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4. MahaBharata - Virata Parva

VIRATA PARVA

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L'inizio dell'anonimato

      Nello quello splendido asilo in cui avevano trascorso quegli ultimi anni, Yudhisthira chiamò intorno a sè tutte quelle persone che non avendo accettato di vivere lontano da loro, ne avevano condiviso in quel lungo periodo ogni sorta di pene e privazioni.

  "Io non so se potrò dimostrarvi la mia riconoscenza per quanto avete fatto in questi anni. Nè sono sicuro che esista veramente la maniera. La vostra compagnia mi è stata di grande sollievo: se non fosse stato per voi questo ingiusto esilio mi sarebbe pesato molto di più. Il vostro aiuto pratico e i vostri discorsi fondati sulla eterna saggezza che è tesoro solo di pochi eletti hanno fatto sì che passassero in un baleno ben dodici anni. Ma ora mi piange il cuore nel dovervi dire che dovremo forzatamente separarci, perchè se rimanessimo insieme anche quest'anno il vile Duryodhana ci scoverebbe facilmente. Ma si tratta solo di un anno, dopodichè ci ritroveremo per non separarci più. Noi ancora non sappiamo dove andremo; ad ogni modo preferiamo non dirvelo, in modo che non corriate il rischio di rivelare inavvertitamente il segreto. Per quanto vi riguarda, invece, ci sono molti luoghi dove potrete andare ed essere i benvenuti; siete liberi di decidere come meglio vi aggrada."

  Nei giorni che seguirono quasi tutti quei cari amici partirono; rimase solo Dhaumya.

  Con lui i Pandava discussero riguardo al luogo migliore in cui andare: naturalmente loro avrebbero preferito Dvaraka, o Panchala, il regno di Drupada. Ma sarebbe stato troppo rischioso. Quelli sarebbero stati i primi posti in cui le abili spie di Duryodhana sarebbero andate a cercarli. Così, dopo che ognuno ebbe espresso il proprio parere, fu scelto il territorio di Matsya, il regno di Virata. Rimaneva solo da decidere il modo migliore di presentarsi senza destare sospetti.

  "Io dirò di essere un brahmana di nome Kanka," disse Yudhisthira, "e terrò compagnia al re, discutendo delle sottili regole della moralità e insegnandogli a giocare a dadi."

  "Io dirò di chiamarmi Valala," disse Bhima. "Lavorerò come cuoco e ogni tanto darò un saggio della mia forza nell'arena di Virata."

  "Grazie alla maledizione di Urvashi," disse poi Arjuna, "mi farò passare per un eunuco e vivrò negli appartamenti delle donne. Il mio nome sarà Brihannala e insegnerò loro le arti del canto e della danza."

  "Io metterò a frutto la mia conoscenza sui cavalli," disse Nakula, "prendendomi cura delle stalle del re. Mi chiamerò Damagranthi."

  "Io invece mi occuperò delle sue mandrie," affermò Sahadeva, "e dirò di chiamarmi Tantripala."

  "Io sarò Sairandhri," disse infine Draupadi, "e chiederò di lavorare negli appartamenti della regina. Pettinerò i suoi capelli, le terrò compagnia e farò decorazioni di fiori. Dirò di essere sposata con cinque potenti gandharva, cosicchè tutti avranno paura di importunarmi e potrò conservarmi casta senza problemi."

  Partito anche Dhaumya alla volta di Panchala, i Pandava lasciarono così Dvaitavana e si diressero verso la capitale di Virata, famosa per essere una delle città più sfarzose e colme di bellezze artistiche nel mondo intero.

  Arrivati nei pressi della città, si videro costretti a risolvere il problema delle armi; erano troppo vistose e celebri dappertutto perchè potessero portarle con loro. Così decisero di nasconderle fuori delle porte della città. Le avvolsero in un grande lenzuolo, cercando di dare il più possibile all'involucro la forma di un uomo; poi lo nascosero in cima a un grande albero shami. Non del tutto rassicurato, Yudhisthira pensò di lasciarle in custodia a Durga, nel periodo in cui sarebbero stati assenti. Mentalmente pregò la suprema dea dell'universo, affinchè non permettesse a nessuno di avvicinarsi al loro prezioso tesoro.

  La devi allora apparve nella mente del Pandava e gli disse:

  "Yudhisthira, ascoltami. Presto anche quest'ultimo anno terminerà e giungerà per voi il momento di incontrarvi con le malvagie milizie di Duryodhana e di distruggerle. Non temere per le vostre armi, nessuno le toccherà. E non avere neanche paura per il vostro anonimato, poichè nessuno saprà riconoscervi. Andate tranquillamente, io vi benedico."

  Delle persone avevano visto in lontananza sei individui avvolgere qualcosa in un lenzuolo e deporlo sulla cima dell'albero: in un attimo si era sparsa la voce che l'involucro conteneva un cadavere e che degli spiriti maligni vigilavano su di esso. I Pandava alimentarono subito tale diceria, affermando che si trattava del corpo della madre e che, a causa di una maledizione, il suo spirito si sarebbe liberato solo se fosse rimasto per diversi anni in quella posizione senza che nessuno lo toccasse. Per tale ragione essi avevano pregato uno spirito di vigilare sulla morta e di uccidere chiunque ne avesse profanato il corpo.

  Tranquillizzati dal fatto che le armi ora si trovavano in un luogo protetto, per la prima volta nella loro vita i Pandava si separarono e ognuno entrò per conto proprio nella città.

  Yudhisthira fu il primo a chiedere di poter parlare con il re.

  Virata notò subito il portamento nobile del suo interlocutore e si stupì che una tale persona potesse essere un brahmana; comunque lo accolse con tutti gli onori, accettandolo felicemente come compagno e consigliere.

  Alla stessa maniera andò per tutti gli altri, compresa Draupadi che trovò impiego come dama personale di compagnia della regina Sudeshna.

  Virata era un buon re e aveva preso in moglie una donna virtuosa e ben disposta verso tutti. E come accade in tutti i regni governati da sovrani retti e magnanimi, i sudditi vivevano in serenità e benessere.

  Erano già trascorsi quattro mesi, quando nei giorni di Shiva-ratri Virata indisse, come tutti gli anni, una gara di lotta oramai divenuta famosa in tutto il mondo e alla quale partecipavano i più forti atleti. Fra di loro si distingueva Jimuta, il campione dei campioni, così forte che era rimasto praticamente senza più avversari.

  "Kanka, guarda Jimuta," disse Virata durante il torneo. "I suoi muscoli sono d'acciaio e la sua abilità è impareggiabile proprio come la sua insolenza. Non c'è rimasto più nessuno in grado di batterlo oramai."

  "Una volta a Indra-prastha ho visto il cuoco Valala combattere," rispose questi, "e ti assicuro che varrebbe la pena di vederlo in azione contro Jimuta."

  Il re annuì e chiese a Valala se desiderava scendere nell'arena a combattere. Bhima, che non aspettava altro che di sgranchirsi un pò le braccia, accettò immediatamente di affrontare il campione.

  E dopo un combattimento spettacolare il Pandava sconfisse Jimuta e, non ancora soddisfatto, affrontò anche delle bestie feroci che ridusse a brandelli. Tanta forza gli fece guadagnare la stima e l'ammirazione del monarca di Matsya e degli altri dignitari di corte.

  Negli mesi che seguirono la vita trascorse placidamente senza che nulla di particolarmente rilevante turbasse il governo di Virata.

 

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Il sogno di Karna

  Ma qualcosa di importante stava accadendo altrove.
  Facendo qualche passo indietro nel tempo, arriviamo esattamente al periodo in cui Lomasa era tornato dal pianeta di Indra: un giorno questi aveva preso da parte Yudhisthira e gli aveva riferito un messaggio importante che riguardava Karna, l'incubo che minacciava in continuazione i suoi sogni. Indra gli aveva infatti mandato a dire quanto segue:

  "Fai bene a preoccuparti di Karna, che, in determinate condizioni, può realmente rivelarsi più forte di Arjuna. Ma Duryodhana non deve assolutamente risultare vittorioso, quindi farò in modo che egli diventi vulnerabile."

  E in corrispondenza del tredicesimo anno di esilio dei Pandava, Karna ebbe un sogno: di notte gli apparve Vivashvan e il valoroso guerriero gli offrì immediatamente i suoi più rispettosi omaggi. Egli non sapeva che il deva era il suo misterioso padre; tuttavia da sempre lo adorava come sua divinità preferita, e passava molte ore della sua giornata in meditazione.

  Surya gli apparve, dunque, in un'immagine nitida come la realtà del giorno, e gli diede un avvertimento.

  "Tu sei diventato famoso in tutto il mondo per la generosità con la quale elargisci qualsiasi cosa ti si chieda, specialmente se a domandartela è un brahmana. Ma sappi che domani verrà a trovarti Indra camuffato da brahmana e vorrà che tu gli faccia un'offerta. Se tu ti mostrerai pronto ad accontentarlo, egli pretenderà la tua armatura naturale e i tuoi orecchini celestiali, senza i quali sei molto meno forte. Lo scopo che ha in mente è chiaro: Arjuna è suo figlio e vuole che egli ti vinca nel duello fatidico che avverrà fra pochi mesi. Per questa volta non devi essere caritatevole: non acconsentire alle sue richieste, o sarai sconfitto. Digli di no e sarai salvo."

  In sogno Karna ci riflettè a lungo.

  "Tempo fa ho pronunciato il voto solenne di concedere qualsiasi cosa mi sarebbe stata richiesta, anche la vita stessa. Se quindi domani verrà Indra, avrà ciò che desidera."

  Vivashvan, nonostante fosse rimasto piacevolmente sorpreso e ammirato da quel figlio così fermo nei suoi voti, preferì non rivelargli il segreto della sua nascita.

  "Giacchè sei così determinato," ribattè il deva, "fai come vuoi. Ma quando Indra ti chiederà se vorrai qualcosa in cambio, allora chiedigli la shakti.  Nessuno può sopravvivere se viene attaccato dall'arma personale del re degli esseri celesti. Così, malgrado tu venga privato dell'armatura e degli orecchini, Arjuna sarà ucciso."

  La mattina seguente, quando Karna si svegliò, non si sentiva allegro come al solito, ma piuttosto pensieroso. Quel sogno l'aveva scosso.

 

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Indra chiede la carità

  Quella stessa mattina arrivò un brahmana dal portamento maestoso e solenne, che volle parlargli.
  Il nobile Karna, come faceva con tutti gli ospiti di riguardo, gli offrì il puja e gli rivolse cortesi parole di rispetto. Poi gli chiese se aveva qualche desiderio da esprimere.

  "Sì, c'è una cosa che potresti fare per me," rispose il brahmana, "ma siccome non ho mai potuto tollerare rifiuti, devi prima dirmi se sei pronto a concedermi qualsiasi cosa oppure poni dei limiti."

  Karna sorrise.

  "Tutti sanno che io non metto mai limiti alla carità; puoi dunque chiedermi tranquillamente ciò a cui ambisci."

  "Quando sei nato avevi un'armatura e un paio di orecchini di origine divina che erano parte del tuo corpo. Dammi quelli. Nient'altro mi soddisferà."

  "O brahmana," ribattè Karna, "come ti ho già promesso sono pronto a concederti qualunque cosa, ma riconsidera la tua richiesta: posso darti oro, terre, villaggi e intere città al posto dell'armatura e degli orecchini che sono la sorgente di buona parte dell'abilità con la quale proteggo i cittadini del mio regno. Non privarmene. Accetta qualsiasi altra cosa."

  "Hai detto che avresti soddisfatto qualsiasi mia richiesta. Io non voglio altro che questo. Concedimi dunque l'oggetto dei miei desideri."

  Avendo appurato quanto il brahmana fosse deciso nel suo intento, Karna, felice di mantenere i suoi voti anche a costo di privarsi delle cose più care, davanti allo sguardo ammirato del suo interlocutore, tagliò via dal corpo l'armatura e gli orecchini e glieli porse.

  "Tu sapevi che sono Indra," disse allora questi, "ed eri anche a conoscenza delle ragioni che mi hanno spinto a venire da te; ciononostante non hai esitato a darmi le cose più preziose che avevi: la protezione alla tua vita e la sicurezza della vittoria. Hai rinunciato a tutto ciò per mantenere i tuoi voti. Sei un uomo straordinario. E come segno della mia ammirazione sarò io ora a concederti qualcosa di mio che ti piaccia veramente."

  Ricordando cosa gli aveva suggerito Surya in sogno, Karna disse:

  "Voglio la shakti, la tua arma preferita."

  "Ti concederò quella potente energia," rispose Indra, "ma sappi che potrai usarla una volta sola."

  "Non importa," affermò lui, "non ne ho bisogno più di una volta. La userò quando mi troverò di fronte al mio grande nemico."

  Indra rise, quasi con tono di scherno.

  "Karna, sei un illuso se credi di poter uccidere Arjuna. Egli è invincibile perchè Krishna, la Suprema Personalità di Dio, è al suo fianco e lo protegge personalmente. Non credere perciò di poter fare ciò che è impossibile a chiunque. Io stesso non sono riuscito a sconfiggerli, tempo fa, a Khandava."

  "So chi è Krishna, e conosco anche la relazione che li stringe l'uno all'altro," rispose, "ma nonostante ciò credo di avere sufficienti probabilità per tentare. C'è un'altra cosa che volevo chiederti. Da sempre il mistero della mia nascita ha condizionato la mia esistenza e tu sei uno dei pochi che può chiarirmelo; ti chiedo, per favore, di svelarmi come sono nato e chi sono i miei genitori."

  "Non posso dirtelo, però ti assicuro che presto saprai tutto."

  Proferite tali parole, il deva della pioggia scomparve.

 

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Gli insulti di Kichaka

   Erano trascorsi dieci mesi sereni durante i quali Draupadi aveva impiegato molto del suo tempo in compagnia della regina, discutendo amabilmente con lei di svariati argomenti.

  Sudeshna aveva un fratello di nome Kichaka, il quale era un combattente così forte e degno di rispetto che Virata lo aveva nominato generale del suo esercito.

  Un giorno, mentre questi passava per i giardini della sorella, vide Draupadi, bella come le più splendide apsara quali Urvashi, Tilottama e Menaka. Ammirandola con occhiate avide di cupidigia, Kichaka si fermò, sorpreso che a corte esistesse tale bellezza e che non ne fosse mai stato messo al corrente. Le andò incontro e le chiese il nome.

  "La tua avvenenza mi ha stregato, tanto che ti chiedo di diventare oggi stesso la mia sposa favorita. Ti prego accetta, e io saprò renderti felice."

  "Mi chiamo Sairandhri e sono sposata a cinque gandharva che non posso certo tradire," rispose con gentilezza lei, attenta a non scoprirsi, "e sono molto gelosi, per cui se vuoi continuare a vivere abbandona questa insana idea nata da una improvvisa infatuazione. I miei mariti sono molto forti e vendicativi, e posso assicurarti che se sapessero che hai corteggiato la loro moglie ti ucciderebbero senza farsi tanti scrupoli."

  Detto ciò Draupadi se ne andò rapidamente.

  Kichaka rimase a guardarla andare via senza parole, stupito da tanta meraviglia e da tanta grazia di movimenti. Le parole di Draupadi sembrarono non aver sortito alcun effetto sul generale perchè costui, appena si fu ripreso dallo stupore, si recò subito dalla sorella per raccontarle tutto. Sudeshna cercò di convincerlo in tutti i modi a dimenticarla.

  "Non posso, non ci riesco. Da quando l'ho vista ho perso la mia serenità d'animo e non penso ad altro che a lei. E non credo neanche che col tempo la dimenticherei. Sorella cara, io non ho mai visto una donna così bella e la desidero come mai ho desiderato nulla in tutta la vita. Per favore, aiutami a convincerla. Fa in modo di farci incontrare in un momento propizio affinchè io possa parlarle con calma. Ci riuscirò, ne sono sicuro. Fa questo per me e te ne sarò grato per sempre."

  Credendo che non potesse succedere niente di più serio di qualche proposta al limite rifiutata, Sudeshna promise al fratello che gli avrebbe dato una mano.

  Due giorni dopo la regina chiamò Sairandhri e le chiese di portare da bere a Kichaka che in quel momento era a casa sua. Draupadi era molto preoccupata.

  "Oh no, mia regina, non mandarmi da lui. L'altro ieri mi ha fermata e mi ha fatto delle proposte. Era molto agitato e sembrava aver perso la ragione a causa di una passione malsana. Ti prego, non farmi andare da sola a casa sua."

  "Amica mia, tu ci stai andando su mio ordine, perciò sii certa che non oserà molestarti. Non temere, vai tranquillamente."

  A nulla valsero le preghiere della donna: dovette prendere il contenitore d'oro e dirigersi verso la casa.

  Ma appena Kichaka la vide sulla soglia, i suoi sensi si infiammarono; così, toltole il contenitore dalle mani, tentò di abbracciarla. Terrorizzata, Draupadi riuscì a divincolarsi e a fuggire verso la sala del consiglio dove in quel momento erano riuniti i dignitari di corte. L'assemblea fu interrotta bruscamente dall'entrata della donna che chiedeva aiuto; dietro di lei era intanto sopraggiunto Kichaka, sconvolto dalla rabbia e dalla frustrazione.

  E, davanti a tutti, si ripetè la terribile scena di dodici anni prima: Kichaka afferrò Draupadi per i capelli e la gettò in terra, scalciandola con furia. Tutti guardavano sbigottiti senza dire nulla.

  Quel giorno casualmente anche Bhima era presente. Vedendo la moglie per la seconda volta insultata in quel modo barbaro, il Pandava stava per scagliarsi contro Kichaka, ma con un gesto Yudhisthira fece in tempo a fermarlo. Lei piangeva, sul pavimento, coi capelli in disordine, e imprecava contro quei mariti che non erano capaci di proteggerla. Yudhisthira, per paura che se si fossero vendicati apertamente, le spie di Duryodhana li avrebbero scovati, si sforzò di mantenersi calmo, e riuscì a contenere la furia di Bhima dicendogli parole sagge.

  A quel punto Draupadi si appellò a Virata, ma costui, troppo dipendente dal suo generale, non se la sentì di prendere le sue difese, lasciandola però tornare sconsolata nel suo appartamento.

  Sudeshna appena la vide in quello stato le chiese cosa fosse successo.

  "Tu sapevi perfettamente cosa voleva da me tuo fratello," disse la donna infuriata, "e nonostante ciò hai preteso che io mi recassi da lui. E ora mi chiedi cosa è successo? Quando i miei mariti mi vendicheranno e Kichaka giacerà in terra senza vita, ricordati che sarà stata anche colpa tua."

  Sembrava così sicura di ciò che diceva che Sudeshna cominciò a temere per la vita del fratello.

  Quella sera, quando fu buio profondo, badando bene a non farsi vedere da nessuno, Draupadi uscì dalla sua stanza e andò in quella di Bhima. Lo scosse finchè non lo svegliò.

  "Destati, o Bharata, come puoi dormire dopo che tua moglie è stata insultata e malmenata in quella maniera?"

  Bhima si svegliò e la trovò sofferente e impaurita. Non tollerava di vederla piangere in quel modo, così asciugandole gli occhi le disse:

  "Non preoccuparti più di nulla, regina. Tu sai che io mai avrei permesso che ti accadesse una simile cosa; purtroppo per la seconda volta sono stato costretto a tollerare per obbedire a mio fratello. Ma in quanto a quel vigliacco che ha osato alzare le mani contro di te, una donna indifesa, non sopporterò oltre. I suoi giorni sono finiti; lo giuro. Ascolta: domani devi andare da lui e fingere di averci ripensato e di voler accettare le sue proposte. Dovrai dirgli di venire la stessa notte nella sala degli ospiti dove lo aspetterai. Però il miserabile non troverà te, in quel letto, bensì un gandharva che lo ucciderà."

  Felice per la promessa del marito, Draupadi tornò nelle sue stanze e dormì serenamente.

  Il mattino dopo, la donna fece in modo di farsi vedere da Kichaka e appena ebbe l'occasione di parlare sola con lui gli fece credere che aveva deciso di accettare il suo amore. Fuori di sè dalla gioia per l'insperato cambiamento d'idea dell'amata, tutto il giorno questi non fece altro che pensare a lei e a prepararsi all'incontro; dentro di sè malediva il tempo che sembrava non passare mai.

  Finalmente, tra i tormenti dei desideri della carne, giunse la mezzanotte.

  Quando Kichaka entrò nella sala, Bhima lo stava aspettando, nascosto sotto delle lenzuola riccamente ricamate di modo che, giocando sulla lontananza e sulla penombra, egli potesse facilmente essere scambiato per una donna. Coi sensi infiammati e mormorando dolci parole d'amore, Kichaka si avvicinò e posò la mano sulla spalla di quella figura: purtroppo per lui non si trattava del corpo morbido di una donna, ma di quello di un uomo nerboruto e possente. Di scatto Bhima si rizzò in piedi, ruggendo come un leone infuriato.

  Sorpreso di trovarsi di fronte quella figura gigantesca e infuriata, Kichaka si difese valorosamente e pure invano: dopo un duro corpo a corpo perse la vita.

  La morte del nemico non placò tuttavia la furia bestiale di Bhima; tanta era l'aggressività accumulata in anni di frustrazione che Bhima continuò a far scempio di quel corpo, riducendolo in una palla informe di carne, spargendo sangue su tutte le pareti e in ogni punto del pavimento. In quel momento Draupadi entrò e vide l'orrenda fine che aveva fatto il suo aggressore.

  Soddisfatti, i due tornarono a dormire.

 

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Si diffonde il terrore dei gandharva

    Fu Draupadi stessa la mattina seguente a chiamare le guardie.
  "Venite a vedere cosa è successo al vostro generale. Guardate quello che capita a chi si inimica i gandharva. La sua vita non vale più niente."

  Subito i soldati corsero ad avvertire Virata e Sudeshna, che si precipitarono sul luogo del tremendo massacro. Tutti versarono lacrime per quella tragedia.

  I funerali di Kichaka si svolsero il giorno dopo. In giro c'era molto malumore, specialmente tra i parenti e gli amici del morto, che parlottavano in continuazione. Così quando ciò che rimaneva di quel corpo straziato fu posto sulla pira, uno dei suoi fratelli disse:

  "Giacchè il nostro valoroso Kichaka era così innamorato di quella donna da gettare via la sua vita, che almeno possa averla dopo la morte. Andiamo a prenderla e bruciamola insieme a lui. Che questa sia la nostra vendetta."

  Allora sbraitando forte tutti si rivolsero in direzione di Virata, il quale non se la sentì di opporsi a quello che, anche senza Kichaka, era il clan più potente della città; così permise alla folla di entrare nel palazzo reale e di irrompere nelle camere di Draupadi, che terrorizzata venne trascinata verso la pira.

  Bhima sentì le grida e non ci mise molto a capire cosa stava accadendo. Mascherato in modo da non farsi riconoscere, corse verso il luogo, sradicò un albero e si gettò in mezzo alla calca come un dio della morte, e tanto veloce fu la sua azione che ancor prima che i parenti di Kichaka potessero realizzare quello che stava per avvenire, in pochi minuti decine di loro furono sterminati. Solo alcuni riuscirono a fuggire.

  In breve il campo era diventato un vasto cimitero e Draupadi era stata liberata dalle corde che la legavano.
  Nessuno seppe riconoscere l'autore del massacro.

  Dopo il duro colpo della morte di Kichaka, quell'altra carneficina atterrì la cittadinanza. Si diffuse il terrore che la furia dei gandharva non si fosse placata con quel sangue, e che ora volessero vendicarsi contro tutti. Ma fu Draupadi stessa che volle tranquillizzare la popolazione parlando pubblicamente e assicurando che la rabbia dei mariti si era già spenta. Ma Virata era ancora spaventato.

  La sera stessa parlò alla moglie.

  "Questa donna è troppo bella e i suoi mariti sono troppo forti. Non possiamo correre altri rischi: non deve rimanere oltre in città. Dille di andare via e di cercare altrove una sistemazione."

  Ma quando Sudeshna le riportò la decisione del marito, lei rispose:

  "Cara amica, lasciami rimanere solo per altri tredici giorni, e poi me ne andrò. In questo modo non provocherete l'ira dei miei mariti."

  Considerato che si trattava di poco tempo, Virata fu d'accordo. Infatti mancavano esattamente tredici giorni al termine dell'ultimo anno del loro esilio.

 

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Consiglio ad Hastinapura

  Per tutto l'anno le spie di Duryodhana avevano viaggiato in continuazione in tutto il mondo, nella speranza di trovare i Pandava o almeno qualche traccia. Ma fino ad allora le loro ricerche erano state infruttuose. Una dopo l'altra erano tornate ad Hastinapura.

  Un giorno nella sala del consiglio si ricominciò a parlare dei Pandava.

  "I miei emissari più abili sono tornati," disse Duryodhana, "senza aver trovato indizi. Forse i miei cugini sono morti nella foresta per gli stenti, le malattie, o forse sono caduti vittime di qualche rakshasa. Se così fosse le nostre preoccupazioni sarebbero finite."

  "Non illuderti," replicò Bhishma, "i figli di Pandu non sono tipi da morire in una foresta. Preparati al loro ritorno."

  A Duryodhana aveva sempre dato fastidio la maniera di come quest'ultimo e Drona stesso parlavano dei Pandava; da come li descrivevano, sembrava che fossero gli unici valorosi del mondo.

  "Se non sono morti nella foresta, li incontreremo senza timori sul campo di battaglia," rispose aspramente.

  Ognuno era perfettamente cosciente che mancavano pochi giorni alla scadenza dei tredici anni, dopodichè l'impegno di Yudhisthi-ra sarebbe scaduto e i Pandava sarebbero stati liberi di vendicarsi dei torti subiti. E ognuno sapeva bene quali sarebbero state le reazioni di Bhima, di Arjuna, dei gemelli, di Drishtadyumna, di Krishna e dello stesso Yudhisthira. Niente li avrebbe fermati. Per questa ragione gli anziani, primo fra tutti Dritarashtra, tentarono di convincere Duryodhana a chiedere la pace quando i cugini si fossero ripresentati per riavere il loro regno. Ma il suo atteggiamento non lasciava sperare nulla di buono, cosicchè cominciò a serpeggiava tra di loro un profondo pessimismo.

  Il giorno seguente tornarono anche gli informatori che erano stati inviati a Matsya e raccontarono gli ultimi avvenimenti riguardanti Kichaka e lo strano massacro dei suoi familiari. La cosa era fin troppo evidente per non destare sospetti. Duryodhana e i suoi amici più intimi si riunirono in segreto.

  "In tutta Bharata-varsha si possono contare gli uomini che avrebbero potuto affrontare Kichaka," riflettè a voce alta il Kurava, "e uno di questi è Bhima. Amici, forse li abbiamo trovati. Che si nascondano da Virata?"

  Tra gli amici più fidati di Duryodhana c'era Susharma, il re dei Trigarta, che nutriva un odio viscerale per i Pandava, in particolare per Arjuna da cui era stato assoggettato durante la campagna militare per il rajasuya.

  "La notizia della morte di Kichaka mi rallegra," disse, "perchè questo ci offre nuove prospettive. Noi abbiamo sempre tentato di conquistare il regno di Virata, ma non ci siamo mai riusciti proprio a causa del valore di questo generale. Sono convinto anch'io che i Pandava si nascondono lì. Io propongo di costringerli a tradirsi, a mostrarsi, in modo che possiamo rispedirli nelle foreste. Forse ho un piano; ascoltate."

  E Susharma propose la sua idea diabolica: le sue truppe avrebbero invaso da sud il territorio di Matsya, portandone via le mandrie e costringendo Virata ad accorrere per difendere le proprietà dei suoi cittadini. E il giorno dopo, mentre quella parte del regno fosse stata praticamente priva di protezione, i Kuru avrebbero attaccato dal nord. In questo modo i Pandava si sarebbero sentiti costretti ad intervenire per aiutare Virata, col quale avevano un debito di riconoscenza. Se quella strategia avesse funzionato, li avrebbero riconosciuti.

  Dopo aver studiato tutti i particolari e aver risolto i molti problemi di ordine tattico, il progetto trovò tutti d'accordo. Fu deciso che i Trigarta avrebbero avuto otto giorni di tempo per prepararsi mentre i Kuru avrebbero attaccato il giorno dopo.

  Cominciarono i preparativi per la spedizione di guerra.

 

 

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L'attacco di Susharma

  Penetrando nel territorio dei Matsya dal fronte meridionale, i Trigarta invasero la regione, frantumando senza difficoltà ogni difesa; privi del valido comando di Kichaka i soldati vennero travolti in poche ore e le mandrie rubate.

  Virata fu subito informato dell'aggressione, e organizzò velocemente le truppe, partendo il giorno stesso in direzione del fronte sud. Avendo bisogno di ogni aiuto, portò con sè tutti i Pandava, ad eccezione di Arjuna, creduto un eunuco e quindi ritenuto non adatto al combattimento.

  L'esercito raggiunse l'aggressore il giorno dopo; fu ingaggiata una feroce battaglia durante la quale Virata, preso prigioniero dal forte Susharma, fu liberato da Bhima e dai gemelli. Gli eroi della giornata furono proprio i due figli di Madri, che sfogarono nel combattimento tutta la furia per troppi anni repressa.

  Increduli per tanto inaspettato valore, i Trigarta abbandonarono le mandrie e si rifugiarono in patria.

 

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Arjuna sconfigge i Kuru

      Il giorno seguente, mentre Virata e i suoi soldati erano ancora impegnati contro i Trigarta, i Kuru invasero Matsya varcando i confini settentrionali e sconfiggendo con irrisoria facilità le poche guarnigioni dislocate in quella zona. Quando i mandriani arrivarono trafelati, a corte era rimasto solo il principe Uttara, il giovanissimo figlio di Virata. Tutti gli uomini abili erano con il re a sud. Non rimase loro che lagnarsi con lui.

  "Non preoccupatevi, pastori," disse il ragazzo, "nonostante la mia giovane età io saprò recuperare il maltolto, le nostre mandrie, e punire i ladri. Non temete, partirò immediatamente."

  "Principe," ribatterono i pastori piuttosto preoccupati, "ciò che dici ci sembra impossibile da attuarsi. Noi ti abbiamo detto che tra le file nemiche abbiamo visto anche Karna, Duryodhana, e persino Bhishma e Drona. E' un grande attacco: non hanno mandato solo le truppe. Cosa puoi fare tu da solo, senza l'ausilio dei tuoi militari?"

  "So bene chi c'è tra le file dei nostri avversari, ma non mi spaventano nè Karna, nè Duryodhana, nè nessun altro. Aspettate solo di vedermi combattere. Io vi dico che da solo metterò in fuga i celebri guerrieri Kurava."

  Le spacconate infantili di Uttara fecero sorridere di cuore Draupadi, la quale pensò a come fare per proteggere la vita del ragazzo. L'opportunità gliela diede lo stesso principe, quando si lamentò di non poter, tuttavia, andare perchè gli mancava un auriga valido. Draupadi disse:

  "Se ti manca l'auriga, porta con te Brihannala. Egli saprà guidare benissimo il tuo carro."

  "Ma Brihannala è un eunuco," rise forte il principe e con tono severo continuò: "Come potrà costui partecipare a una battaglia? Quando il campo sarà diventato un inferno, finirà con lo spaventarsi a morte e fuggirà via, lasciandomi solo sul campo di battaglia."

  "Ti sbagli," rispose Draupadi. "Nel passato io so che Brihannala ha guidato anche il carro di Arjuna in un'azione di guerra, quindi deve essere molto esperto. Puoi essere certo che ti sarà di grande aiuto."

  A Uttara, che avrebbe preferito che il gioco finisse lì, non rimase che accettare.

  Dopo poche ore si ritrovò in viaggio verso nord.

  Quando arrivarono in prossimità del confine, i due avvistarono l'esercito dei Kuru, che sembrava tanto simile a un mare in grande fermento.

  A quel punto Uttara cominciò a sudare freddo; davanti a sè c'erano decine di migliaia di esperti di guerra e spietati soldati, capeggiati da eroi celebri per le loro gesta, quali i figli di Dritarashtra, e Bhishma, Drona, Karna, Kripa e tanti altri. Pensando a quei combattenti, dei quali aveva sentito parlare già da bambino e che sino ad allora aveva immaginato più come figure leggendarie che persone reali, si sentì pervaso da un terrore folle, tanto che i capelli gli si rizzarono in testa. Resosi conto che i suoi propositi erano solo le spacconate di un ragazzo, sentì vicina la morte.

  "Brihannala," balbettò terrorizzato, "gira il carro, torniamo indietro. Immediatamente."

  Arjuna si girò e lo guardò sorridendo.

  "Tornare indietro? Ma li abbiamo appena raggiunti. Dobbiamo recuperare le mandrie. Perchè vuoi scappare?"

  "Torniamo indietro, ti dico," gridò. "Ma lo sai chi c'è laggiù che noi pretenderemmo di sconfiggere? Bhishma, Drona, e gli altri. Come puoi immaginare che un ragazzo come me che non ha neanche terminato il suo periodo di studi, possa affrontare quegli eroi che neanche i deva saprebbero battere? Torniamo indietro immediatamente."

  Ma Arjuna si rifiutò di fuggire e cercò di convincerlo ad andare avanti. Al colmo del terrore, Uttara saltò giù dal carro e cominciò a correre nella direzione opposta. Il Pandava si gettò all'inseguimento e lo immobilizzò, rassicurandolo con parole colme di saggezza.

  Nel frattempo i Kuru, da lontano, avevano osservato divertiti la singolare scena del giovane che fuggiva precipitosamente e dell'eunuco che lo inseguiva. Ma mentre tutti ridevano, l'intelligente Bhishma guardava senza ridere.

  "Quell'eunuco somiglia molto ad Arjuna," disse con tono preoccupato a Drona, "e se ciò è vero dovremo prepararci a un duro scontro."

  Messo al corrente delle preoccupazioni dell'anziano, Duryodhana in cuor suo si rallegrò; credeva di aver raggiunto il suo scopo.

  "Se quello è Arjuna, allora ci siamo riusciti. Il tredicesimo anno non è ancora trascorso interamente, e quindi lui e i suoi fratelli dovranno tornare nella foresta per altri tredici anni. E in ogni caso di cosa vi preoccupate? E' solo e noi siamo in tanti. O pensate che egli possa sconfiggere senza aiuti un intero esercito?"

  Gli anziani non risposero, ma dall'espressione del viso di Drona e del figlio Asvatthama era evidente che erano preoccupati. Duryodhana era confuso. Non capiva il motivo per cui quegli eroi invincibili temessero tanto quel solitario avversario.

  Nel frattempo Arjuna era riuscito a convincere Uttara a non arrendersi.

  "Insomma, cosa vuoi che faccia," gemeva Uttara mentre si dirigevano verso il carro, "io, che sono poco più di un bambino? Come vuoi che combatta da solo i Kurava?"

  "Non aver timore," rispose Arjuna, "tu non dovrai combattere; lo farò io al tuo posto. Tu dovrai solo guidare il carro, al resto penserò io."

  Il principe lo guardava sbigottito.

  "Guarda lì, quell'albero shami; tempo fa, degli eroi hanno nascosto sulla sua cima le loro armi tutte di origine celestiale. Vai a prenderle: con quelle non potremo perdere."

  Condotto a forza all'albero, Uttara portò giù il grosso fagotto e quando lo aprì dovette coprirsi gli occhi per proteggersi dal bagliore.

  "Queste sono le armi dei Pandava," disse Arjuna, "e quest'arco è Gandiva. Tutte queste armi sono state date donate loro dagli stessi deva. E chiunque le possiede acquista una forza incomparabile."

  Così il grande eroe, dopo essersi chinato a terra per porgere loro i rispetti, afferrò Gandiva e lo sollevò; e fece vibrare la corda con un vigore impressionante, che causò un tuono talmente assordante che fece tremare i soldati Kurava. Nessuno kshatriya al mondo ignorava quel suono inconfondibile.

  "E' Arjuna, è Arjuna," mormorarono tutti in gran fermento. "Stanno arrivando i Pandava. Che i deva ci proteggano."

  Un panico irrefrenabile si diffuse tra i soldati. Ciò fece arrabbiare Duryodhana.

  "Questo terrore che si è impadronito delle nostre truppe è colpa tua," disse a Bhishma con tono seccato. "Qual è il tuo scopo nel diffondere una paura immotivata? Prima di tutto dovremmo essere ben contenti se quel suono appartiene a Gandiva, poichè ciò significa che Arjuna si è scoperto. Ma se pure egli desideri combattere contro di noi, per quale ragione dovremmo preoccuparci? Abbiamo un possente esercito guidato dai più forti generali del mondo per cui non dovremmo temere neanche i deva con Indra a capo. Questa tua inquietudine non ha ragione di essere."

  Bhishma, che era un maestro di astrologia, smentì seccamente il nipote.

  "Ti sbagli ancora, Duryodhana. Posso assicurarti che il tredicesimo anno è terminato nel momento esatto in cui Arjuna ha fatto vibrare Gandiva, e per quanto riguarda la battaglia contro di lui, fra breve ti accorgerai perchè sono così allarmato."

  Nel frattempo Arjuna, per rincuorare il principe che a quel punto cominciava a sentirsi particolarmente confuso, gli aveva rivelato la sua identità, quella dei fratelli e della moglie. Poi lo aveva messo alla guida del carro spronandolo ad andare contro i Kurava.

  Mentre il carro da guerra si avvicinava sollevando grandi nubi di polvere, i peggiori presagi apparvero nel cielo sovrastante i Kurava: segni che profetizzavano la sconfitta. Tutti i più esperti misero Duryodhana in guardia.

  Fu a quel punto che la furia di Karna esplose.

  "Basta con queste glorificazioni irragionevoli di quel singolo uomo che niente può fare contro di noi. Se avete paura di lui, fatevi da parte, andate a nascondervi, e io darò la vittoria al nostro re."

  Offesi da quelle parole, Kripa ed altri reagirono verbalmente. Asvatthama addirittura, sentendo insultare il padre, stava per scagliarsi contro il figlio di Surya con furia omicida. Ma Duryodhana riuscì a placare gli animi. E si cominciò a disporre le difese, in attesa dell'urto con il celebre figlio di Indra. Il carro era ancora lontano quasi due chilometri, quando tre frecce caddero ai piedi di Bhishma, Drona e Kripa: era un segno di saluto e di rispetto. A quel gesto i tre venerabili acarya sorrisero e benedissero Arjuna.

  Fu una grande battaglia.

  L'incontenibile Pandava sconfisse uno ad uno tutti i maharatha presenti sul campo, riuscendo persino a far perdere i sensi ai sei più grandi, Kripa, Asvatthama, Karna, Bhishma, Duryodhana e Drona. A ognuno portò via un trofeo di vittoria. Massacrati a migliaia, i soldati Kurava si ritirarono disordinatamente oltre i confini: quel giorno era letteralmente impossibile combattere contro Arjuna, che sembrava la morte fattasi uomo.

 

72
Il segreto è svelato

  Uttara era stupefatto: non aveva mai visto nessuno combattere in quel modo, nè pensava che fosse umanamente possibile. E quando vide le truppe Kurava ritirarsi, lanciò grida di gioia e gettò in aria le sue armi.

  Dopo aver recuperato le mandrie e averle riaffidate agli esperti pastori, il Pandava disse:

  "Caro principe, io ti ho aiutato perchè avevo un debito di riconoscenza verso tuo padre, il quale, seppur inconsciamente, ci ha offerto asilo e protezione per un anno. Ma ora in cambio dovrai promettermi una cosa: fino a domani la mia identità e quella dei miei fratelli dovrai tenerla nascosta; nessuno dovrà venire a conoscenza di ciò che è accaduto oggi."

  Uttara promise e dopo aver riposto le armi sull'albero shami, i due si apprestarono a tornare alla capitale. Durante il viaggio parlarono del successo ottenuto.

  Nel frattempo Virata era rientrato dalla battaglia vittoriosa contro i Trigarta e non vedendo il figlio che solitamente lo aspettava fuori delle porte della città, chiese dove fosse.

  "Mentre tu eri in guerra nei territori che si estendono a meridione," lo informarono, "i Kuru ci hanno attaccati a nord e ovviamente non c'era nessuno che potesse contrastarli. Appena il nostro coraggioso principe lo ha saputo, è subito corso a difendere le nostre proprietà. E per quanto riguarda l'auriga, non avendo trovato nessun altro, ha portato con sè Brihannala."

  Virata non riusciva a credeva a ciò che sentiva.

  "Mio figlio è andato da solo contro i Kuru? Ma è una pazzia. Lui è poco più di un ragazzo e ha una scarsa educazione militare: cosa potrà mai fare contro un esercito come quello? e per giunta con un eunuco come auriga?"

  In preda all'ansietà per la sorte toccata al ragazzo, diede disposizioni perchè l'esercito si preparasse per ripartire immediatamente. Intanto che i generali davano le disposizioni, Yudhisthira cercò di calmarlo.

  "Non temere per la vita del principe Uttara, perchè se Brihannala è andato con lui, tuo figlio non corre alcun pericolo."

  A Virata sembrava strano sentire il suo fidato compagno tessere simili lodi di colui che non era neanche un uomo; ma indaffarato com'era nel dare ordini ai suoi collaboratori, non si diede pena di ribattere.

  Passarono ore di angoscia.

  Poi i messaggeri che erano stati mandati in avanscoperta torna-rono.

  "O re, ti portiamo buone notizie. Il principe Uttara e il suo auriga Brihannala stanno tornando vittoriosi. L'esercito del re Duryodhana, forti di grandi eroi come Bhishma, Drona, Karna e tanti altri, è stato messo in fuga. Pensa che queste persone sono già tornate entro i loro confini, lasciando molti morti sul terreno. Non troviamo altra spiegazione al fatto se non quella di attribuire la vittoria a tuo figlio, il quale deve essere riuscito da solo a sconfiggere il nemico."

  Virata stentava a crederci: una simile cosa era impossibile, ma i messaggeri insistevano che quella era la verità, che avevano da poco visto di persona il campo di battaglia cosparso di corpi umani e di animali, di detriti di carri e di armi, e che loro stessi avevano visto Uttara tornare. A quel punto a Virata non rimase altro che crederci. Spumeggiante di felicità e di orgoglio disse:

  "Vieni, Kanka, dobbiamo festeggiare questa incredibile vittoria. Giochiamo a dadi, facciamo festa e aspettiamo spensieratamente il ritorno dell'eroe."

  E mentre giocavano Virata tesseva le lodi di Uttara, paragonando il suo valore a quello di Indra. Ma Yudhisthira rispondeva in tono diverso.

  "Nessuna sorpresa che tuo figlio abbia respinto gli invincibili Kurava, visto che Brihannala era con lui."

  A quel punto il re cominciò a spazientirsi.

  "Insomma, come puoi pensare che un eunuco sia stato l'artefice di una vittoria così grande? E' più che evidente che il merito deve essere attribuito a mio figlio perchè è stato lui a riportare il trionfo. O credi forse che sia stato l'eunuco a combattere contro Bhishma e Drona?"

  Ma poichè Yudhisthira continuava ad attribuire il merito della vittoria a Brihannala, Virata perse la pazienza e gli scagliò i dadi sul viso, ferendolo al naso. Al figlio di Pandu uscirono alcune gocce di sangue che gli scesero fino alle labbra. Ma prima che potessero cadere in terra, Sairandhri era corsa a raccoglierle.

  "Che fai?" chiese il monarca evidentemente stupito, "perchè raccogli il suo sangue in una coppa?"

  "Non ti rendi conto di cosa hai fatto," rispose lei. "Se questo sangue si fosse riversato sul pavimento in breve tempo tu, la tua famiglia e tutto il tuo regno sareste stati completamente distrutti."

  Virata era sempre più confuso. Stavano accadendo troppe cose che non riusciva a capire.
  In quel momento arrivò Uttara.

  Mentre il padre tutto inorgoglito correva ad abbracciarlo, il giovane s'accorse che Yudhisthira sanguinava dal naso e che Draupadi gli teneva il calice sotto il mento. Immediatamente gridò:

  "Chi ha ferito quel grande uomo? chi è stato? chi ha commesso tale atto suicida?"

  "Sono stato io," rispose il padre, "ma non adombrarti per una cosa di così poca importanza e festeggiamo invece la tua grande vittoria."

  "Tu non sai come stanno le cose. Io non ho sconfitto quei grandi eroi, nè mai sarei riuscito a farlo. Qualcun altro l'ha fatto salvandomi la vita e le proprietà del nostro regno. E non sai neanche immaginare chi è colui che hai osato colpire. Chiedigli subito perdono, o tutti noi periremo come moscerini in un grande fuoco."

  Con le idee sempre meno chiare, per fare contento il figlio, Virata chiese scusa a Yudhisthira.

  "Ma chi è infine questo grande guerriero che ti ha salvato la vita e ha recuperato le nostre mandrie? Perchè non viene a ricevere la mia riconoscenza? Chiunque egli sia gli concederò tua sorella Uttara in sposa e vaste ricchezze e onori."

  "Padre, per oggi questo grande uomo non vuole venire da te; ma domani sarà qui e tu potrai esternargli la tua gratitudine."

  Il mattino seguente, i Pandava si alzarono di buon'ora, ma non indossarono i soliti vestiti. Bagnatisi in acque impregante dei profumi più fragranti e copertisi di sete preziose di fattura squisita, si recarono nella sala reale e presero posto sui seggi riservati ai monarchi ospiti.

  Quando entrò Virata e vide il suo compagno, il cuoco, l'eunuco e i due mandriani che sedevano insieme su quelle sedie solenni, si adirò profondamente.

  "Kanka, tu sei un ospite gradito e un caro amico, ma non hai il diritto di sedere sul trono dei re. E ciò vale anche per gli altri. Perchè vi comportate in questa maniera?"

  Colui che Virata credeva fosse Brihannala l'eunuco, parlò per tutti.

  "La persona che tu conosci come brahmana e giocatore di dadi è invece degna di sedersi nello stesso trono di Indra. E' Yudhisthira, il maggiore dei Pandava."

  Poi, uno dopo l'altro, indicò Bhima, Nakula, Sahadeva, sè stesso e infine Draupadi. Come si può facilmente immaginare, il monarca e tutti i presenti restarono senza parole per la sorpresa.

  Dopo i primi attimi di sbigottimento, ai figli di Pandu furono offerte scuse e grandi onori.

  "Dunque l'eroe che ha salvato mio figlio è Arjuna. E' lui che devo ringraziare per avergli salvato la vita quando per un atto di spavalderia infantile è voluto correre ad affrontare i Kurava. Ieri ho promesso che a questa persona avrei offerto mia figlia Uttara in sposa e spero che, come pegno di alleanza, voglia accettarla."

  A quel punto il giovane principe Uttara accompagnò la sorella nella sala del consiglio. Allora Arjuna parlò:

  "Per un anno, grazie alla maledizione di Urvashi, ho potuto vivere vicino a lei come un eunuco e le ho insegnato il canto e la danza. Io sono dunque il suo maestro e non è corretto prendere come moglie la propria discepola. Ma non posso neanche rifiutarla perchè, essendo stati tanto tempo insieme, qualcuno potrebbe dubitare della sua castità e della mia correttezza: sarà la sposa di mio figlio Abhimanyu."

  I presenti dimostrarono il loro assenso applaudendo alle sagge parole di Arjuna.

 

73
Il matrimonio di Abhimanyu

    La notizia che i fratelli Pandava avevano terminato con successo il loro ultimo anno di esilio si diffuse in tutto il mondo e seminò sgomento ovunque. Ciò significava che con tutta probabilità presto sarebbe scoppiata la guerra.

  In quei giorni costoro, con i loro amici più intimi, si trasferirono a Upaplavya, una delle città del regno di Matsya, dove cominciarono a prepararsi militarmente nell'eventualità di un conflitto.

  Non tardarono ad arrivare tutti gli alleati.

  Prima Krishna e Balarama, poi Drupada, Satyaki e migliaia altri re e grandi eroi cominciarono ad affollare la città, tutti ansiosi di vendicare i torti inflitti agli amici.

  Ma nel mezzo di tanto fermento guerriero in quei giorni ci furono anche momenti di gioia, quando fu celebrato lo sfarzoso matrimonio tra Abhimanyu e Uttara.

  Le nuvole nere della guerra prossima non oscurarono fortunatamente quella giornata felice.
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