the price that the industrial system will have to pay is too steep, involving the international Stock Exchange by default in a serious risk. The energetic emergency of 1973, which made billions of dollars of Stock Exchange capitalization literally disappear, was in actual fact only a political matter, in which the taps of black gold were voluntarily shut off. On the other hand the current situation is structural, that is to say nothing drips from those taps anymore, no oil that’s so vital to world development. Now, if we add to all this the problem of the close link between the American economy, the dollar, oil and Saudi Arabia, we can easily see that there won’t be any easy solutions to the problem. The systematic falsification of reality practiced by the vast majority of the media, many of which are now at the beck and call of multinational companies, makes matters even worse. If Ezra Pound wrote that “politicians are the servants of bankers”, we have even more reason to number among this category a good portion of the media, which continue to keep the world population in a complete state of ignorance about the objective state of facts.

It’s worth reflecting on the fact that keeping people in the dark about what will happen, rather than what might happen, translates into preventing them from the possibility of reacting, to prepare themselves to deal with the matter in a rational manner, considering these macroscopic events will radically influence our lifestyles in the near future.

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