Home

3. MahaBharata - Vana Parva

VANA PARVA

47
Nella foresta di Kamyaka

La notizia del drammatico avvenimento di Jayanta si diffuse in un baleno per tutta Hastinapura. Dalle case e dai luoghi pubblici la gente cominciò a riversarsi per le strade.

  A poco a poco si formò una folla sterminata che vociando e condannando il re empio, si diresse verso la porta meridionale della città, in direzione del Gange, ove erano diretti i Pandava. Scorti i cinque fratelli tutti cominciarono a inneggiare alla loro rettitudine.

  "Duryodhana ha voluto mandarvi nella foresta," dicevano, "e noi vi seguiremo, così creeremo una vera e propria città nella foresta, spopolando Hastinapura. Permettetici di venire con voi."

  E Yudhisthira parlò loro.

  "Vi ringrazio di queste dimostrazioni di affetto, ma non potete venire con noi. Nel luogo in cui andremo a vivere non ci sarà cibo sufficiente per tutti, nè potremo permetterci comodità di alcun tipo. E non preoccupatevi. Noi ora siamo costretti a recarci nelle foreste perchè siamo legati dal debito del gioco, ma fra tredici anni torneremo e stabiliremo ciò che è giusto."

  Dopo diverso tempo la folla, a malincuore, si disperse, ma i fratelli non rimasero da soli: oltre al loro maestro Dhaumya, molti brahmana e amici fedeli non avevano accettato la proposta di tornare nelle loro case ed erano determinati a seguire i Pandava ovunque andassero.

  Giunti al grande fiume santificato dal contatto della testa di Shiva, il gruppo si ristorò, bevendone l'acqua fresca e santa. Passarono la prima notte di esilio sotto gli alberi.

  Il mattino seguente Yudhisthira, preoccupato per quegli amici che avevano dormito all'aperto, in condizioni disagevoli, cercò di convincerli a ritornare alle loro case.

  "Cari amici, voi sapete quanto la vostra compagnia mi sia cara, e quanto nei prossimi anni io avrò bisogno di parlare e ascoltare di argomenti che trattino di Brahman, la Realtà Spirituale, di cui tutti voi siete esperti. Ma la vita sarà dura, e io non voglio vedervi soffrire a causa mia. Vi prego, tornate ad Hastina-pura."

  Ma essi rifiutarono.

  "Non preoccuparti, Yudhisthira," gli risposero. "Siamo pronti ad affrontare qualsiasi sacrificio pur di stare in vostra compagnia. Non accetteremmo mai di vivere in un regno governato dalla perfidia personificata. Sapremo trovare il sostentamento per le nostre vite."

  Nonostante quelle rassicurazioni, Yudhisthira si sentiva in ansia: il suo primo dovere di kshatriya era quello di provvedere ai bisogni dei brahmana, e come avrebbe potuto farlo nella foresta?
  In privato ne parlò a Dhaumya.

  "Tutto cresce per la grazia e l'energia del sole," rispose il guru, "per cui in ultima analisi è Vivashvan che in questo mondo provvede ai nostri bisogni. Ora, giacchè è da lui che dipende il sostentamento di miliardi di esseri viventi, non credi che non abbia problemi a procurare di che vivere a poche decine di persone? Ti insegnerò delle meditazioni grazie alle quali potrai parlare direttamente con lui e chiedergli aiuto."

  Nei mesi che seguirono, il figlio di Dharma praticò delle severe ascesi e alla fine Surya, il deva che predomina sul pianeta solare e che svolge tali funzione grazie alle attività pie compiute nel corso di numerose vite, discese sulla Terra.

  "Io so cosa ti preoccupa," disse, "e ciò è degno di te perchè è indice di virtù. Un re deve sempre pensare prima al sostentamento e al benessere degli altri e poi a sè stesso. Ecco, io ti dò questa pentola di rame che produrrà per dodici anni tanto cibo quanto ne necessiti. Ma fa attenzione perchè ciò accadrà una sola volta al giorno e appena Draupadi avrà mangiato, la pentola si esaurirà fino al giorno seguente. Dunque fa in modo che sia sempre tua moglie a servire e che consumi il pasto solo dopo che voi avrete finito."

  Così, risolto il problema più impellente e felice di non doversi privare della compagnia di tanti saggi brahmana, Yudhisthira cominciò a trascorrere le giornate discutendo di complesse problematiche filosofiche e delle attività trascendentali del Signore e dei Suoi intimi associati.

  In quei giorni si diressero verso la foresta di Kamyaka. Lì rimasero per un pò di tempo.

  Nel frattempo, nella sua sfarzosa reggia, avendo realizzato cosa avrebbe potuto comportare l'aver trattato i nipoti in quel modo, Dritarashtra non si dava pace; si era amaramente pentito di aver permesso al figlio di danneggiarli in maniera così apertamente scorretta. E fece chiamare Vidura, il solo che nei momenti più neri riusciva con tanti buoni consigli a procurargli sollievo dalle ansietà. Ma questi, come sempre quando gli si chiedeva di esaminare il problema dei Pandava, fu molto esplicito.

  "Come puoi essere tranquillo se non ti comporti secondo i principi della virtù? Ti sei reso complice di un abominio nei confronti dei figli di tuo fratello minore, che ti rispettava e ti amava. Cosa pensi che direbbe Pandu se fosse ancora vivo? Ora dici che sei in ansietà e non sai cosa fare, eppure è così semplice: devi ridare loro ciò che Duryodhana e i suoi amici hanno rubato e chiedere umilmente perdono per tanta ignobile empietà. Solo così, forse, la rabbia di Bhima, di Arjuna e dei gemelli potrà placarsi e la vita dei tuoi figli essere salva."

  Ma quelle parole fecero infuriare Dritarashtra.

  "Da come parli sembra che gli unici guerrieri potenti e le sole persone sagge al mondo sono i Pandava e che i miei figli non valgano alcunchè. Stai esagerando, Vidura. Che interesse hai nel proteggere sempre loro e nel denigrare i miei figli? Cosa si cela dietro questo tuo inaccettabile atteggiamento?"

  Aspramente contestato, Vidura capì che ancora una volta le sue parole non sarebbero state ascoltate dal fratello maggiore e allora gli disse:

  "Poichè a causa tua ogni concetto di santità è stato bandito da questa corte che una volta era governata da re saggi, io la abbandono, e vado dove il dharma è venerato e seguito."

  Amareggiato, Vidura partì dalla città il giorno stesso e raggiunse i Pandava nella foresta. Fu accolto da tutti con gioia immensa.

  Tuttavia quando Dritarashtra realizzò che il fratello aveva detto sul serio e che si era allontanato da Hastinapura, si pentì di aver detto quelle parole e mandò Sanjaya a pregarlo di tornare.
  Vidura accettò.

  "Posso fare molto di più se torno," disse a Yudhisthira. "Lì posso cercare sempre di instillare saggezza e virtù nel cuore di Dritarashtra, che non solo non ha occhi per vedere le cose di questo mondo, ma non riesce a discernere neanche quelle del mondo di Dio. Ad Hastinapura io posso tentare di salvare l'anima di mio fratello, ma voi non immaginate nemmeno quanto mi sarebbe piaciuto, invece, rimanere qui con voi."

 

48
La maledizione di Maitreya

 Mentre Dritarashtra era stato felice per il ritorno di Vidura, Duryodhana e i suoi amici non lo furono affatto. Sapevano bene che egli aveva il potere di esercitare una forte e costante influenza sull'anziano re, il quale finiva sempre col dare ascolto ai suoi consigli; cosicchè avevano paura che anche quella volta sarebbe riuscito a convincerlo a restituire il regno ai Pandava.

  Ormai per Duryodhana non si trattava solo del vecchio desiderio di vedere i cugini caduti in disgrazia, ma era sopraggiunto anche un vivo senso di paura: i Pandava avevano pronunciato dei voti terribili, e conoscendo specialmente Bhima e Arjuna, sapeva che non si sarebbero fermati davanti a nulla pur di realizzare ciò che avevano giurato. E i loro alleati, i Panchala, i Vrishni, i Matsya, erano tutti guerrieri tremendi. Per di più il fatto di combattere con la consapevolezza di essere dalla parte della ragione avrebbe contribuito a conferire loro una furia speciale. Per tutti questi motivi, insieme ai suoi amici, il Kurava decise infine che sarebbe stato meglio affrontarli subito, mentre si trovavano ancora privi di alleati e di mezzi.

  Senza che il padre ne fosse a conoscenza, Duryodhana fece preparare l'esercito. Ma Vyasa, venuto a sapere delle sue intenzioni, intervenne, e riuscì a bloccare l'efferato progetto.

  Qualche giorno dopo arrivò a corte il potente saggio Maitreya, che raccontò di aver incontrato i figli di Pandu nella foresta e di aver parlato con loro.

  "Duryodhana," disse il saggio, "mi appello a te. Ciò che hai fatto è empio: un tale comportamento non è consigliato dalle nostre leggi le quali, come tu sai, possono dare perenne beneficio spirituale. Richiama i Pandava, chiedi scusa e restituisci tutto ciò che era loro."

  Tuttavia mentre il saggio parlava, il principe non lo guardava neanche e si colpiva la coscia con violenza. Con tale atteggiamento voleva dimostrare che grazie alla sua forza non aveva rivali da temere. Quella era una vera e propria mancanza di rispetto nei suoi confronti e verso ciò che diceva, per cui Maitreya, irritato, disse:

  "Il giuramento di Bhima si avvererà: tu morirai con la coscia rotta dalla sua mazza, quella stessa che colpivi con forza mentre parlavo."

  Quelle parole terrorizzarono Dritarashtra, che ben conosceva la potenza delle maledizioni dei rishi del calibro di Maitreya.

  "Grande saggio," supplicò, "perdona mio figlio, il quale non conosce il valore del retto comportamento nei confronti dei santi. Ti prego, tu che sei sempre misericordioso verso le anime cadute e confuse, ritira la tua condanna."

  Il rishi allora ribattè:

  "O re, poichè discendi da una stirpe gloriosa come quella dei Bharata, io perdonerò Duryodhana e la mia maledizione non avrà effetto; ma egli deve fare pace con i Pandava."

  A quelle parole Duryodhana, per nulla impensierito, fece un ghigno di scherno.

  Maitreya allora, senza aggiungere altro, uscì dalla sala reale, gettando tutti nella costernazione. E Vidura, disgustato da quel comportamento degno delle persone più basse e ignoranti, si rivolse ai presenti.

  "Sembra che il nostro giovane Duryodhana ignori i principi basilari del comportamento di uno kshatriya del suo rango e non tema il peccato. Forse pensa che il valore suo e dei suoi amici gli possa dare la vittoria sul dio della morte. Eppure non solo egli sarà sconfitto nel momento in cui dovrà presentarsi al cospetto di Yamaraja, ma anche in questa vita conoscerà la disfatta più pesante proprio quando si troverà di fronte alle possenti braccia del secondo figlio di Pandu. Nei giorni in cui sono rimasto nella foresta con i Pandava, Kirmira, un rakshasa fratello di Baka e caro amico di Hidimba, è venuto da noi e lo ha sfidato per vendicare le loro morti. Ora vi racconterò come Bhima ha ucciso Kirmira."

  La storia che Vidura raccontò ebbe l'effetto di terrorizzare ancora di più il re cieco, che fu preso da violenti tremiti al solo pensiero della furia di Bhima; mai, per tutta la sua vita, avrebbe dimenticato il tono della sua voce. Al contrario Duryodhana ascoltava senza fare una piega.

 

49
A Dvaitavana

  Un giorno un piccolo drappello arrivò a Kamyaka. Era Krishna, accompagnato da Drishtadyumna, Dhrishtaketu e dai fratelli Kekaya, tutti famosi nel mondo per il loro valore in guerra. Erano venuti a fare visita ai Pandava per sapere come vivevano nella foresta e per parlare dei Kurava.

  "Se vuoi," disse Krishna a Yudhisthira, "io posso marciare subito con il mio esercito verso Hastinapura e distruggere i vostri nemici. Il mondo ha bisogno di governanti virtuosi, non di asura come Duryodhana e i suoi degni compagni."

  "No, Krishna," ribattè il Pandava. "Il governante deve essere sempre pio ed è importante che non devii mai dal sentiero della virtù, cosa che il nostro perfido parente fa in continuazione; tuttavia io ora ho un debito con lui che si estinguerà fra tredici anni. Trascorso questo periodo tutti noi potremo finalmente fargli scontare ciò che si merita. Ma solo allora."

  Eppure, nonostante le sagge parole proferite da Yudhisthira, tutti si sentivano in favore di una guerra immediata; Krishna stesso era infuriato con i Kurava, e la sua rabbia, che contra-stava con la bellezza trascendentale del suo volto, incuteva ancora più paura. Così egli disse:

  "Io giuro che non saranno trascorsi molti giorni dopo la scadenza dei prossimi tredici anni che la terra potrà bere il sangue dei figli di Dritarashtra e di tutti coloro che lo hanno appoggiato."

  Quel giorno anche Draupadi, alla presenza di Krishna e del fratello Drishtadyumna, non riuscì più a contenere il dolore, dando libero sfogo a tutte le amarezze. Krishna la consolò con parole gentili.

  "Cara regina, tutto ciò non sarebbe successo se io fossi venuto a Jayanta. Purtroppo ero impegnato in un duro combattimento contro Shalva e per questa ragione non sono potuto intervenire. Ma non devi crucciarti troppo, casta signora, perchè presto quest'esilio terminerà e Duryodhana, che in questo momento sta godendo dei risultati delle proprie attività empie, non tarderà a pagare il fio dei propri misfatti."

  Krishna si era poi soffermato a raccontare la storia della battaglia che lo aveva visto avversario del potente demone Shalva.

  L'indomani i visitatori erano ripartiti, lasciando i Pandava pieni di coraggio rinnovato.

  Susseguentemente alla visita dei Vrishni, i Pandava decisero di lasciare Kamyaka e di spostarsi a Dvaitavana, una bellissima foresta che Arjuna aveva visitato durante il suo precedente pellegrinaggio.

  Appena furono arrivati, Yudhisthira si recò a rendere omaggio ai rishi che vivevano in quel posto e ricevette da tutti saluti colmi di profondo affetto. Al figlio di Dharma piaceva molto l'atmosfera particolare della foresta, la pace, la serenità, lo scenario naturale e incontaminato, le pratiche dello yoga e della meditazione, e soprattutto la compagnia di coloro che avevano rinunciato ai piaceri mondani per ottenere la liberazione e il ritorno nell'universo spirituale d'origine.

  In un idilliaco angolo di Dvaitavana, i fratelli costruirono delle semplici capanne che sarebbero state le loro dimore per diverso tempo. In quel luogo Yudhisthira riuscì a ritrovare la pace mentale che credeva ormai perduta.

  Un giorno venne a trovarli uno dei rishi più illustri dell'epoca, Markandeya, che per la sua età avanzata aveva assistito agli avvenimenti di molti yuga, e pur tuttavia grazie ai suoi poteri mistici e alle benedizioni di Shiva aveva mantenuto il corpo giovane e fresco come quello di un ragazzo. Markandeya rimase con loro svariate settimane e raccontò meravigliose storie, fra le quali quella del principe Nala. Poi, con la promessa di ritornare presto, ripartì.

  Abbiamo già avuto modo di dire che Yudhisthira amava la vita della foresta, poichè aveva l'animo dell'asceta, del contemplativo, del filosofo; godeva delle lunghe discussioni con i rishi e delle discipline spirituali. Ma lo stesso non si poteva dire degli altri fratelli nè di Draupadi. Soprattutto Bhima non aveva affatto sbollito la furia terribile dei tempi di Jayanta; così continuava con tremenda determinazione ad allenarsi, e spesso lo si sentiva imprecare e lanciare minacce contro Duryodhana e i suoi fratelli. Dunque Yudhisthira era felice, ma gli altri cinque non lo erano affatto. Vivevano nell'attesa della vendetta.

  Una sera, non riuscendo più a contenersi, Bhima e Draupadi si sfogarono.
  "Tu non sei un vero kshatriya," dissero, "tu sei un brahmana nato nella famiglia sbagliata. Ma noi che apparteniamo alla razza guerriera non possiamo godere come fai tu di questa vita; noi vogliamo agire, vendicare i torti subiti, vogliamo uccidere gli empi che ci hanno umiliati. E tutto questo è successo per colpa tua, per il tuo attaccamento al gioco, per non aver saputo resistere alla tentazione dell'azzardo."

  "No, vi sbagliate," rispose lui. "La mia intenzione non è affatto quella di godere di questa situazione così serena, bensì essendo kshatriya di nascita la mia propensione è tutta verso l'osservanza dei miei doveri naturali. Noi abbiamo il dovere di proteggere la gente con un governo che rispecchi le leggi del Signore Supremo. E sono proprio queste stesse leggi che non ci consentono di rompere le promesse. Anche se siamo stati ingannati, abbiamo perso al gioco e promesso che avremmo trascorso dodici anni per le foreste e il tredicesimo in incognito. Il tempo passerà in un baleno e porrà fine a quest'esilio; e allora agiremo come compete a uno kshatriya. Incontreremo i Kurava sul campo di battaglia e li stermineremo dal primo all'ultimo."

  Il tono della sua voce era talmente acceso e accorato che gli altri ne furono rassicurati.

 

50
La partenza di Arjuna

  La sera in cui si stava discutendo per l'appunto di quella intricata questione, fece loro visita Vyasa, il grande saggio dall'animo puro e incontaminato. Al suo arrivo i Pandava e i loro compagni gli si prostrarono ai piedi con grande reverenza.

  "Bhima," disse Vyasa intervenendo nella discussione, "tuo fratello ha ragione. Noi conosciamo la tua forza e il valore militare di Arjuna, e comprendiamo che tu vorresti partire in questo stesso momento per distruggere i tuoi nemici; ma in queste cose non si deve essere impulsivi. Pensi forse di essere l'unico grande combattente sulla faccia della Terra? che fra i tuoi nemici non ci sia nessuno in possesso di forza e valore? Ti sbagli, perchè sul campo di battaglia troveresti soldati praticamente invincibili. A parte Duryodhana e i suoi fratelli, che sono anime nere ma impareggiabili in battaglia, hai dimenticato che Bhishma e Drona e Bhurishrava e Asvatthama, pur non condividendo il suo modo di agire, si ritroveranno costretti a combattere dalla loro parte? E hai dimenticato Karna? E quanti altri ancora sicuramente si schiereranno contro di voi? Prima di irrompere ad Hastinapura come giustizieri dovete rafforzarvi, ottenere armi nuove e più potenti. E' questo il giusto modo di utilizzare gli anni del vostro esilio."

  "Ma come possiamo fortificarci nella foresta," ribattè Bhima, "se non possiamo avere contatti con nessuno? Questo non è un luogo di preparazione militare, ma di meditazione e ascesi."

  "Non è di alleati che avete bisogno," disse Vyasa, "ma di qualcos'altro. Quando Indra combattè contro Arjuna a Khandava, rimase immensamente compiaciuto del suo valore e del suo carattere nobile; e in quell'occasione disse che se fosse riuscito ad avere l'arma pashupata da Shiva gli avrebbe concesso anche le sue. E' arrivato il momento che Arjuna parta per il nord, che vada sulle vette himalayane ad adorare Mahadeva e a farsi concedere la pashupata.

  "Bhima, Duryodhana è così invidioso di voi che la guerra ci sarà di certo, ma voi dovete prepararvi per vincerla. E per riuscirci avete bisogno di armi celestiali." 

  In seguito alla visita di Vyasa, i Pandava ritornarono a Kamyaka, stabilendosi sulle rive del fiume Sarasvati. E pochi giorni dopo ripresero a parlare dell'argomento che stava loro più a cuore.

  "Arjuna," disse Yudhisthira, "come ci ha detto Vyasa, dobbiamo prepararci per la guerra. Quindi se vogliamo sperare di sconfiggere guerrieri del calibro di Bhishma, Drona, Karna e Asvatthama, dobbiamo fare come ci ha consigliato. Tu devi andare al nord, sulle Himalaya, e conquistare le armi dei deva più eccelsi."

  Quelle parole furono come musica per le orecchie di Arjuna, che si sentì come liberato da un letargo forzato. Felice di tornare all'azione e di potersi preparare per la guerra, pochi giorni dopo partì. Erano passati sei anni dal giorno in cui aveva avuto inizio il loro esilio.

51
L'incontro con Shiva

  Arjuna già conosceva quel tragitto per averlo percorso durante la campagna militare che aveva preceduto lo svolgimento del rajasuya.
  Arrivato alla montagna Gandhamadana ricordò di averla già scalata e di aver tanto desiderato in seguito di poterla rivedere. Dopo essersi deliziato di quelle bellezze naturali, continuando il suo cammino arrivò al monte Indrakila. Lì decise di sostare.

  Non lontano dal luogo dove il Pandava si era fermato a riposare viveva un vecchio asceta. Uno kshatriya su quelle alture era una cosa inusuale, per cui gli si avvicinò.

  "Cosa fai con tutte quelle armi?" gli disse. "Su queste montagne non ci sono nemici da combattere, nè pericoli di alcun genere. Gettale, dunque, e compi ascesi al fine di meritare gioie senza limiti nei pianeti benedetti. Vivendo in questo posto è facile ottenere tali destinazioni."

  "In questo momento non sono interessato a Svarga-loka," ribattè Arjuna, "perchè devo aiutare mio fratello a riconquistare il suo regno. Sono venuto qui per cercare le armi dei deva, e non posso gettare via quelle che già posseggo."

  L'asceta insistette descrivendogli i pianeti celesti e le gioie che vi si possono trovare, ma Arjuna era determinato a non abbandonare il fratello. Allora il vecchio disse:

  "Figlio, ancora una volta ti sei comportato nel migliore dei modi. Tu non ti preoccupi dei piaceri personali, che quando passano non lasciano traccia, ma sei interessato solo ad adempiere i tuoi doveri, i quali al contrario possono conferirti il beneficio più alto. Io sono Indra, tuo padre, e presto ci rivedremo. Ora inizia sacrifici e meditazioni per Shiva, e chiedigli in prestito la sua arma preferita. Quando ciò sarà stato fatto, io e gli altri deva ti daremo altre potentissime armi."

  In quello stupendo luogo di ritiro, Arjuna s'impegnò in severissime ascesi e non pensò ad altro che a vedere Shiva. E i suoi sforzi non andarono perduti: Shiva, altrimenti chiamato Shankara, la parziale incarnazione di Narayana, constatata la profonda devozione del Pandava, decise di mettere alla prova la sua capacità guerriera e il suo carattere. Accompagnato dalla moglie Parvati e dalle altre donne che costantemente tengono loro compagnia, il grande deva discese dalle vette di Kailasha e prese le sembianze di un kirata (un cacciatore). In brevissimo tempo si trovarono a  Indrakila.

  Qui viveva un rakshasa di nome Muka, il quale odiava Bhima per aver ucciso molti dei suoi amici più cari e voleva vendicarsi uccidendogli il fratello. Così, prese le sembianze di un enorme cinghiale, lo attaccò con furia. Quando sentì il rumore dei possenti zoccoli della bestia, Arjuna afferrò l'arco e con velocità fulminea scagliò una freccia.

  Intanto, nascosto dietro gli alberi, Shiva aveva assistito alla scena e nello stesso istante scagliò anch'egli una grossa freccia. Le due armi colpirono nello stesso preciso momento e con grande fragore il grosso corpo del rakshasa, che cadde al suolo senza vita. Arjuna s'accorse che il cinghiale era stato colpito anche da qualcun altro e, guardandosi attorno, s'avvide della presenza del kirata.

  "Chi sei?" disse con tono severo il figlio di Pandu. "Questo cinghiale era il mio bersaglio, e tu non dovevi permetterti di intervenire."

  "Ti sbagli," rispose il cacciatore, "io l'avevo visto prima di te e infatti il mio dardo ha colpito prima del tuo: quindi la preda è mia."

  Arjuna e il Kirata discussero animatamente, finchè la rabbia s'impossessò di ambedue. E si scatenarono in un feroce duello.

  Combatterono a lungo, ma il Pandava, per quanto s'impegnasse allo stremo, non riusciva ad averne ragione. Con il corpo pieno di ferite, stanco e umiliato, Arjuna meditò su Shiva, offrì una ghirlanda al lingam che adorava e con umiltà chiese aiuto. Quando riaprì gli occhi vide che i fiori adornavano il corpo del cacciatore e capì che il suo avversario altri non era che Shiva in persona.

  "Ti prego di perdonarmi per non averti riconosciuto prima," disse cadendo ai suoi piedi sacri, "e di scusarmi per averti offeso combattendo contro di te. Nessuno può vincerti in battaglia e come potevo io, un semplice mortale, riuscire dove i più grandi asura hanno fallito?"

  Ma Shankara gli sorrise.

  "Volevo solo rendermi conto di persona del tuo ardore guerriero: ora che ho visto voglio complimentarmi con te. Ora so che sei qualificato per avere la mia arma. Prima della battaglia, che sarà ingaggiata molto presto, io ti consegnerò la pashupata e ti insegnerò ad usarla."

  Dopo averlo benedetto con parole gentili, il deva scomparve.

 

52
Arjuna nei pianeti celesti

  La magica atmosfera che la presenza di Shiva aveva determinato era ancora palpabile, quando Arjuna vide apparire in uno straordinario alone di luce i quattro Lokapala. Indra, Kuvera, Yama e Varuna gli consegnarono personalmente le loro armi e dopo avergliene insegnato il complicato uso, svanirono allo stesso modo di come erano venuti.

  E il Pandava stava ancora chiedendosi cosa aveva fatto di così grande per aver meritato tali visioni, quando vide avvicinarsi il carro di Indra guidato dal celeste Matali.

  "Vieni," gli disse questi, "sali sul carro. Tuo padre desidera vederti: ha bisogno di te. Io ti porterò nel suo regno."

  Dopo che Arjuna ebbe preso posto, il carro si innalzò verso il cielo al pari di una cometa di luce.

  Viaggiando a quella inimmaginabile velocità, i due arrivarono in pochi istanti ad Amaravati, la capitale di Indra. Dall'alto il Pandava osservava con stupore le meraviglie di quella città, ove la bellezza pervadeva ogni cosa, dalle case ai giardini, dalle strade alla gente che vi passeggiava. Arjuna si sentiva stupefatto e ammirato.

  Giunti al favoloso palazzo di Indra, il deva lo accolse a braccia aperte e lo invitò affettuosamente a sedersi accanto a lui, sul suo stesso trono.

  Quelli che seguirono furono giorni felici per Arjuna; intrattenuto a corte con ogni riguardo, ascoltava i gandharva suonare in modo incantevole i loro strumenti musicali e, accompagnate da quei suoni estasianti, le più famose apsara quali Menaka, Rambha, Urvashi e Tilottama danzavano per il suo piacere. Arjuna era felice.

  Durante le danze, la stupenda Urvashi si ritrovò a osservare quel bellissimo uomo, e poichè questi ricambiava i suoi sguardi con insistenza, credette di aver suscitato in lui desideri sessuali.

  Quella sera l'apsara andò da Indra e gli chiese:

  "Oggi tuo figlio mi guardava continuamente. Di certo gli piaccio, e anche lui mi attrae. Vorrei chiederti il permesso di andare nelle sue stanze, stanotte."

  Il re dei deva, sorridendo, acconsentì.

  Quella stessa notte la donna entrò nell'appartamento dove alloggiava Arjuna e aprì la porta della stanza dove egli stava dormendo. Urvashi era così bella che nel passato grandi e famosi saggi, dopo anni di pratiche e sacrifici, al solo vederla non erano stati in grado di controllare i loro sensi e allo stesso modo grandi monarchi santi, per quanto fortificati dalla stretta osservanza dei principi del loro dharma, erano caduti vittime del suo straordinario splendore. Coperta da un unico velo e con i capelli che brillavano sotto il chiarore della luna, Urvashi era una meraviglia del creato. Nessun uomo avrebbe potuto resisterle.

  "Signora beata," disse Arjuna alquanto sbalordito, "cosa posso fare per te? Perchè sei venuta a trovarmi nel cuore della notte?"

  "Oggi mentre danzavo ho notato che i tuoi occhi, quando si posavano su di me, si colmavano di passione. Ho pensato che mi desideravi, e siccome anche tu mi piaci sono venuta qui per donarti il mio amore."

  Arjuna s'irrigidì.

  "Oh no, ti sbagli. Io non ti guardavo con intenzioni lussuriose, bensì con affetto e curiosità. Fin da ragazzo, quando mi raccontavano la storia della vita del nostro antenato Pururava, ho sempre cercato di immaginarti e mi sono sempre chiesto quanto dovesse essere ammaliante la donna che lo aveva fatto così tanto innamorare. Essendo stata la sua compagna, anche tu sei una nostra antenata, e io non posso considerarti in altro modo se non come una madre, proprio al pari di Kunti. La devozione che nutro nei tuoi confronti va al di là di ogni desiderio sessuale e mi induce a considerarti con il rispetto dovuto a una devi. Per queste ragioni non posso pensare a te come a un'amante."

  Urvashi insistette, avvalendosi del fatto che una loro unione non era contraria ai principi della religione, ma il giusto figlio di Indra non cedette; alla fine Urvashi, presa dalla frustrazione e dall'umiliazione, disse:

  "Siccome con me non ti sei comportato da uomo, presto perderai i tuoi poteri sessuali e diventerai un eunuco."

  Proferite quelle parole, se ne andò infuriata.

  Spaventato da quella violenta maledizione, Arjuna andò a confidarsi con il suo più caro amico, il gandharva Citrasena, il quale il giorno seguente raccontò l'accaduto a Indra. Il monarca celestiale parlò con la ragazza che, nonostante fosse ancora amareg-giata per il rifiuto ricevuto, accettò di modificare la maledizione.

  "Giacchè Arjuna non ha voluto unirsi a me per ragioni di virtù, perderà le sue capacità sessuali solo per il periodo di un anno, che egli stesso potrà scegliere," disse.

  Come vedremo in seguito, l'esplosione d'ira di Urvashi sarebbe tornata comoda.

  Durante il tempo che trascorse ad Amaravati, il figlio di Pandu imparò dal padre molte cose sull'arte della guerra, tra cui l'uso di numerose armi celesti; da Citrasena, invece, apprese l'arte del canto e della danza. Quegli anni a Svarga si rivelarono eccezionalmente costruttivi.

  Un giorno arrivò ad Amaravati il saggio Lomasa che, approfittando del fatto che Arjuna era lì presente, rivelò che nella vita precedente lui e Krishna erano stati i rishi Nara e Narayana.

  Poi Indra disse:

  "Rispettabile saggio, è passato molto tempo da quando Arjuna è arrivato qui e forse i fratelli e la moglie sono preoccupati per lui. Per favore, dì loro di averlo visto qui da me, e che sta imparando sull'arte marziale quanto basta per sterminare i perfidi figli di Dritarashtra e i loro amici. Dì loro che presto tornerà, che potranno rivederlo sulla vetta di Mandara e che nel frattempo dovrebbero andare in tirtha-yatra a visitare luoghi santi e ad ascoltare i discorsi dei saggi."

  Lomasa tornò sulla Terra e si diresse verso Kamyaka.

 

53
Il pellegrinaggio verso Mandara

  Non sempre la vita nella foresta era idilliaca. Spesso il freddo, gli animali e altri fenomeni naturali la rendevano dura, specialmente in inverno, stagione in cui la delicata Draupadi soffriva maggiormente. Oltre a tutto ciò si sentiva anche la mancanza di Arjuna e in quel periodo le pressioni di Bhima e Draupadi, le loro lamentele e le loro accuse si accrebbero facendosi sempre più aspre.

  Yudhisthira aveva il suo da fare a tenerli calmi e per quanto esternamente apparisse sempre calmo e controllato, in realtà le inquietudini del fratello e della moglie toccavano il suo cuore e aumentavano in lui il rimorso di averli messi in quelle condizioni di patimento.

  Per fortuna l'arrivo di Brihadashva alleviò un pò la tensione.

  Tra l'altro in quel periodo il maggiore dei Pandava, grazie alL'aiuto del rishi, potè studiare la scienza del gioco dei dadi.

  Yudhisthira comunque non fu l'unico ad apprendere cose nuove. Brihadashva, infatti, impartì lezioni su svariati argomenti a tutti i presenti.

  Come è facile immaginare, il tempo speso in quel modo sembrò volare. Ma le sorprese piacevoli non erano ancora finite: qualche giorno dopo arrivò anche Narada, il quale venne messo al corrente delle smanie di alcuni di loro.

  "Stare fermi in un posto per tanto tempo a qualcuno può risultare molto faticoso," disse allora il saggio. "Forse è meglio che vi muoviate. Sicuramente un tirtha-yatra vi farà bene. In casi come questi un pellegrinaggio distrae dai pensieri negativi e purifica la mente e il cuore."

  Dhaumya era d'accordo, ma sarebbe stata necessaria una guida esperta dei numerosi luoghi santi di Bharata-varsha.

  Destino volle che proprio in quei giorni, proveniente dai pianeti celesti, arrivasse Lomasa, il quale raccontò degli ultimi sviluppi del viaggio di Arjuna e del messaggio di Indra. Immensamente felici e rinfrancati alla notizia che il fratello era riu-scito nel suo intento, appena sentirono che anche Indra consigliava loro un viaggio, chiesero a Lomasa di guidarli. Il saggio accettò di buon grado.

  Pochi giorni dopo i Pandava partirono.

  Dapprima visitarono Naimisha, la regione in cui scorre il sacro Gomati, poi videro il santissimo luogo Prayaga, dove le acque dorate del Gange si uniscono a quelle blu dello Yamuna; a quei tempi quel posto era chiamato Triveni Sangama. E continuando così visitarono numerosissimi luoghi tra i più benedetti e belli dell'India. E ovunque si trovassero Lomasa aveva da raccontare storie meravigliose di uomini fantastici che erano vissuti sul posto.

  Poi si diressero verso occidente: arrivati a Dvaraka, trascorsero splendide giornate in compagnia di Krishna, Balarama e degli altri Vrishni.

  Ripreso il cammino, si diressero a nord.

  Vollero soffermarsi sulle rive del Sarasvati, il luogo dove Shibi mostrò a Indra la sua grandezza. E poi a Mainaka, e a Kailasha, dove si può ammirare la sorgente del Gange. In quelle atmosfere paradisiache persino Bhima dimenticò i suoi odi e le sue sofferenze.

 

54
Sulle vette dell'Himalaya

  Il viaggio durò dei mesi.
  A un certo punto di ritrovarono a scalare vette altissime, in direzione del monte Mandara: lì, tra breve, Arjuna sarebbe ridisceso dai pianeti celesti. Dal giorno della sua partenza erano trascorsi cinque anni e, mai come allora, la nostalgia per la lontananza dell'amato si era sentita tanto intensamente: tutti non vedevano l'ora di riabbracciarlo.

  Ma l'impresa si rivelò estenuante, specialmente per la delicata Draupadi, la quale non era certo stata preparata a quelle fatiche immani. Fortunatamente c'era Bhima che non ebbe difficoltà a portarla sulle spalle.

  A Badari stavano visitando l'ashrama in cui Nara e Narayana avevano svolto le loro penitenze quando, nei pressi di quel santo eremo di spiritualità, scoppiò un uragano così potente che persino Bhima dovette mettersi al riparo; non durò a lungo, e così come era apparso all'improvviso, il vento cessò, lasciando il posto a violenti scrosci d'acqua. Dopo un pò anche la pioggia terminò e il sole riapparve rischiarando la volta celeste. Ma quell'esplosione di violenza naturale aveva oramai abbattuto i residui di resistenza di Draupadi che perse i sensi, spossata dalle fatiche e dalle privazioni, dai continui sbalzi di temperatura, dalle veglie e dal cibo scarso.

  Immediatamente le furono tutti accanto, prodighi di cure.

  Appena la moglie si riebbe, Yudhisthira le consigliò di riposarsi. E, intanto, avvedutosi di aver preteso troppo dall'eroica donna, cercò una soluzione.

  "Draupadi non può più camminare da sola," disse infine ai fratelli; "qualcuno deve portarla in braccio. Purtroppo anche noi siamo stanchi e queste vette sono difficili da superare. Forse Ghatotkacha e i suoi potenti rakshasa potrebbero risparmiarci ulteriori fatiche portandoci sulle loro spalle."

  Bhima fu d'accordo e chiamò il figlio, il quale accettò di organizzare il trasporto di tutti su per le vette himalayane. Solo Dhaumya e Lomasa vollero proseguire confidando sulle loro forze.
  A Kailasha si fermarono e posero l'accampamento.

  Trascorsero giorni sereni, riacquistando le energie perdute.

 

55
Bhima incontra Hanuman

  In quello scenario montano, splendido e salubre, Draupadi ritrovò la serenità che era tipica del suo carattere.
  Un giorno trovò uno stupendo fiore di loto dal profumo inebriante e dolcissimo, e desiderò averne in gran numero. Così corse da Bhima.

  "Bhima, guarda quanto è bello questo loto, e senti che profumo. Sicuramente è stato portato fin qui dal vento e ce ne dovranno essere molti altri in qualche bosco non lontano. Per favore, procuramene più che puoi, chè voglio piantarli dietro la capanna."

  Dopo tutti i disagi che aveva sopportato, qualche fiore era fin troppo poca cosa per farla felice, così il Pandava le assicurò che gliene avrebbe portati al più presto. Si alzò e andò a cercarli.

  Arrivato nel fitto della boscaglia, cominciò a procedere con l'impeto prepotente che gli era peculiare, abbattendo alberi e causando un frastuono tale che spaventava e faceva fuggire gli animali.

  Non molto lontano da lì viveva Hanuman.

  "Che strano rumore! Chi può essere a fare tutto questo baccano? E' meglio andare a dare un'occhiata," pensò.

  Saltando di albero in albero arrivò in prossimità di Bhima. Lo vide avanzare con grande velocità, incurante di qualsiasi ostacolo che si frapponeva al suo cammino. Non vi erano dubbi: quella figura possente, che incuteva un senso di timore solo a guardarla, non poteva essere altri che suo fratello, nato dalla stessa energia di Vayu: pensò che sarebbe stato bello per entrambi incontrarsi. Allora si sdraiò in terra fingendo di essere una scimmia vecchia e stanca, che si era addormentata nel mezzo del sentiero.

  Quando Bhima lo vide disse:

  "Spostati, chè devo andare a cercare dei fiori per mia moglie. Non farmi perdere del tempo, lasciami passare. Se ti travolgo ti faccio male."

  "Sono troppo vecchio e stanco e non riesco neanche più a spostarmi. Ma visto che sei giovane e forte fallo tu, oppure se proprio hai così tanta fretta, fa un salto sopra il mio corpo."

  "Non è corretto saltare sopra nessuno," rispose Bhima, "perchè nel corpo di ogni entità vivente risiede il Signore Supremo nella forma di Paramatma ed è offensivo passarvi sopra. Ma siccome sei così vecchio ti sposterò più in là."

  Al pensiero di Draupadi che aspettava i fiori di loto e quindi leggermente irritato per quella perdita di tempo, Vrikodara afferrò Hanuman per la coda e con noncuranza si apprestò a trascinarlo; ma quale fu la sorpresa quando si accorse che non riusciva a spostarlo neanche di un millimetro. Stupito da tanto peso, afferrò la coda con ambedue le mani e diede un possente strappo, ma il risultato non fu diverso. Voltatosi verso la scimmia si avvide che questa lo osservava con aria ironica. Bhima allora, al culmine della rabbia, impiegò tutte le sue forze; ma l'esito non fu migliore.

  "Chi sei?" gli chiese a quel punto con tono umile. "Tu sembri privo di energie, ma per resistere alla mia forza devi essere qualche deva, o qualche gandharva, o qualche forte asura. Dimmi chi sei."

  La scimmia si alzò in piedi e sorrise.

  "Io sono tuo fratello Hanuman, nato dal tuo stesso padre, il deva del vento. Milioni di anni fa aiutai Shri Rama a debellare la peste di treta-yuga. Ormai da molti millenni vivo su queste alture e oggi, appena ti ho visto, ho provato un grande desiderio di parlarti."

  Bhima, riconosciuto finalmente il Vanara Hanuman, lo abbracciò con affetto fraterno. Poi si sedettero a parlare.

  "Conosco i problemi che vi assillano e sono certo che grazie alla tua forza e al valore di Arjuna avrete la meglio sui figli malvagi di Dritarashtra. Anch'io desidero partecipare alla guerra, proprio come a Lanka. Tuttavia non combatterò personalmente, bensì mi siederò sulla bandiera del carro di Arjuna e lancerò in continuazione grida di guerra che spaventeranno a morte i vostri nemici. Anche in questa battaglia il mio Signore Rama sarà presente come parte di Krishna, per cui non potrete fare altro che vincere."

  Dopo aver conversato per un pò, Bhima chiese al fratello di mostrargli la forma fisica grazie alla quale aveva portato la montagna a Lanka, e Hanuman si espanse in modo prodigioso. Il Pandava restò di stucco dinanzi a tale meraviglia.

  Poi Hanuman abbracciò ancora il fratello e scomparve.

  Allora Bhima si ricordò del motivo per cui si trovava lì. Più che mai determinato a far felice Draupadi, continuò impetuosamente a seguire il dolce profumo dei fiori, riprendendo l'ascesa della montagna. D'un tratto, immersi nella densa foresta, si ritrovò davanti a giardini stupendi, ricchi di piante e fiori di ogni tipo e di straordinaria bellezza; e lì, in un laghetto sorvegliato da numerosi e robusti rakshasa dall'aspetto piuttosto minaccioso, vide i loto tanto desiderati da Draupadi. Senza curarsi dei guardiani, Bhima si tuffò nel lago e prese a raccoglierne in gran numero.

  Subito i rakshasa intervennero.

  "Fermo, tu, se non vuoi morire. Questo è il giardino personale di Kuvera, il deva delle ricchezze, e noi abbiamo il compito di sorvegliarlo e di impedire l'accesso agli intrusi. Nessuno all'infuori di lui può entrarne e uscirne vivo. Chi sei?"

  "Io sono Bhima, il secondo dei figli di Pandu, e sono venuto fin qui per cogliere questi fiori di loto per mia moglie. Non ho paura di nessuno, tantomeno di voi. Le vostre minacce non mi impressionano. Dunque non disturbatemi se volete mantenervi in vita."

  I rakshasa, tutti alti come montagne e dal viso terribile come quello della morte, non tollerando quelle provocazioni, si lanciarono con veemenza all'attacco. Uscito dalle acque con la violenza di un drago infuriato, l'invincibile Pandava si scagliò contro quel folto gruppo e ne fece una carneficina. Fra i tanti, sconfisse persino il potente Maniman, temuto da tutti.

  Durante la lotta qualcuno era riuscito a sottrarsi ai colpi di Bhima ed era corso da Kuvera per metterlo al corrente dell'accaduto.

  "Un mortale arriva fin qui e solo per fare piacere alla moglie coglie i miei fiori e riesce a sterminare i miei rakshasa? E' impossibile. Voglio andare a vedere di chi si tratta."

  Nel frattempo gli altri Pandava, preoccupati per la prolungata assenza di Bhima, decisero di andare a controllare, perchè conoscendolo erano sicuri che si fosse cacciato in qualche guaio. La devastazione che questi aveva causato durante il cammino servì loro per seguirne le tracce.

  Arrivati al lago, lo trovarono che ansimava e ruggiva come un leone, incutendo lo stesso terrore di Yama: usando come arma un albero gigantesco, questi massacrava qualsiasi rakshasa osasse affrontarlo.

  Intanto era giunto anche Kuvera e, avendo riconosciuto Bhima, capì immediatamente quanto era successo. Non appena il figlio di Vayu vide il deva, pose fine a quel terribile sterminio, e i Pandava poterono offrire i loro omaggi.

  "Yudhisthira," disse Kuvera, "mi avevano detto che un mortale aveva profanato il mio lago e aveva ucciso molti dei miei rakshasa più forti: io mi chiedevo chi avesse potuto fare una cosa del genere. Ma ora che so che si trattava di Bhima, capisco che i miei guardiani hanno commesso un grave errore impedendogli di cogliere i fiori. Ti prego, non adirarti con questo tuo fratello talvolta troppo impulsivo, perchè in realtà uccidendo Maniman e gli altri mi ha aiutato a liberarmi da una maledizione.
  "Vi racconterò di quale maledizione sto parlando.
  "Un giorno io e il mio fidato compagno Maniman stavamo volando a un conclave di dei, quando dal cielo vedemmo il saggio Agastya impegnato in severissime ascesi. Il suo corpo sembrava in fiamme, come un secondo sole: era una sola massa di energia. Io in verità non potei fare altro che ammirarlo, ma il mio amico si prese gioco di lui al punto che defecò sulla sua testa.
  "Agastya guardò in alto e ci vide: la sua rabbia divampò, e i suoi occhi sembrarono divorare i quattro punti cardinali. Poi disse:
  "Giacchè questo tuo amico mi ha insultato in questo modo, lui e le sue truppe periranno in battaglia contro un mortale e tu, che non gli hai impedito di commettere l'affronto, soffrirai per la loro perdita. Solo allora sarai libero dalla mia maledizione.
  "Ora che Maniman e i suoi soldati sono morti, io sono salvo. E per questo devo ringraziare il tuo potente fratello."

  Dopo aver raccontato quella storia ai Pandava, Kuvera se ne andò.

  A parte quell'incidente i giorni passarono tranquillamente, offuscati solo dall'ansia di riabbracciare Arjuna.

 

56
Il ritorno di Arjuna

  Erano trascorsi esattamente cinque anni dalla partenza di Arjuna da Kamyaka, quando i Pandava notarono un fenomeno irreale provenire dalla cima del monte: era una luce potentissima, che abbagliava come i raggi del sole in piena estate.

  Placatasi quella straordinaria manifestazione, tutti poterono guardare in quella direzione e vedere un fantastico carro da guerra celeste, guidato da Matali. Nel carro, attorniato da un alone di gloria, c'era Arjuna, che teneva stretto nella mano Gandiva. Disceso, corse ad abbracciare i fratelli, la moglie e i brahmana. E mentre costoro discutevano felici di essersi ritrovati dopo anni di separazione, Indra, che desiderava vedere Yudhisthira, comparve.

  "Virtuoso re," gli disse, "presto ogni sofferenza avrà fine e i tuoi nemici raccoglieranno il frutto di ciò che hanno seminato. Io sarò dalla tua parte, perchè i figli di Dritarashtra e i loro compagni sono asura incarnati sulla Terra e stanno causando troppo disturbo alla quiete del pianeta. Voglio anche ringraziarti per aver permesso ad Arjuna di venire a Svarga: mi è stato infatti di grande aiuto, come egli stesso ti racconterà nei prossimi giorni. Ora tornate a Kamyaka e lasciate trascorrere i pochi anni che ancora vi restano, dopodichè giustizia sarà fatta."

  Dopo averli benedetti, Indra e l'auriga Matali scomparvero.

  I giorni che seguirono furono interamente spesi ad ascoltare Arjuna che raccontava nei minimi dettagli i numerosi avvenimenti accaduti nei cinque anni trascorsi sui pianeti celesti. Tra l'altro narrò di come avesse distrutto le malvagie popolazioni dei Nivata-kavacha, dei paulama e dei Kalakanja.

  Mancava solo un anno al completamento del periodo promesso; poi avrebbero dovuto trascorrere un altro anno in incognito e il supplizio sarebbe terminato.

57
La storia di Nahusha

  Dopo alcuni mesi il santo Lomasa partì. E non trascorse molto tempo che anche i Pandava decisero di lasciare le vette himalayane e ridiscendere a valle per fare ritorno a Kamyaka.
  Come sempre, durante il cammino, i fratelli ebbero modo di visitare molti posti interessanti, fra cui l'ashrama di Vrishaparva.

  Un giorno, mentre Bhima era solo nella foresta, non s'avvide della presenza di un gigantesco pitone sul ramo di un albero, per cui, quando vi passò sotto, fu serrato nelle sue spire. Il figlio di Pandu non prestava mai particolare attenzione ai pericoli rappresentati dagli animali della giungla, in quanto credeva di essere abbastanza forte da poter superare ogni avversità. Così, quando tentò di liberarsi allargando le sue forti braccia, si sorprese di non riuscirci. Allora cercò di impiegare tutta la forza a sua disposizione, ma il corpo dell'animale sembrava fatto del metallo più duro. La cosa strana era che più energia adoperava, più sentiva che gli venivano meno. Quello non poteva essere un normale pitone.

  "Chi sei tu," chiese il Pandava, stremato, "che resisti alla pressione delle mie braccia? Sicuramente non sei un comune serpente, altrimenti il tuo corpo si sarebbe già spezzato."

  "Tanto tempo fa ero un re molto famoso; poi il rishi Agastya mi maledisse a nascere in questa miserabile forma vivente. Ma ora non ho voglia di parlare. Oggi sono particolarmente affamato, e la provvidenza ti ha mandato a me per sfamarmi."

  Nel frattempo Yudhisthira, che aveva scorto in cielo presagi di un'immane tragedia, si informò su chi dei suoi fratelli mancava. Quando gli dissero che Bhima non era lì, questi preoccupatissimo si lanciò nella densa boscaglia, sulle sue tracce. Lo trovò avvolto nelle spire del gigantesco pitone mentre si divincolava quasi privo di energie. Realizzò immediatamente che ci doveva essere qualcosa di strano. Chi avrebbe potuto ridurre Bhima in quello stato?

  "Chi sei tu," gli chiese, "che sei stato capace di privare di tutte le sue forze il possente figlio di Vayu? Rivelami il tuo nome e la tua storia."

  "Io sono Nahusha, uno dei vostri antenati. Giacchè lo hai chiesto, ascoltatemi bene, e ti narrerò in breve la mia storia.

  "Quando Indra dovette nascondersi per espiare le offese arrecate al guru Vishvarupa e per l'assassinio del demone Vritra, il trono dei deva rimase vacante. I rishi allora vennero da me, sulla Terra e mi chiesero di sostituire il loro re finchè questi non fosse tornato. Io che non mi ritenevo sufficientemente potente per governare sull'intero universo nè per scontrarmi con gli asura più forti, esternai loro le mie perplessità. Ma i saggi mi rassicurarono: 'Non temere, noi ti doneremo il potere di assorbire l'energia di qualsiasi essere vivente che incontrerai di modo che potrai fronteggiare tutte le emergenze e sovrastare qualsiasi avversario.' Così cominciai a governare su Svarga con sufficiente rettitudine, obbedendo sempre ai consigli dei santi.

  "Tuttavia a un certo punto il potere mi giocò un brutto scherzo e cominciai a pensare di essere diventato oramai invincibile. Mi invaghii della moglie di Indra, Saci, e pretendevo che diventasse mia. Lei, casta e fedele al marito, mi rifiutò diverse volte. Per queste ragioni i deva e i brahmana si videro costretti a congiurare per mettere fine al mio governo empio.

  "Un giorno Saci mi disse: 'Sarò tua se verrai a casa mia su un palanchino sorretto dai sette rishi, tra cui Agastya.' Io, che ero come impazzito per la sua bellezza divina, pur di averla non pensai al grave peccato che stavo per commettere e ordinai ai saggi di portarmi. E mentre andavamo verso la casa di Saci, impaziente di possederla, calciai più volte il venerabile Agastya, dicendogli: 'sarpa, sarpa!'. Sarpa significa 'presto', ma anche serpente. Allora il rishi mi maledisse dicendomi: 'Giacchè mi hai scalciato come un villano senza cultura, diventerai un sarpa sulla Terra, e vivrai a lungo in quelle condizioni. Ti libererai solo quando qualcuno saprà rispondere perfettamente alle domande più complicate sul sapere umano.'
  "Per questa ragione io vivo ancora oggi come un pitone in questa giungla, e ora mi sfamerò con il corpo di tuo fratello, a meno che tu non voglia tentare di rispondere alle mie domande."

  "Dimmi, voglio tentare."

  La discussione si protrasse per diverso tempo e poichè il Pandava rispondeva a tutte le questioni che Nahusha gli poneva, alla fine questi liberò Bhima: come d'incanto il corpo del rettile scomparve e al suo posto si manifestò la sua forma umana originale. Davanti ai loro occhi, Nahusha ascese al cielo. Bhima era salvo.

  Ripreso il viaggio, i fratelli si fermarono per diverso tempo nella pacifica foresta di Dvaita, che avevano avuto modo di visitare durante l'andata. Ora che il periodo d'esilio stava scadendo, nessuno riusciva più a prestare veramente attenzione alle bellezze naturali: i pensieri di tutti erano rivolti al giorno della guerra.

 

58
Ritorno a Kamyaka

  Quell'anno la stagione delle piogge era stata particolarmente terribile: i monsoni avevano spirato con furia inaudita. L'autunno, con il suo sole tiepido e le sue giornate quiete fu accolto con gioia da tutti. I Pandava approfittarono dell'arrivo della bella stagione per ritornare a Kamyaka.

  Krishna, che era stato informato delle ultime notizie riguardanti gli amici, decise di far loro visita a Kamyaka insieme alla moglie Satyabhama. E' superfluo raccontare della gioia dei Pandava: per loro ogni volta che il figlio di Devaki andava a trovarli era un evento straordinario. Era la persona che amavano di più, la loro vita stessa.

  Krishna immediatamente si apprestò a rassicurarli riguardo ai loro familiari che da anni vivevano a Dvaraka.

  "Subhadra e tuo figlio Abhimanyu stanno bene con noi," disse ad Arjuna, "e anche i figli di Draupadi godono di ottima salute e crescono vigorosi e sani nel corpo e nell'anima. Tutti stanno studiando alacremente, tanto che sono già quasi diventati dei maestri nell'arte guerriera. Manca ancora poco tempo, e poi potrete rivederli e riabbracciarli."

  Nei giorni in cui Krishna era a Kamyaka, arrivò anche Narada e dopo un pò Markandeya.

  Trascorsero ore fantastiche parlando di tante cose, e in special modo quest'ultimo estasiò tutti con narrazioni di avvenimenti accaduti milioni di anni prima, quando aveva visto Krishna durante una delle distruzioni dell'universo e aveva appreso che era il Signore Supremo. Qualche giorno dopo, Krishna tornò a Dvaraka.

  Ma in casa Kurava cosa succedeva? Mentre nei primi anni Duryodhana si era sentito finalmente felice di essersi sbarazzato dei cugini, ora riavvertiva le vecchie ansietà, aggravate dal pensiero della loro vendetta. I momenti sereni stavano per finire. Probabilmente aveva creduto che tredici anni fossero più lunghi, ma poi aveva dovuto ricredersi e constatare con mano la fugacità delle situazioni terrene.

  Proprio in quel periodo giunse ad Hastinapura un brahmana di passaggio che raccontò le avventure di Arjuna a Svarga e in special modo si soffermò sulla storia dello sterminio degli asura. Quelle notizie non sortirono sicuramente un effetto tranquillizzante sull'anziano re cieco, il quale nonostante le smargiassate di Duryodhana e Karna non riusciva più a dormire sonni sereni. 
  Aveva troppa paura per la vita dei suoi figli.

  Invece Duryodhana, accecato dall'orgoglio e dall'invidia, aveva piena fiducia nelle capacità guerriere del suo caro amico. Karna, da parte sua, volendo risollevare gli animi si accordò con Shakuni e Duryodhana su un piano che sarebbe servito loro a ridicolizzare i Pandava, che a quel tempo si trovavano a Dvaitavana.

  "Organizziamo un viaggio di piacere," propose Karna, "e portiamo con noi le nostre famiglie e gli amici più cari. Arrivati a Dvaitavana potremo andare a trovare i figli di Pandu e prenderci gioco di loro, mettendo la nostra ricchezza a confronto con la loro povertà. Moriranno dalla rabbia, e noi potremo gustare la gioia del trionfo."

  "Sarebbe bello, ma mio padre non permetterà mai una cosa simile," ribattè però Duryodhana. "Ha troppa paura della loro forza e temerebbe una reazione."

  "Ma non c'è bisogno di dirgli la verità," intervenne Shakuni, "possiamo dirgli che andiamo a controllare i nostri pascoli e le nostre mandrie che sono proprio da quelle parti, e promettergli che non avremo contatti con i Pandava."

  Naturalmente entusiasta per l'idea, Duryodhana la propose al padre.
  Questi non ne fu affatto contento in quanto sapeva che i nipoti si trovavano proprio in quella zona; ma poi, pressato dal figlio, come al solito cedette.

 

59
Duryodhana sconfitto e umiliato

  Così Duryodhana e i suoi amici e fratelli, tutti di ottimo umore, accompagnati da un forte contingente di soldati, si diressero verso i boschi di Dvaita.

  Appena arrivati, Duryodhana ispezionò le sue mandrie e trovatele in ottima salute, distribuì generosi doni ai pastori. Poichè faceva molto caldo, decisero di andare a rinfrescarsi nelle acque di un lago nei pressi della foresta. Ma, giunti nelle vicinanze, si accorsero che un nutrito drappello di soldati si era accampato proprio dove il re voleva fare il bagno.

  Stizzito dall'inconveniente, Duryodhana ordinò a dei messaggeri di andare a dire al comandante di far sgombrare le rive del lago. I portavoce, introdotti al generale, riferirono le parole del loro monarca.

  "Il nostro signore, il glorioso discendente di Bharata, il re Duryodhana, vi ordina di levare l'accampamento e di andare da qualche altra parte, in quanto egli ha scelto questo posto per bagnarsi e far riposare gli uomini e i cavalli. Se non andrete via immediatamente si vedrà costretto a farvi saggiare la sua potenza militare."

  "Noi siamo dei gandharva," ribattè l'altro per nulla intimorito dalle minacce, "e io sono Citraratha, il loro re. Questo lago non appartiene a Duryodhana. Siamo arrivati qui prima noi, dunque nè Duryodhana nè altri possono ordinarci di abbandonare il posto. Che si trovi lui un altro lago dove ristorarsi. Per quanto riguarda la sua forza militare, riferitegli che questa è l'ultima delle nostre preoccupazioni."

  Non appena i soldati ebbero riportato la risposta del gandharva, una grande ira si impossessò del suo cuore e immediatamente ordinò l'attacco. 

  Ma la battaglia si rivelò subito un vero disastro: soverchiati e massacrati dalle armi divine dei gandharva, i Kurava, Karna compreso, dovettero darsi alla fuga. Sul campo rimase solo Duryodhana che, schiumante di rabbia, era cosparso su tutta l'armatura e il corpo di sangue e di frecce. Abbandonato da tutti, in pochi minuti venne fatto prigioniero.

  In lontananza i soldati Kurava videro il loro re catturato dai gandharva, e consci di non potersi opporre con le armi, per liberarlo non videro altra soluzione che andare dai Pandava a chiedere aiuto.

  Quando Bhima sentì il racconto rise a voce alta.

  "Erano venuti per prendersi gioco di noi e guarda cosa gli è capitato. Povero Duryodhana. E lui che si fida tanto di Karna! Dove stava costui mentre i gandharva facevano prigioniero il suo amico? Dobbiamo andare da loro e ringraziarli per ciò che hanno fatto."

  Ma Yudhisthira non fu dello stesso avviso.

  "Nonostante i tanti torti che abbiamo dovuto subire per opera sua," disse, "Duryodhana è pur sempre un membro della nostra famiglia, e i suoi soldati sono venuti qui per chiedere protezione e aiuto. Non possiamo rifiutarci di intervenire. Anche se non lo merita affatto, anche se il suo animo è buio come la notte, noi andremo a liberare il figlio di Dritarashtra."

  Allora Arjuna andò a chiedere ai gandharva di liberare il loro prigioniero. Ma poichè essi si rifiutarono, i Pandava combatterono e li sconfissero duramente. Alla fine Arjuna riconobbe nel loro capo l'amico Citrasena, al quale chiese di liberare Duryodhana. Citrasena accettò.

  Duryodhana, demoralizzato, andò via in preda a una profonda sofferenza. Era venuto per umiliare ed era stato umiliato.

 

60
La disperata decisione

  Radunate tristemente le sue truppe, Duryodhana, evidentemente immerso in foschi pensieri, ripartì alla volta di Hastinapura. Tuttavia lungo la strada volle fermarsi in un posto solitario e, sceso da cavallo, si sedette in una posizione yoga. Fu in quel momento che giunse Karna, che era stato costretto alla fuga durante il combattimento.

  "Amico, vedo che sei vivo e ancora in testa alle tue truppe. Ciò vuol dire che sei riuscito ad importi sui potenti gandharva, contro i quali persino i deva hanno difficoltà ad avere la meglio. Gloria a te, Duryodhana; oggi hai compiuto un'impresa che sarà decantata dai poeti nei millenni che verranno."

  Ma Duryodhana lo disilluse subito.

  "Ti sbagli, amico mio. Se sono qui in questo momento debbo ringraziare le uniche persone al mondo dalle quali mai avrei accettato un favore del genere. Io non ho sconfitto i gandharva: i Pandava lo hanno fatto per me. E non è tutto. Pensa che Yudhisthira, ridandomi la libertà, mi ha detto: 'Va via, cugino, non essere più malvagio come lo sei sempre stato.' Capisci? Mi hanno liberato per pietà. Quale umiliazione!"

  Duryodhana si fermò un attimo, come per rimettere in ordine i propri pensieri. Karna intanto era rimasto sbigottito.

  Poi riprese.

  "Non potrò mai sopportare una cosa simile. Tu non li hai visti combattere: il fatto che loro hanno avuto successo dove noi abbiamo fallito è l'ennesima e inequivocabile prova della loro su-periorità. Essi ci sovrastano, non c'è più dubbio alcuno, proprio come Bhishma, Drona, Vidura e Kripa amano ripeterci con assillante insistenza. E io non voglio vivere in un mondo dove costoro ottengono le glorie e io le sconfitte; per cui ho deciso: oggi abbandonerò questo inutile corpo con il quale non riesco a ottenere ciò che desidero. Mio fratello Dusshasana mi succederà al trono e tu gli sarai vicino come lo sei stato con me. Addio, amico mio caro."

  Le insistenze e gli argomenti dei fratelli e degli amici sembrava non riuscissero a fargli cambiare idea: il Kurava, deciso a privarsi di cibo fino a morirne, si era chiuso in sè stesso e non rispondeva più.

  In quel momento gli asura sui loro pianeti si allarmarono. Duryodhana era il loro inviato principale sulla Terra e per frustrazione stava per abbandonare la missione. Subito celebrarono un grande sacrificio, durante il quale chiamarono Duryodhana e lo convinsero a non lasciare il corpo.

  Dopo qualche giorno questi abbandonò il suo proposito e riprese il comando delle truppe, tornando ad Hastinapura.

 

61
Il rajasuya di Duryodhana

  La notizia dell'avvenimento scosse la corte Kurava.

  Tutti rimasero impressionati dalla narrazione delle gesta di Arjuna durante il combattimento contro i gandharva. Bhishma, specialmente, non si lasciò sfuggire l'occasione di rimproverare e mettere in guardia il nipote ancora una volta. Ma stavolta Duryodhana, che non desiderava ascoltare discorsi moralistici, finì con l'insultare il figlio di Ganga che uscì dalla sala disgustato.

  Karna, intanto, rifletteva sulla sconfitta subita che aveva indubbiamente seminato un generale senso di sconforto e un inizio di sfiducia nelle sue capacità. Arjuna infatti era riuscito vittorioso laddove egli aveva fallito. Questo era indubbiamente un punto a suo sfavore, soprattutto se si teneva conto che le speranze di Duryodhana erano tutte riposte in lui. A quel punto bisognava fare qualcosa.

  Infine, dopo tanti ripensamenti, giunse a una soluzione.

  "Amico mio, ho avuto un'idea che credo ti piacerà," disse allora a Duryodhana. "In questo momento di scoraggiamento cosa ci sarebbe di meglio da fare se non celebrare un rajasuya per ribadire la tua supremazia? Io stesso viaggerò per tutta Bharata-varsha e da solo riporterò le stesse vittorie dei quattro Pandava. Seguirò i loro stessi tragitti, e sopraffarò gli stessi monarchi, in modo che si potrà dire che Karna ha lo stesso potere di tutti i Pandava messi assieme."

  E così, con l'approvazione degli anziani Kurava, il prode fi-glio di Surya viaggiò per lungo tempo e ottenne grandi trionfi: tornò ad Hastinapura portando con sè incalcolabili ricchezze e la promessa di fedeltà da parte di tutti i governanti del mondo.

  A quel punto il rajasuya poteva essere celebrato.

  Non appena i preparativi furono ultimati, Duryodhana convocò tutti al suo sacrificio, non tralasciando, con incredibile sadismo, di invitare anche i Pandava.

  "Sì, verremo, e presto," rispose Bhima a denti stretti, "ma non per questo sacrificio, bensì per un altro: quello che vedrà immolati tutti i figli di Dritarashtra insieme a Karna, a Shakuni e a coloro che saranno così folli da mettersi contro di noi. Tornate dal vostro re e riferitegli ciò che ho detto."

  Il rajasuya di Duryodhana fu grandioso, ma a detta di molti neanche lontanamente poteva paragonarsi a quello di Yudhisthira. Ciò nonostante, alla fine del sacrificio questi si sentiva raggiante.

  "O re e amico mio," aveva detto Karna durante lo svolgimento della cerimonia, "fa che io non sia accolto veramente nel tuo cuore finchè non avrò ucciso Arjuna. E giuro che fino a quel momento non mi laverò più i piedi nè mangerò più vivande sontuose."

  Dopo questo voto Duryodhana, che aveva riposto infinita fiducia nel suo più caro amico, considerò i Pandava già morti.

 

62
La disavventura di Jayadratha

  Gli ultimi mesi d'esilio furono i più difficili per Yudhisthira. Era vero che in quel periodo la moglie e i fratelli non gli facevano più pesare il fatto di essere stato il responsabile delle loro disgrazie, ma le notizie provenienti da Hastinapura lo preoccupavano in modo particolare. Era Karna colui che lo inquietava maggiormente, proprio perchè era amico fedele di Duryodhana. Bhishma e gli altri avrebbero sicuramente combattuto contro di loro, ma senza l'ardore che avrebbe invece impiegato questi.

  Per placare l'ansietà di Yudhisthira, decisero di spostarsi e di tornare a Kamyaka.

  Un giorno dalle loro parti passò Jayadratha, il re dei Sindhu. Nelle capanne non c'era nessuno, in quel momento, tranne Draupadi e il guru Dhaumya. Nell'attimo in cui il monarca passava alla testa delle sue truppe, la donna uscì e lui la vide sulla soglia, radiosa come la più bella delle apsara. A tale visione meravigliosa Jayadratha, scosso nei sensi, non riuscì più a continuare la marcia.

  "Kotikasya, amico mio," disse il monarca, "vedi anche tu la straordinaria bellezza che sta sulla soglia di quella capanna, o è un miraggio causato dalla stanchezza? No, io so che è vera. Desidero che diventi mia, sia lei una apsara, una kinnara, una yakshi, una dea, o che appartenga a qualsiasi altra specie umana o celeste. Per favore, vai da lei, e chiedile il nome suo e quello della famiglia."

  Questi, che era il re dei Trigarta e un amico intimo di Jayadratha, fece come gli era stato chiesto. Tornò in breve tempo con le notizie.

  "Amico mio, hai messo gli occhi dove non dovevi metterli. Quella donna è della specie umana, ma è la moglie di cinque uomini potenti come i deva. Si tratta di Draupadi, figlia di Drupada e moglie dei fratelli Pandava. Contro di loro non c'è nulla da fare. E' meglio non importunarli. Andiamocene."

  Ma Jayadratha non connetteva più.

  Spinto dal destino e turbato nel più profondo da tanta leggiadria, non ascoltò minimamente i saggi consigli dell'amico e si precipitò di persona nella capanna.

  Dapprima si comportò con gentilezza, ma poi quando esternò a Draupadi le sue vere intenzioni, questa tentò di scacciarlo. Ma egli non ragionava più in termini di giusto o sbagliato, voleva solo che fosse sua. E nonostante la presenza del santo Dhaumya, la afferrò e la trascinò via, mentre lei urlava disperata i nomi dei mariti.

  Nel frattempo Yudhisthira aveva notato strani presagi che lo avevano allarmato.

  "Bhima, osserva come gli sciacalli ululano e l'intera parte sinistra del nostro corpo è scossa da fremiti incontrollabili. Ci sta accadendo qualche disgrazia. Noi siamo tutti qui e non corriamo alcun pericolo, però Draupadi è rimasta nella capanna senza protezione. Corriamo subito, e speriamo che non sia accaduto niente di grave."

  Appena furono tornati, si accorsero subito che qualcosa era successo; immediatamente gli attendenti raccontarono del rapimento. Rapidi come le aquile presero le armi e inseguirono le milizie di Jayadratha. Appena le avvistarono, lanciarono le loro grida di guerra, terrorizzando i soldati che conoscevano i Pandava di fama.

  In pochi minuti piombarono sul nemico e provocarono un'autentica carneficina; vedendo il suo esercito messo in fuga da soli cinque uomini, Jayadratha temette per la propria vita e anch'egli scappò precipitosamente con la donna sul carro. Ancora non voleva rinunciarvi. Ma Bhima e Arjuna lo videro, e videro anche la moglie, prigioniera sul carro; come furie scatenate, gridando, si lanciarono all'inseguimento.

  Vedendoli avvicinarsi e comprendendo che l'avrebbero raggiunto in pochi istanti, il re abbandonò il carro e fuggì da solo, a piedi. Mentre Arjuna si prendeva cura della moglie, Bhima lo raggiunse e lo picchiò duramente. Fu solo grazie all'intercessione di Draupadi che questi lo lasciò in vita, anche se lo privò della corona e gli tagliò i capelli con la lama della spada. Trascinatolo al cospetto di Yudhisthira, il virtuoso Pandava fu mosso a pietà.

  "Noi non ti uccideremo, non vogliamo che la nostra cara cugina Duhssala diventi vedova così giovane. Bhima ti ha già punito abbastanza: vai, dunque, e non tentare più di prendere con la forza donne indifese che non siano consenzienti."

  Jayadratha se ne andò senza dire niente, ma non riuscì mai a dimenticare l'umiliazione.

  Nel corso del tempo compì severissime ascesi, solo per avere il potere necessario per vendicarsi e sconfiggere i Pandava. Trascorse molti anni sulle rive del Gange a meditare e a mortificare il corpo e la mente: quando alla fine gli apparve Shiva, questi volle conoscere il motivo che lo aveva spinto a tante austerità.

  "Voglio da te, o Shankara, la forza necessaria per vincere i Pandava in guerra," gli disse.

  "Mi stai chiedendo una cosa impossibile," rispose la divinità. "Finchè Krishna è dalla loro parte non è possibile batterli. Neanche io stesso, con tutto l'esercito dei deva a sostegno, potrei fare una cosa simile. Krishna e Arjuna sono invincibili. Però se farai in modo di trovarti di fronte agli altri quattro Pandava senza che Krishna e Arjuna siano nelle vicinanze, allora ci riuscirai. Tuttavia non potrai ucciderli, ma soltanto sconfiggerli in duello."

  Jayadratha non potè fare altro che accontentarsi.

  Nei giorni che seguirono l'incidente, il rishi Markandeya tornò, e ancora deliziò Yudhisthira con le sue storie e i suoi saggi consigli.

  "Io credo di avere avuto una vita sfortunata," disse Yudhisthira. "Siamo sempre stati perseguitati dai nemici e dalle avversità, e non abbiamo mai potuto godere di un lungo periodo di serenità. Dimmi, c'è mai stato un re tanto sventurato quanto lo sono stato io?"

  "In confronto ad altri non puoi proprio lamentarti," gli rispose. "Ricordi che ti narrai la vicenda di Nala? Oggi ti racconterò la sacra storia di Rama, il quale si ritrovò in esilio come te nella foresta, ma senza la compagnia di tanti brahmana e amici; e per la maggior parte del tempo fu anche privato della propria moglie. Ascolta."

  Dopo avergli recitato il famoso Ramayana del rishi Valmiki, Markandeya raccontò anche come Savitri fosse riuscita a fronteggiare Yama con la sola forza dell'amore per il marito.

  Mancavano pochi mesi alla fine del dodicesimo anno.

 

63
Il lago misterioso

  Un giorno, trafelato e visibilmente preoccupato, venne da loro un brahmana.
  "Voi siete i figli di Pandu," disse, "e siete degli kshatriya. Il vostro sacro e primo dovere è quello di aiutare i brahmana, per cui, vi prego, non abbandonatemi. Ho bisogno di voi."

  Yudhisthira rispose:

  "Pio asceta, non temere nulla. Dicci qual è il problema che ti assilla e noi faremo l'impossibile per risolverlo."

  "Poco fa," disse il brahmana, "stavo accendendo il fuoco e ho appoggiato per pochi istanti i miei bastoni arani vicino a un cespuglio. Un cervo che passava lì da presso me ne ha inavvertitamente portato via uno. Allora l'ho inseguito, ma lui è scappato con la velocità del vento e non sono riuscito a raggiungerlo. Senza quel bastone io non posso accendere il fuoco sacro. Vi prego, recuperatelo e ve ne sarò eternamente grato."

  I Pandava si lanciarono alla ricerca dell'animale, ma quando lo avvistarono e tentarono di raggiungerlo, non ci riuscirono. Come aveva detto il brahmana, sembrava che corresse rapido come il vento. I fratelli corsero a lungo sotto il sole cocente e dopo molto tempo, stanchi e scoraggiati, si gettarono all'ombra di un albero, sentendosi ardere da una sete insopportabile.

  "Nakula, fratello mio," disse Yudhisthira, "sali su quest'albero e vedi se nelle vicinanze c'è qualche lago o ruscello dove possiamo dissetarci."

  "C'è un laghetto poco lontano da qui," disse Nakula dopo che fu salito.

  "Vai a prendere acqua per tutti, visto che siamo troppo stanchi."

  Felice di poter finalmente bere, il Pandava corse in direzione del lago e appena arrivò si affrettò a riempire il contenitore. Ma assillato com'era dalla sete, pensò di bere lui per primo. Una voce possente lo fermò.

  "Fermati! Questo lago è di mia proprietà e non puoi bere. Se lo farai, morirai. Ma se saprai rispondere alle mie domande, ti concederò di dissetarti senza pericolo."

  Nakula si guardò in giro e non vide nessuno; spinto dall'arsura bevve l'acqua e cadde avvelenato.

  Gli altri aspettarono a lungo poi, non vedendolo tornare, Yudhisthira disse a Sahadeva di andare a cercare il fratello. In breve questi arrivò al lago e vide Nakula disteso in terra, senza più vita. Disperato per quella tragedia ma anch'egli torturato da una sete insopportabile, pensò di bere. La stessa voce lo bloccò.

  "Fermati! Se berrai quest'acqua prima di aver risposto alle mie questioni, morirai."

  Sahadeva scrollò le spalle e bevve. Lui pure, ucciso da quel potente e misterioso veleno, cadde al suolo senza più vita.

  La stessa sorte toccò ad Arjuna e poi a Bhima. Spaventato per l'inspiegabile ritardo dei fratelli e torturato da una sete intollerabile, Yudhisthira corse di persona sul posto, e lì trovò tutti i suoi fratelli distesi in riva al lago esanimi. Ma quella terribile sete prevalse sul dolore della morte dei fratelli: nel momento in cui stava per bere qualche goccia, la voce misteriosa lo fermò.

  "Fermati! Se berrai quest'acqua ancor prima di aver risposto alle mie domande morirai come sono morti i tuoi fratelli."

  Yudhisthira riuscì a controllare il disturbo della sete e rispose alle difficili questioni di carattere filosofico e morale. La voce misteriosa, soddisfatta, gli disse:

  "Hai risposto bene ai miei quesiti e meriti un premio. Riporterò alla vita uno dei tuoi fratelli. Dimmi, chi vuoi con te più degli altri?"

  "Fa che sia Nakula a tornare in vita."

  "Perchè proprio Nakula," chiese la voce con tono stupito, "e non Bhima dalla forza sovrumana, o Arjuna dal valore incontenibile per gli stessi dei? Nella guerra che dovrete combattere, uno di questi due ti sarebbe stato di maggiore aiuto."

  "Se è destino che tre dei miei fratelli debbano morire, io devo assicurare soddisfazione anche a Madri, ed è giusto che torni in vita uno dei suoi figli. Kunti ha già me, Nakula rappresenterà l'altra moglie di Pandu."

  Per un attimo ci fu silenzio; poi la voce risuonò ancora.

  "Sono molto contento della tua rettitudine e della tua saggezza, e quindi io farò rivivere tutti i tuoi fratelli. Sappi che io sono Yamaraja, tuo padre, e ho voluto metterti alla prova: sono stato io, infatti, a prendere il bastone del brahmana e a procurarvi quella sete intollerabile. Sono molto fiero di te. Io ti benedico: che tu possa mai deviare dalla strada della virtù."

  Dopo aver recuperato il bastone, i Pandava ritornarono all'ashrama.

  E proprio in quei giorni scadde il dodicesimo anno di esilio.

  Ora avrebbero dovuto trascorrere un anno senza farsi riconoscere da nessuno, altrimenti sarebbero stati costretti a tornare nelle foreste per altri dodici anni.

  In quei giorni l'argomento maggiormente discusso riguardò il luogo in cui avrebbero dovuto passare quell'ultimo periodo di esilio.

Google Analytics Alternative