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10. MahaBharata - Epilogo

EPILOGO

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I festeggiamenti per la vittoria

  Ci furono momenti di grande giubilo quando i Pandava con Dristadyumna, Satyaki, Shikandi, i cinque figli di Draupadi e gli altri sopravvissuti al grande massacro, fecero ritorno all'accampamento. E dopo che tutti si furono cambiati i vestiti, lavati e riposati, montarono sulle rispettive cavalcature ed entrarono indisturbati negli accampamenti nemici, come era d'uso in quel tempo per i vincitori.

  Giunti davanti alla tenda di Duryodhana, Krishna guardò l'amico e gli disse:

  "Arjuna, la vittoria è nostra. I nemici sono stati tutti sconfitti, ma i pericoli non sono ancora terminati. Ti prego, scendi dal carro e prendi con te Gandiva e le frecce."

  Senza chiedere spiegazioni per la strana richiesta e per il tono particolare con cui gli era stata rivolta, Arjuna fece come gli era stato detto.

  Appena fu sceso Krishna lo seguì e in quel momento il grande Hanuman, che era stato sulla bandiera del Pandava fino ad allora, saltò in cielo e scomparve. Coloro che si erano trovati ad assistere a tale prodigio stavano ancora commentandolo quando il carro che Agni aveva affidato ad Arjuna, all'improvviso, fu avvolto da voraci lingue di fuoco. In pochi istanti non rimaneva che un cumulo di cenere.

  Arjuna era stupefatto.

  "Cos'é successo? perché il mio carro é stato preso in quel modo dalle fiamme? Cosa è stato a causarle?"

  "Non ti sei mai chiesto per quale ragione le potenti armi di Bhishma, di Drona e degli altri non ti abbiano distrutto?" rispose il divino Vasudeva. "Non sai che neanche gli stessi esseri celesti sarebbero stati in grado di resistere alla forza dei guerrieri che hai affrontato? Tu sei ancora vivo perchè la mia presenza ti ha protetto. Avevi un compito da assolvere e questo ti ha reso invulnerabile. Ma appena lo scopo é stato raggiunto e io l'ho abbandonato, quelle armi, che attendevano di poter avere effetto, hanno distrutto il carro. E se tu vi fossi rimasto sopra, avresti fatto la stessa fine."

  In un lampo tutti compresero quanto fosse stata determinante la presenza di Krishna alla guida del carro di Arjuna.

  I festeggiamenti cominciarono: i corni, le conchiglie e altri fiati, accompagnati da differenti tipi di strumenti a percussione, suonarono senza interruzioni per ore. Si respirava un'atmosfera talmente carica di felicità che tutti presero a giocare e scherzare fra di loro. Krishna non era affatto contrario a quella festa, anzi ne fu contento perchè voleva che si dimenticasse lo spiacevole incidente di Samanta-panchaka e le rudi parole di Balarama. Tuttavia qualcosa lo preoccupava ancora, ma nessuno ci fece caso.

  A notte inoltrata la festa terminò e ognuno volle tornare alla propria tenda. Erano stati giorni tremendi, avevano molto sonno arretrato.

  "Yudhisthira," disse però Krishna, "lascia che altri tornino a riposare. Noi rimarremo qua, assieme ai tuoi fratelli e a Satyaki."

  Il figlio di Pandu non capiva esattamente il perchè, ma dato che era abituato a seguire i consigli dell'amico accettò la proposta. Le truppe, assaporando un riposo senza sveglia forzata, si incamminarono verso l'accampamento.

 

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Il massacro notturno

  I Pandava si erano da poco allontanati dalla scena del duello fra Bhima e Duryodhana ed erano in pieno festeggiamento quando Sanjaya, tornato al lago, aveva trovato il re in terra, agonizzante, che tentava di difendersi dalle bestie feroci che volevano cibarsi delle sue carni. Vedendolo in quelle condizioni, nella polvere, che perdeva sangue da più punti, e con i fianchi spezzati dalla gigantesca mazza di Bhima, Sanjaya pianse per lui.

  "Non dispiacerti per me," gli disse con un filo di voce il Kurava morente, "perchè la mia morte è gloriosa, mentre la loro vittoria è infame."

  Poi svenne per l'intenso dolore.

  Nonostante tutto, il cuore di Duryodhana era ancora invaso da un odio profondo per i figli di Pandu.

  Sanjaya rimase con Duryodhana, mentre la notizia della sua caduta giungeva fino ad Hastinapura. I cittadini, che a parte la questione che riguardava i Pandava, non si erano mai dovuti lamentare del suo governo, vennero a porgere l'ultimo saluto al figlio di Dritarashtra. Nel frattempo anche Asvatthama, Kripa e Kritavarma erano arrivati sul luogo e si erano seduti accanto a lui.

  Duryodhana soffriva intensamente, le ferite erano molto profonde. Le persone lì presenti furono prese da una rabbia incontrollabile. Specialmente Asvatthama, la cui furia si accese come il fuoco del sacrificio quando il purohita vi getta dentro il burro chiarificato. Trascinato dall'emozione, fece un voto che sembrò a tutti un vero suicidio.

  "Stanotte stessa, lo giuro, anche se Krishna stesso dovesse essere presente, io sterminerò i Panchala e i Pandava. Duryodhana, dammi il permesso di vendicarti."

  Nel sentire quelle parole, egli sorrise.

  "Asvatthama, ti ringrazio. Non sai quanto mi renda felice questo tuo proposito. Ti nomino comandante del mio esercito, anche se siete rimasti solo in tre. Trionfa tu laddove i più grandi guerrieri del mondo non sono riusciti. In tal modo trasformerai questi dolori in delizie perpetue."

  Avendo soggiunto che non sarebbe morto finchè il figlio di Drona non avesse assolto il suo voto, il Kurava cadde in un forte stato di sfinimento. Essi lo lasciarono per dirigersi verso sud.

  Nessuno dei tre riusciva a pensare ad altro: come distruggere i loro nemici? Sembrava un'impresa disperata. Arjuna, Satyaki, gli altri fratelli Pandava, Drishtadyumna, Shikhandi, i restanti Panchala, tanti altri eroi che erano ancora vivi... e avevano le truppe ad aiutarli; mentre loro erano soli, stanchi, feriti, scoraggiati; come potevano mai sperare in una vittoria?

  Non avevano fatto molta strada quando decisero di accamparsi e riposare. Ne avevano proprio bisogno. Kripa e Kritavarma si addormentarono subito, ma Asvatthama non ci riuscì. La sua mente era ossessionata dallo stesso pensiero, non aveva pace: in che modo vendicare Duryodhana, suo padre, e tutti gli altri caduti per mano dei Pandava? era vero che Duryodhana aveva agito da empio, ma loro si erano forse comportati bene? E giacchè lui stava pagando le sue colpe con la morte, non era forse giusto che accadesse altrettanto a loro?

  Intanto che rimuginava tali pensieri, il suo sguardo si era posato su uno stormo di corvi che dormiva sui rami di un albero. Improvvisamente un grosso gufo, approfittando del loro sonno, li assalì e, senza dar loro possibilità di scampo, li ammazzò tutti. Come un lampo, quella scena fece balenare ad Asvatthama un'idea. Eccitato, destò gli altri due.

  "Svegliatevi, svegliatevi, ho capito cosa dobbiamo fare contro i nostri nemici," disse con voce concitata.

  E raccontò loro dell'assalto del gufo.

  "Siamo rimasti solo in tre, e contro i Pandava non abbiamo speranze di vittoria. Ma se li assaliamo mentre dormono non avranno il tempo nè di difendersi nè di fuggire, e noi potremo ucciderli."

  Kripa e Kritavarma non furono affatto entusiasti dell'idea.

  "Un atto del genere non è stato mai preso neanche in considerazione da uno kshatriya che voglia considerarsi degno di questo nome," disse l'anziano maestro. "Questa non è un'azione di guerra: è un orrendo crimine, tra i peggiori che siano mai stati escogitati. I nostri nomi resterebbero per sempre macchiati: verremmo ricordati come coloro che hanno eliminato nel sonno i propri nemici. Atti di questo tipo contribuiscono a diffondere la noncuranza delle leggi di Dio nella società, che dovremmo invece proteggere. Francamente a noi non sembra una bella idea."

  "La noncuranza delle leggi di Dio?" ribattè Asvatthama. "Ma cosa state dicendo? Chi in questa guerra le ha osservate? Nessuno, nè noi nè loro. Dunque perchè ora dovremmo farci degli scrupoli? Quando Drishtadyumna ha colpito mio padre mentre meditava, ha forse pensato allo kshatriya-dharma? o ha agito come il più vile degli Yavana? E cosa ha fatto Satyaki a Bhurishrava? Eppure è un Vrishni, il cugino di Krishna, ed appartiene a una delle stirpi più nobili. Anche lui ha commesso un crimine tra i più deplorevoli. E Arjuna, ha forse sconfitto Karna nel modo più cavalleresco? No, lo ha colpito mentre era a terra, senza carro e senza armi, mentre tentava di sollevare le ruote dal pantano. E poi Bhima, come è riuscito Bhima a sconfiggere Duryodhana? Sarebbe stato capace di colpirlo a morte in un duello leale? E non è stato un atto di viltà da parte dei Pandava quello di farsi precedere da Shikhandi quando hanno attaccato Bhishma? Sono stati leali, loro? E poi Krishna, che aveva promesso di non partecipare alle ostilità, non è stato forse lui a oscurare il sole, salvando così Arjuna? E non è stato sempre lui che ha mandato Ghatotkacha di notte contro Karna, costringendolo a usare la shakti? No, amici, la vittoria dei Pandava non è stata affatto ottenuta lealmente nè è benedetta da Dio, e noi non incorriamo in nessun peccato se li puniamo nell'unica maniera della quale siamo capaci."

  Vedendoli ancora titubanti, Asvatthama aggiunse:

  "Comunque se voi non volete aiutarmi, sappiate che io lo farò ugualmente, con o senza di voi."

  A quel punto, pur profondamente contrariati, Kripa e Kritavarma capitolarono e si associarono al più vile massacro contemplato dalla storia delle popolazione aryane. Sfoderando la spada che Shiva gli aveva dato, Asvatthama montò sul carro da guerra, seguito dagli altri due.

  In poco tempo arrivarono agli accampamenti dei Pandava. Essi ignoravano che i cinque fratelli con Krishna e Satyaki non fossero lì, e che si fossero fermati a riposare negli accampamenti deserti che appartenuti agli sconfitti.

  Lasciati gli altri due a sorvegliare le uscite in modo che nessuno potesse fuggire, Asvatthama entrò con cautela all'interno del recinto. La guerra era finita, gli alleati non pensavano che potessero sussistere altri pericoli, per cui non avevano organizzato una sorveglianza molto stretta. Quindi il brahmana potè entrare con irrisoria facilità nella tenda dove dormiva Drishtadyumna, l'assassino di suo padre. Sorpreso nel sonno, questi non riuscì ad opporre alcuna resistenza e Asvatthama lo uccise strangolandolo con la corda dell'arco.

  Sentendo il rumore della colluttazione e pensando all'attacco di qualche rakshasa, i Panchala si svegliarono di soprassalto e corsero tutti fuori dalle tende con le armi in pugno, ma non fecero in tempo a difendersi: cogliendoli di sorpresa, Asvatthama imperversò come Shiva nel giorno della dissoluzione dell'universo. Correndo e ruggendo come un ossesso e appiccando fuoco a tutte le tende, uccise i cinque figli di Draupadi mentre ancora dormivano e la stessa sorte toccò ai fratelli Yudhamanyu e Uttamaujas, i due bravi assistenti di Arjuna. Poi anche Shikhandi morì.

  Ci fu una fuga disperata; ma tutti coloro che erano riusciti a sfuggire alla furia di Asvatthama, trovavano ad attenderli Kripa e Kritavarma che colpivano a morte chiunque senza pietà. In pochi minuti un silenzio che sembrava quasi irreale, avvolse l'accampamento: erano tutti morti.

  Così in men che non si dica quei grandi eroi che erano riusciti a sopravvivere a incredibili giorni di lotte sovrumane, nel giro di brevissimi istanti erano stati decimati dalla vile ferocia del figlio di Drona.

  Per nulla turbati da ciò che avevano fatto, i tre andarono a portare la notizia al re moribondo. Oramai nei loro cuori erano scomparse la nobiltà e la rettitudine che sorgono dall'osservanza delle leggi del dharma, per cui essi erano davvero convinti di non aver agito male.

  Arrivati a Samanta-panchaka, Asvatthama si chinò su Duryodhana e lo chiamò.

  "O re, sei ancora vivo? Sappi che ho mantenuto la mia promessa. I Panchala sono tutti morti, e anche i figli dei Pandava hanno seguito la loro sorte. Solo i cinque fratelli, Krishna e Satyaki sono rimasti in vita. Abbiamo avuto la nostra vendetta."

  Duryodhana aprì gli occhi e con un sorriso raggiante disse:

  "Ciò che hai fatto è incredibile. Non credevo che sarebbe più potuto accadere. Raccontami come ci sei riuscito."

  E il figlio di Drona narrò la storia dell'attacco notturno.

  Sentendo quelle parole, Duryodhana scosse la testa e disse:

  "O brahmana, come hai potuto fare una cosa del genere? Neanche io sarei stato capace di compiere un atto tanto diabolico, ed esserne venuto a conoscenza non mi fa morire contento."

  Detto ciò, Duryodhana esalò l'ultimo respiro.

 

139
La punizione di Asvatthama

  Proprio in quel momento Sanjaya, che stava raccontando a Dritarashtra quegli ultimi avvenimenti, non riuscì più a vedere nulla. Così non potè continuare la narrazione.

  "O re, con la morte di tuo figlio il potere che Vyasa mi aveva conferito è stato revocato, e non potrò più raccontarti di cose che avvengono a distanza di spazio. Ma ciò che più ti premeva lo hai saputo: la guerra è persa, Duryodhana, i suoi fratelli e tutti i suoi amici sono morti. Ciò che ti era stato predetto dalle persone più sagge è accaduto."

  Dritarashtra, disperato, piangeva e non riusciva a trovare pace.

  "Ah, se avessi ascoltato il saggio Vidura allora, tutte queste tragedie si sarebbero potute evitare! Io pensavo che parlasse solo per procurare benefici ai miei nipoti, e invece i suoi consi-gli erano assolutamente senza secondi fini. Dovevo dargli ascolto quando alla nascita di Duryodhana mi disse di ucciderlo, di non lasciarlo vivere. Ma io pensai: come può costui essere così crudele da suggerirmi di sopprimere il mio primogenito? E invece se lo avessi fatto, ora avrei con me gli altri miei figli, gli amici, e nulla di tanto abominevole sarebbe accaduto."

  E intanto che il re cieco si lamentava penosamente, la terribile notte terminava, e il sole cominciava a sorgere sulla vasta piana di Kurukshetra, illuminando i risultati di uno degli ultimi atti nefasti della stirpe kshatriya di dvapara-yuga.

  Il più riprovevole lo aveva sicuramente commesso Asvatthama, il figlio del maestro...

  Tuttavia qualcuno era scampato al terribile eccidio notturno: l'auriga di Drishtadyumna, che era riuscito a nascondersi in tempo. Quando era stato sicuro che i tre si erano allontanati e tutto era ritornato alla calma, era uscito con circospezione dal suo nascondiglio ed era corso da Yudhisthira, negli accampamenti di Duryodhana.

  La notizia folgorò i Pandava e li demolì: l'idea che i più cari amici e i loro stessi figli fossero morti li fece svenire dal dolore.

  Quando si furono riavuti dal colpo, corsero sul luogo del massacro, portando anche Draupadi. Alla vista del corpo del caro amico Drishtadyumna ucciso nella maniera più crudele immaginabile, dei cinque figli martoriati dalla spada di Asvatthama e di tutti gli altri amici e compagni, la loro furia raggiunse i livelli della loro sofferenza e divampò al pari del fuoco che sprigiona dalle bocche di Sankarshana al momento della dissoluzione dell'universo materiale. Tutto ciò era stato così vile ed empio che nessuno riusciva neanche a parlare, riuscivano solo a digrignare i denti per la rabbia impotente.

  Fra i singhiozzi, riversa disperatamente sui corpi dei cinque figli, fu Draupadi a rompere quel tragico silenzio.

  "Sappiate che finchè Asvatthama vivrà, io non mangerò più e mi lascerò morire. Non voglio restare nello stesso mondo in cui vive un essere tanto malvagio."

  "Regina, Asvatthama non può essere ucciso," le rispose Yudhisthira, "perchè è stato benedetto a vivere a lungo. Ucciderlo è impossibile per chiunque, anche per noi."

  "Ma può essere sconfitto e umiliato. Questo può essere fatto. Sulla testa ha un diadema da cui trae la propria forza. Privarlo di quel gioiello equivarrebbe a togliergli la vita, e forse per lui sarebbe peggio della morte. Se farete questo, io interromperò il mio digiuno."

  A quel punto, disperata, la regina si rivolse a Bhima.

  "O Pandava, o discendente di Bharata, tu che hai sempre soddisfatto i miei desideri, ti prego, questo è il più caro regalo che tu possa farmi: cattura Asvatthama e portami il suo diadema."

  Il potente figlio di Pavana, il deva del vento, mai aveva visto la moglie così disperata, così non esitò un istante. Divampando di rabbia come una gigantesca esplosione, le giurò che l'avrebbe accontentata anche questa volta. Prendendo Nakula come auriga, partì all'istante.

  Tuttavia Krishna era preoccupato.

  "Asvatthama ha perso il controllo di sè," disse ad Arjuna. "Non è più il mite e leale brahmana che ricordiamo. Il dolore per la morte del padre l'ha fatto diventare un assassino senza scrupoli nè principi morali. E' diventato pericoloso. E' meglio che andiamo anche noi, perchè non sappiamo cosa potrebbe succedere."

  I due si precipitarono sulle tracce di Bhima, e raggiuntolo poterono constatare che era già riuscito a trovare Asvatthama che era nascosto nell'ashrama di Vyasa, sulle rive del Gange.

  La scena che si presentò ai loro occhi era raccapricciante: mentre il Pandava con l'arco pronto a scagliare frecce, gridava al figlio di Drona di combattere da uomo, costui terrorizzato si nascondeva dietro Vyasa, cercando di evitare la furia di Bhima.

  Ma appena si accorse dell'arrivo di Krishna e Arjuna, vistosi perduto, compì l'atto peggiore che si possa immaginare.

  Con un'espressione sinistra e oramai privo di luce negli occhi, prese un filo d'erba nelle mani e invocò il brahmastra.

  "Possa quest'arma privare per sempre il mondo dai Pandava."

  Krishna capì ciò che Asvatthama stava facendo, e disse ad Arjuna:

  "Asvatthama è fuori di sè, sta chiamando un'arma che non è in grado di controllare e che per nessuna ragione dovrebbe essere usata su questo pianeta. Gli effetti a catena del brahmastra potrebbero distruggere il mondo intero. Ricordi quella volta che salvasti il tuo guru dalle fauci di un coccodrillo? Quel giorno ti insegnò l'arte di contrattaccarlo e anche di ritirarlo. Estingui dunque quella meteora che sta saettando verso di noi, e salva te stesso e i tuoi fratelli."

  Come sempre, obbediente alle istruzioni dell'amico, Arjuna a sua volta invocò la stessa arma. E mentre le due palle di fuoco guizzavano con la velocità della luce l'una contro l'altra, la terra cominciò a tremare e il mare si gonfiò paurosamente. E intanto che le due meteore, avvicinandosi, si espandevano sempre più, risultò chiaro che Asvatthama con quell'ultimo gesto aveva superato in crudeltà la stessa strage notturna: pur di salvarsi aveva messo in pericolo l'esistenza dell'intero pianeta.

  Vista imminente la distruzione del mondo, Vyasa e Narada si frapposero tra i due astra allo scopo di impedirne il contatto ed assorbirne le energie.

  "Queste armi non devono mai essere usate nel mondo dei figli di Manu," dissero. "Dovete richiamarle e neutralizzarle immediatame-nte."

  Ossequiente al comando dei rishi, Arjuna revocò il suo brahmastra, ma Asvatthama non ci riuscì.

  "Grande saggio," disse allora in preda al panico, "io non so come richiamare la mia arma, in quanto mio padre non me l'ha mai insegnato. Perdonatemi, solo ora mi rendo conto di ciò che ho fatto."

  Per un attimo il figlio di Drona temette che quell'energia potesse scaricarsi contro di lui e si prostrò ai piedi dei due saggi chiedendo umilmente aiuto.

  "Ciò che hai fatto è di una crudeltà inaudita," gli rispose Vyasa. "Ora devi ritirare la tua arma e poi consegnare il diadema che porti sulla testa ai Pandava."

  "O rishi," rispose il brahmana, "io vorrei seguire il tuo consiglio, ma come ti ho detto non ne sono in grado. Però posso invertirne la direzione. Invece di distruggere i cinque Pandava, entrerà nei ventri di tutte le loro donne e le farà abortire. In tal modo il mio scopo sarà stato ugualmente raggiunto."

  Così avvenne.

  Il terribile brahmastra si insinuò anche nel ventre di Uttara, che portava il figlio di Abhimanyu. Nel vedere quel bagliore accecante procedere verso di lei, la figlia di Virata implorò il Signore di proteggere suo figlio. Mosso dalle preghiere e dalla devozione della ragazza, Krishna in seguito avrebbe salvato l'embrione, restituendolo alla vita.

  Nel momento in cui Asvatthama decideva di cambiare il corso della sua arma, il Signore sembrò rischiararsi in viso.

  "Tu vorresti uccidere il figlio di Abhimanyu, l'ultimo discendente dei miei devoti" gli disse, "ma io frustrerò questo tuo proposito ridandogli la vita. Per quel che ti riguarda, ti sei comportato nel peggiore dei modi, per cui ti maledico a vagare da solo su questa terra, senza possibilità di avere nè compagni nè amici, e il tuo nome sarà ricoperto dall'infamia. E sarai costretto a vedere quel bambino che tu volevi sopprimere diventare un grande imperatore, paragonabile in gloria e potenza ai suoi nonni e governare il mondo per sessanta anni."

  Graziato anche da Draupadi, Asvatthama si privò della gemma e partì per il nord.

 

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L'abbraccio mortale

  Erano passati quattordici anni dal giorno in cui erano usciti da Hastinapura furiosi, calciando i sassi che incontravano per la strada, e pronunciando le maledizioni più terribili contro Duryodhana e i suoi amici; ora potevano tornarvi, da vincitori, per governarla. Avevano riconquistato il regno che spettava loro di diritto, avevano ottenuto la loro vendetta, eppure non erano felici: come gioire di un regno riavuto in cambio di fiumi di sangue di parenti e amici?

  I cinque fratelli erano tristi. Chetato il fuoco dell'odio, rimaneva solo la consapevolezza che ora avrebbero assistito a raccapriccianti scene di dolore delle madri, delle mogli e degli amici dei morti. Era una tragedia che mai avrebbero voluto testimoniare.

  In quel momento un messaggero li informò che Dritarashtra e Gandhari stavano arrivando per ritrovare i corpi dei figli, e decisero di aspettarli. Quando Yudhisthira vide l'anziano zio, gli si gettò ai piedi, chiedendo perdono. Mosso da tanta gentilezza e umiltà, Dritarashtra lo abbracciò, ma senza trasporto.

  Dopodichè disse:

  "Dov'è Bhima? Voglio mostrargli che ho perdonato anche lui."

  Ma nel momento in cui il Pandava stava per farsi avanti, Krishna lo fermò e gli disse di aspettare.

  Cosa stava per accadere?

  A questo punto occorre che sappiate che la notte in cui Asvatthama perpetrò il vile massacro, Krishna non stava dormendo nell'accampamento dei Kurava, ma si era recato ad Hastinapura con lo scopo di preparare il terreno per l'incontro degli anziani zii con i Pandava; in quell'occasione era entrato nella palestra di Duryodhana e aveva preso con sè una statua di ferro sagomata perfettamente secondo la corporatura di Bhima, contro la quale questi si allenava quotidianamente. Consapevole del grande dolore e della considerevole forza fisica di Dritarashtra, Krishna era sempre stato preoccupato per la reazione che avrebbe avuto allorchè avesse incontrato Bhima.

  Per cui, quando Dritarashtra aprì le braccia, gli spinse la statua contro. Non appena l'anziano sentì l'inconfondibile forma fisica del nipote fra le braccia, non riuscì a trattenere il suo odio e la strinse impetuosamente fino a spezzarla in due. Macchiato del suo stesso sangue, Dritarashtra pensò di aver ucciso l'artefice della morte dei suoi figli, ma non ne gioì. Quello sfogo fisico era servito a scacciare dal suo cuore ogni sentimento malsano.

  "Ho ucciso Bhima," si lamentò. "Cosa ho fatto! Il mio caro Bhima, il figlio del mio amato fratello Pandu. Non volevo farlo. Lui aveva ucciso i miei figli solo perchè erano dei malvagi e degli aggressori, non era nel torto. Perchè non ho saputo frenare il mio odio? Non meritava di morire."

  Sfogandosi in questo modo, Dritarashtra smaltì il suo rancore.

  Appena Krishna capì che il pericolo era passato, disse:

  "O re, Bhima non è affatto morto. Quella che hai spezzato era solo la statua di ferro che tuo figlio usava per allenarsi. Tuo nipote è ancora vivo."

  Il figlio di Vyasa ne fu contento e lo strinse a sè con sincero affetto. Poi abbracciò anche Arjuna e i gemelli.

  Ma rimaneva da placare Gandhari, la quale possedeva notevoli poteri sviluppati grazie alla costante pratica dei principi dello yoga e di austerità. E' bene ricordare che quando aveva saputo che colui che sarebbe divenuto suo marito era privo della vista, Gandhari si era bendata gli occhi e da quel giorno non aveva più voluto vedere nulla. Appena toccò il corpo di Duryodhana, la sua rabbia divampò, ma stranamente non reagì contro i Pandava.

  "Io non nutro alcun dubbio, o Krishna," disse la regina, "che tutto questo sia stato opera tua. Sei stato tu a volere questa guerra e questi morti, perchè avevi un piano in mente. E per ottenere ciò hai protetto i figli di Kunti e di Madri e condannato a morire i miei. Oggi, quindi, io so che se sono priva di figli lo devo a te e non ai Pandava, che hanno agito come strumenti nelle tue mani. Dunque se per le austerità compiute io ho il benchè minimo merito da riscuotere, lo userò per maledirti. Sappi che fra trentasei anni la tua famiglia e tutta la tua dinastia si autodistruggeranno, proprio come è successo a noi. E le donne del tuo casato piangeranno proprio come oggi vedi piangere noi."

  Solo un sorriso provenne dal volto meraviglioso del Signore.

  "Questa tua maledizione è in realtà una benedizione," rispose. "Solo la forza superiore di tante austerità avrebbe potuto distruggere i Vrishni, i quali sono invulnerabili a qualsiasi arma. Accolgo dunque le tue parole come un aiuto che mi hai offerto, allorchè io e i miei compagni dovremo abbandonare questo mondo."

 

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L'incoronazione di Yudhisthira

  Vidura, Sanjaya e Dhaumya completarono la preparazione per la cremazione dei caduti, e una lunga processione si avviò lentamente verso il Gange.

  L'orrore provato nei giorni dei combattimenti ora era uguagliato dalla pena che suscitavano le lacrime delle mogli, dei figli, dei padri, delle madri, degli amici e dei conoscenti che, dopo aver ritrovato fra le montagne dei cadaveri, i corpi dei loro cari andavano ora ad affidarne le ceneri all'abbraccio benedetto di madre Ganga.

  Un fatto però destò la sorpresa dei Pandava: Draupadi aveva appena terminato le esequie dei suoi cinque figli che Kunti celebrò personalmente le esequie in favore di Karna, il suo figlio segreto. La rivelazione della verità sortì un colpo tremendo su di loro, specialmente su Arjuna, il quale tutto avrebbe sospettato meno che il suo più odiato nemico fosse in realtà il suo fratello maggiore.

  Fu Narada Muni a consolarlo.

  "Non angustiarti per lui," disse il saggio, "e non ritenerti colpevole della sua morte. In realtà Karna è caduto vittima della storia della sua vita; ha espiato le numerose maledizioni ricevute durante tutto l'arco della sua esistenza."

  "Grande saggio," chiese Arjuna, "raccontaci le ragioni per cui nostro fratello Karna è dovuto finire in questo modo. Ora più che mai noi siamo interessati a conoscerlo meglio."

  E Narada narrò la storia della vita di Karna, lasciando tutti sorpresi e in ammirazione. Poi l'onorato saggio ripartì.

  Quel giorno stesso Yudhisthira fu incoronato imperatore, mentre Bhima veniva nominato yuva-raja. Si fece festa grande e tutti i dolori furono dimenticati.

  Subito dopo rientrarono ad Hastinapura, così da poter tranquillizzare la popolazione: una folla sterminata attendeva l'arrivo trionfale di Yudhisthira e dei suoi fratelli, che erano accompagnati dall'unico figlio di Dritarashtra rimasto in vita, il virtuoso Yuyutsu.

 

142
Shanti Parva

  Erano trascorsi pochi giorni dall'incoronazione di Yudhisthira che i Pandava videro apprestarsi uttarayana, il momento in cui Bhishma avrebbe lasciato il corpo.

  Allora tutti si prepararono per andare a salutare e onorare il grande santo guerriero. Accompagnati da Krishna e da molti saggi e funzionari di corte, i fratelli, ognuno sulle proprie cavalcature, si diressero verso Kurukshetra.

  Giunti nelle vicinanze del luogo in cui l'anziano Bhishma giac-eva sul letto di frecce, tutti, in forma di rispetto, proseguirono a piedi.

  Fu Krishna a parlare per primo.

  "O Bhishma, solo il più grande fra gli yogi avrebbe potuto resistere per tanti giorni in un situazione in cui il dolore non è sopportabile. Ma in verità, avendo totalmente realizzato la differenza che esiste tra te e il tuo corpo, puoi continuare a stare in questa posizione finchè lo desideri senza che la tua mente ne venga disturbata."

  Bhishma sorrise.

  "Io sono stato in grado di fare tutto questo non grazie alla mia capacità" rispose Bhishma, "ma solo perchè non ho mai smesso di meditare sui piedi di loto di Narayana, il Signore Supremo. E quella persona superiore sei Tu. Incarnato su questa terra come figlio di Devaki e Vasudeva, hai successivamente accettato di essere adottato da Nanda e Yashoda, che sono tra i tuoi migliori devoti. Sei nato su questa Terra per dare piacere ai devoti secondo relazioni diversificate, per distruggere gli empi e ristabilire i principi della religione, e immancabilmente hai ottenuto gli scopi che ti eri prefissato. Quale amante ideale hai soddisfatto Radharani e le gopi, come un figlio ideale hai procurato somma felicità a Yashoda, e come il più fedele tra gli amici hai diviso il tuo tempo e i tuoi giochi con Shridhama, con Akrura, con Arjuna, e con tanti altri. Ma è così difficile nominarli tutti, i tuoi grandi bhakta, che sono numerosi come le onde dell'oceano e gloriosi come Te stesso. Per quanto mi riguarda, io vorrei essere accompagnato per l'eternità dal ricordo di una visione, quella del Vishnu distruttore che si precipita contro di me che, ancora ferito e sanguinante a causa delle mie frecce aguzze, si precipita contro di me brandendo nella mano benedetta la ruota di un carro. Signore, fa che questa immagine mai abbandoni la mia mente sempre assetata di Te."

  Tutti ascoltavano le sacre parole di Bhishma nel silenzio più solenne. Sapevano che esse contenevano l'eterna e indissolubile Verità.

  Poi Bhishma istruì a lungo Yudhisthira sui doveri del re, soffermandosi anche su tutto ciò che riguarda gli obblighi delle differenti classi sociali. E così parlò senza sosta davanti a una platea di saggi e monarchi che ascoltavano con rapita attenzione.

  Finchè il giorno auspicioso arrivò.

  Circondato dalle più celebri e venerate personalità del tempo, Bhishma chiese al Signore di mostrargli la sua forma universale. E mentre le parole di Krishna e i suoni dei mantra vedici recitati dai rishi penetravano nelle sue orecchie e ne allietavano lo spirito, l'anima del grande Bhishma brillante come mille soli uscì da quel corpo martoriato e oramai inutile, e scomparve oltre il cielo.

  Il mahatma fu cremato il giorno stesso: Vyasa stava per lasciar cadere le ceneri nei flutti del Gange, quando la dea stessa, Gangadevi, sorse dalle acque e prese nelle mani quei resti. Per qualche momento il fiume cessò di scorrere; poi riprese il suo normale cammino in direzione dell'oceano.

  I Pandava tornarono ad Hastinapura.

  Qualche giorno dopo Krishna e Satyaki, salutati affettuosamente da tutti, tornavano a Dvaraka.

143
La nascita di Parikshit

  Passarono i mesi.

  Il tempo non sembrava affatto essere d'aiuto a Yudhisthira, il quale non riusciva a dimenticare l'immane tragedia che aveva afflitto l'umanità e ne provava il rimorso più profondo. Durante quel periodo non lo si vide mai sorridere, era sempre triste, inconsolabile. Egli comunque non era l'unico a sentirsi abbattuto. Anche gli altri fratelli erano in uno stato di continua prostrazione.

  Vyasa andava spesso a trovarli e cercava di alleviare le loro pene raccontando storie sacre e parlando dei principi della filosofia dello spirito.

  Un giorno consigliò loro di celebrare l'ashvamedha-yajna. Tutti, e in special modo Arjuna e Bhima, furono lieti di tornare in azione, che per loro era certamente il modo migliore per non pensare. Krishna stesso, che era stato invitato a dare il suo parere riguardo all'idea lanciata da Vyasa, si mostrò entusiasta e i Pandava partirono per il viaggio che doveva servire a trovare le immense ricchezze necessarie alla celebrazione del sacrificio.

  Mentre i Pandava erano impegnati nella loro campagna militare, giunse il giorno in cui Uttara avrebbe dovuto partorire il figlio concepito con Abhimanyu prima della guerra. Da quel giorno, a causa dell'effetto del brahmastra di Asvatthama, le donne direttamente imparentate con i Pandava avevano sempre dato alla luce bambini già morti; ma quel giorno c'era Krishna ad Hastinapura, per cui quando seppe che il momento era arrivato, intervenne e ridonò la vita a quel bambino nato morto. Il neonato, allora, pianse con forza, e tutti provarono una gioia immensa. E fu festa grande in tutta la città.

  Richiamati con urgenza, Yudhisthira e gli altri Pandava tornarono dall'Himalaya e celebrarono l'evento. Il bambino fu chiamato Parikshit, "colui che è nato da una linea estinta".

  Nel giro di qualche settimana, il grandioso yajna fu celebrato e alcuni giorni dopo Krishna e i Vrishni fecero ritorno a Dvaraka.

 

144
Le istruzioni di Vidura

  Nei quindici anni che seguirono la nascita del figlio di Abhimanyu, Yudhisthira fu un re ideale, del tutto degno della gloriosa stirpe alla quale apparteneva; nessuno dei cittadini mai ebbe a lamentarsi, e tutti conobbero grande prosperità e serenità. Il regno dei Pandava fu paragonabile a quello del grande Rama, figlio di Dasharatha.

  Seguendo i consigli di Vyasa, Yudhisthira affidò l'educazione di Parikshit a Kripa, il quale lo istruì perfettamente in tutte le scienze.

  Tutti ormai erano felici; ma non Dritarashtra, a cui neanche gli anni erano riusciti a lenire il dolore per la perdita dei figli. Ed egli invecchiava, e le prime serie infermità cominciavano a minare il suo fisico già torturato dalla ansietà e dalla tristezza.

  Di ritorno da un lungo viaggio durante il quale aveva incontrato il celebre saggio Maitreya, Vidura fece visita al fratello e potè constatare la penosa situazione in cui viveva. Così decise di parlargli apertamente. 

  "Mio caro re, lascia subito questo posto. Non perdere tempo ulteriormente. Ma non ti accorgi che sei diventato schiavo della paura e dell'ansietà? Nessuno in questo mondo materiale può evitare di cadere vittima di questo meccanismo. La Suprema Personalità di Dio, nella veste di Kala, il Tempo Eterno, è sempre vicino a noi, e mai ci abbandona. E chiunque sprofondi nel giogo dell'influenza di Kala, prima o poi dovrà cedere la sua vita, e tutto il resto: ricchezza, onore, figli, terra, la casa. Tanti fra coloro che ti volevano bene, i tuoi figli compresi, sono morti e tu stesso hai già trascorso la maggior parte della tua vita: e ora, mentre vivi in una casa che non è tua, il tuo corpo è tormentato dalle invalidità della vecchiaia. Fin dalla nascita sei stato cieco, e di recente non riesci neanche più a sentire bene; non hai memoria e la tua intelligenza è disturbata dall'inquietudine. Il corpo si sta sfaldando, i denti ti stanno cadendo, il fegato ti sta procurando seri problemi, e tossisci muco in continuazione.

  "Ohimè," continuò Vidura, "per accettare di vivere in questo modo quanto devono essere potenti le speranze di un uomo! Non ti rendi conto che stai vivendo come un animale domestico nella casa dei Pandava e stai mangiando il cibo che ti concede Bhima, lo sterminatore dei tuoi figli? Ma non hai alcuna necessità di condurre vivere un'esistenza così degradante, vivendo dell'elemosina che ti accordano coloro che hai cercato di uccidere col fuoco e col veleno. Tu hai insultato una delle loro mogli e usurpato il loro regno e le loro ricchezze. Te ne sei dimenticato?

  "Nonostante tu non voglia morire, e per questo ti senti pronto a sacrificare ogni senso dell'orgoglio, il tuo miserevole corpo certamente continuerà ad invecchiare e si deteriorerà sempre più proprio come un vecchio vestito. Colui che va in un posto sconosciuto, lontano da tutti e, libero da ogni obbligo sociale, abbandona il proprio corpo materiale quando questo è diventato ormai inutile, è un saggio la cui mente rimane indisturbata in ogni circostanza. E colui che risvegliatosi alla realtà, comprende sia per conto suo che grazie all'aiuto di altri, la falsità e la miseria di questo mondo materiale e abbandona la casa, dipendendo solamente e pienamente dalla Personalità di Dio che risiede nel proprio cuore, è certamente un uomo di prima classe. Per favore, dunque, senza far sapere niente ai tuoi parenti, parti immediatamente per il nord, perchè, sappilo, si sta avvicinando il momento in cui le qualità dell'uomo saranno in netta diminuzione."

  Colpito da quelle parole dure eppure così profondamente vere, Dritarashtra riflettè a lungo, dopodichè decise di ritirarsi nella foresta per affrontare degnamente gli ultimi anni della sua vita.

  Quando la notizia della partenza del grande vecchio si diffuse, molti anziani di corte tra i quali Gandhari, Kunti, Sanjaya e Vidura decisero di seguire il suo esempio.

  Yudhisthira si sentì ancora più solo, e la sua tristezza si intensificò.

  Dopo qualche mese Narada portò a corte la notizia che i suoi parenti avevano raggiunto la perfezione nelle pratiche dello yoga e ottenuto lo scopo ultimo dell'esistenza umana.

  In quel periodo Yudhisthira si dedicò particolarmente all'educazione del nipote Parikshit.

 

145
Gli avvenimenti di Prabhasa

  Erano passati tanti anni, per l'esattezza trentasei dal giorno in cui Yudhisthira era risalito al trono.

  Una mattina il figlio di Dharma aveva appena finito di fare le sue meditazioni quando scorse attorno a sè gli stessi cattivi presagi che erano apparsi poco prima della guerra di Kurukshetra, e intuì che qualcosa di molto grave stava per accadere.

  Nello stesso momento a Dvaraka anche Krishna vide quegli stessi segni e studiandoli in profondità ne dedusse che era arrivato il momento per la sua casata di ritirarsi da questo mondo. Non aveva dimenticato la maledizione di Gandhari, la quale aveva praticato delle forti austerità ed il cui volere doveva perciò essere rispettato. Ma c'era anche qualcos'altro nel passato dei Vrishni, un avvenimento di grave importanza accaduto prima ancora della guerra di Kurukshetra...

  Un giorno i saggi Vishvamitra, Kanva e Narada erano arrivati a Dvaraka e stavano dirigendosi verso la reggia per incontrare Ugrasena, quando alcuni ragazzi Vrishni, vedendo passare quei personaggi dall'aspetto serio e solenne, nella loro innocenza giovanile avevano voluto prendersene gioco. Così, ridendo divertiti all'idea della faccia che i saggi avrebbero fatto, travestirono Samba da donna e gli gonfiarono la pancia con una grossa mazza di ferro; poi lo condussero al loro cospetto.

  "O grandi saggi," dissero in tono scherzoso, "voi che avete il dono della preveggenza, diteci se questa bella ragazza partorirà un maschio o una femmina."

  I rishi non presero bene lo scherzo.

  "Poichè nella pancia egli ha una mazza di ferro," risposero, "partorirà un bastone dello stesso materiale e con quello voi vi distruggerete."

  A quelle parole i ragazzi, che proprio non si aspettavano una reazione simile, spaventati scapparono via e andarono a raccontare tutto al re. Nel corso del tempo Samba partorì effettivamente una grossa sbarra di ferro, che fu ridotta in polvere e dispersa nel mare.

  Da quel giorno erano trascorsi molti anni e tutti, meno Krishna, avevano dimenticato l'incidente.

  Così il giorno in cui Krishna notava quei terribili presagi annuncianti l'avvicinarsi dell'era di Kali, memore di quell'avvenimento, decideva che era arrivato per loro il momento di ritirarsi dal palcoscenico del mondo. Tra l'altro, intossicati e insuperbiti dalla loro stessa potenza, i Vrishni avevano perduto il senso della rettitudine e stavano provocando al popolo molti disagi. Consapevole del fatto che con l'arrivo di Kali e l'influenza che esercitava nel mondo, la sua stirpe avrebbe senz'altro accentuato la propria malvagità, volendo proteggere la pace della gente giusta ne decise la distruzione.

  Per la ricorrenza di Shiva-ratri, i Vrishni andarono a Prabhasa, che era allora il luogo più adatto per celebrare le cerimonie in onore di Shiva. I primi giorni li trascorsero in piena spensieratezza e allegria: nulla faceva prevedere il disastro che sarebbe accaduto da lì a poco.

  Un giorno, dopo aver mangiato in abbondanza e bevuto altrettanto abbondantemente un liquore fatto di riso, alcuni tra loro cominciarono a rivangare vecchi rancori. Satyaki e Kritavarma, che avevano combattuto a Kurukshetra da nemici, presero a rimproverarsi per le rispettive malefatte.

  "Non ho ancora dimenticato che tu e i tuoi degni compari avete massacrato vilmente dei guerrieri nel sonno," esclamò Satyaki che cominciava già ad alterarsi.

  "Proprio tu parli di rettitudine," ribattè il focoso Kritavarma, "tu che hai trucidato il giusto Bhurishrava così vigliaccamente da far sorgere nell'animo di ogni persona virtuosa desideri di giustizia. In realtà tu non hai coraggio, altrimenti non avresti potuto colpire a tradimento un nemico inerme."

  La discussione degenerò.

  Fuori di sè dalla rabbia, con un movimento fulmineo, Satyaki colpì Kritavarma con la spada e lo uccise. Vedendolo morto, i suoi amici si lanciarono contro Satyaki, scatenando una battaglia nella quale tutti dimenticarono i legami affettivi e i vincoli familiari. I Vrishni si massacrarono senza ritegno. Coloro che erano privi di armi presero delle radici di alcune piante che crescevano vicino alla spiaggia e caricatele con i mantra più potenti, le usarono per combattersi e uccidersi fra di loro, proprio come avevano fatto i Kurava a Kurukshetra. Quelle radici erano cresciute dalla polvere della mazza che era stata dispersa nel mare ma che le onde avevano riportato a riva.

  Krishna guardava e non interveniva; Balarama andò via senza partecipare alla battaglia. In pochi minuti la spiaggia si ricoprì di cadaveri; tra gli altri vi erano quelli di Satyaki e Pradyumna.

  Quando il rumore si placò, Krishna si avvide che qualcuno era sopravvissuto. Allora si armò di quelle stesse radici e gliele lanciò contro. L'effetto fu tremendo: tutti caddero morti.

  Dopo quel tragico avvenimento rimasero in vita solo Krishna, Balarama e Daruka.

  "Daruka, amico mio," disse Krishna, "corri ad Hastinapura e racconta ad Arjuna tutto ciò che è successo. Digli che abbiamo bisogno di lui, che venga immediatamente."

  Detto ciò Krishna, il Signore Supremo incarnato, si inoltrò in una densa foresta.

  Il giorno stesso suo fratello Balarama, che era Seshanaga incarnato, in meditazione, abbandonò la sua manifestazione terrena.

 

146
Krishna torna nel suo mondo

  Era sera. Il Signore che prima della battaglia di Kurukshetra aveva parlato parole di eterna saggezza al suo più caro amico, ora vagava per la foresta. Ripensò ai Suoi devoti più cari, ad Arjuna. A quest'ultimo decise di apparire in sogno per parlargli.

  "Amico mio, io sono disceso in questo mondo perchè avevo una missione da compiere. Tutto quello che volevo è stato fatto, per cui non ho ragione di protrarre la mia permanenza in questi luoghi. Kali-yuga si sta avvicinando e non può entrare se io sono presente. Dunque me ne andrò presto. D'altra parte desidero tornare a Goloka Vrindavana, dove mi aspettano tanti devoti dal cuore completamente puro. Ti lascio, ma non esserne rattristato perchè non passerà molto tempo prima che tu mi raggiunga."

  Poi riflettè su come avrebbe dovuto lasciare questo mondo. Avrebbe potuto farlo nel ruolo che gli competeva, da essere divino, ma non volle.

  "Gli atei e gli invidiosi non possono capire la natura trascendentale dei miei atti, non mi accettano come il Signore Creatore e Mantenitore di tutto ciò che esiste. Se io scomparissi nella mia gloria, come potrebbero sostenere le loro tesi diaboliche? Come potrebbero rimanere in questa prigione materiale, che è la cosa che desiderano più di tutto? Ebbene, io darò loro l'opportunità di contestare la mia Natura Suprema morendo come un uomo."

  Intanto che rifletteva si sdraiò e si addormentò.

  Durante la notte in quei pressi passò un cacciatore e notando il Signore per terra lo scambiò per un cervo addormentato. Immediatamente scagliò una grossa freccia che era stata ricavata dal ferro partorito da Samba. Attraverso la pianta del piede, l'arma entrò nel corpo di Krishna, che lasciata dietro di sè una forma materiale, abbandonò la Terra e tornò nel suo mondo spirituale.

  Da quel giorno questo pianeta, privo della presenza personale del Signore, sembra un fiore che abbia perso il suo profumo.

 

147
Dvaraka invasa dalle acque

  Appena Krishna gli aveva dato l'incarico di andare ad Hastinapura, Daruka non aveva perso tempo, ed era corso nella città Kurava.

  Arrivò di prima mattina e raccontò tutto ai Pandava che, esterrefatti, stentavano a crederci; si chiedevano angosciati come avrebbero potuto vivere anche un solo secondo in un mondo dove il Signore non fosse presente.

  L'arrivo dell'auriga di Krishna aveva confermato ad Arjuna che il sogno fatto nella notte appena trascorsa era una premonizione, un chiaro messaggio che il suo amico aveva voluto dargli. Non aveva dubbi: Krishna gli aveva predetto la sua imminente scomparsa. E Arjuna perse la pace della mente.

  Senza far passare un solo minuto, egli si precipitò a Dvaraka.

  Quando arrivò, Vasudeva, il padre di Krishna, tristemente non potè fare altro che confermare ciò che Daruka gli aveva raccontato. A Prabhasa Arjuna vide una scena che aveva già testimoniato in precedenza: i corpi senza vita dei suoi più cari amici, tra cui quello del suo amato discepolo e amico Satyaki. Cercando nella foresta, poi ritrovarono anche le manifestazioni materiali di Krishna e Balarama.

  Scese la notte. Il Pandava rimase ospite dei Vrishni nella reggia reale.

  Il mattino dopo gli dissero che durante la notte Vasudeva e gli anziani di corte avevano raggiunto il Signore grazie alle pratiche dello yoga. La città era oramai senza alcuna protezione. Così decise di radunare tutti i cittadini e di portarli fuori da Dvaraka. La lunga processione si avviò verso Hastinapura.

  La città rimase vuota, desolata, dava l'impressione di una città di fantasmi. E fu allora che accadde una cosa straordinaria: all'improvviso il mare si ingrossò e ruppe gli argini, e man mano che gli abitanti lasciavano la città, l'acqua invadeva Dvaraka. In poco tempo non rimase più nulla, e appena ogni cosa fu sommersa, come d'incanto il mare tornò placido come un lago.

  Camminarono per tutta la giornata. Quando arrivò la sera Arjuna preparò l'accampamento e tutti andarono a dormire.
  Il giorno dopo ripresero il cammino.

  Ma gli avvenimenti eccezionali non erano ancora finiti: durante il viaggio furono attaccati da una grossa banda di feroci briganti, armati e decisi a tutto pur di prendersi le ricchezze e le donne. Quando si vide attaccato, il figlio di Pandu prese Gandiva con l'intenzione di sterminare i malfattori, ma accadde un altro fatto incredibile: l'invincibile eroe che aveva tenuto testa a milioni di grandissimi kshatriya, che aveva sterminato interi akshauhini e contrattaccato le armi umane e divine di Bhishma, Drona, Karna e di altri, non riuscì a ricordare alcun mantra nè ad usare armi; e fu sopraffatto. Riuscì a condurre sana e salva ad Hastinapura solo una parte degli abitanti di Dvaraka.

  Appena giunto al cospetto di Yudhisthira, Arjuna svenne.

 

148
I Pandava si ritirano

  Arjuna era riverso ai suoi piedi, a testa china e lacrime copiose gli scendevano dagli occhi. Yudhisthira pensò che non l'aveva mai visto così disperato e in preda a tanta sofferenza. Così gli chiese:

  "Mio caro fratello, dimmi se i nostri amici della famiglia Yadu stanno tutti bene e trascorrono i loro giorni serenamente. Raccontami di ciò che fanno. Come stanno Shurasena, Vasudeva, Ugrasena, Hridika, Akrura e tutti gli altri? Cosa fa Balarama, la Personalità di Dio? E Shri Krishna, che dà piacere alle mucche, ai sensi e ai brahmana ed è eternamente affezionato ai suoi devoti, è felice insieme ai suoi amici?

  "Arjuna," continuò poi, "ti vedo disperato e in balia dell'ansietà. Dimmi, ti senti male? o qualcuno ti ha mancato di rispetto perchè sei rimasto troppo tempo ospite a Dvaraka? E' successo qualcosa che ti ha reso infelice? O forse ti senti vuoto perchè hai perso il tuo più intimo amico? Arjuna, non tenermi ancora sulle spine, dimmi se il nostro Signore è ancora presente su questo pianeta oppure lo ha abbandonato."

  Ed egli, che era addolorato oltre ogni immaginazione a causa dei forti sentimenti di separazione da Krishna, si provò a rispondere alle domande del fratello. Mentre ricordava il suo viso, la voce gli veniva meno e riuscì a malapena a parlare.

  "O re, la Suprema Personalità di Dio, che mi ha trattato come un amico intimo, mi ha abbandonato. Quindi quello straordinario potere che meravigliò anche i deva ora non mi appartiene più. Egli se ne è appena andato, e ora mi rendo conto che in sua assenza tutto l'universo mi sembra vuoto e privo di qualsiasi attrattiva, come un corpo che sia stato lasciato per sempre dalla vita. Solo per la sua grazia io sono stato in grado di compiere tante imprese formidabili nel corso della mia esistenza, e ora che Lui se ne è andato non sono stato capace neanche di proteggere le donne di Dvaraka dall'assalto di una banda di vili briganti. O re, le notizie che ti porto sono terribili: i Vrishni si sono sterminati fra loro, proprio come la nostra famiglia ha fatto anni fa. E Dvaraka è scomparsa, inghiottita dalle acque dell'oceano. Solo quattro o cinque sono sopravvissuti. Evidentemente così Egli ha voluto. E ora a me non rimane altro che rievocare le sue parole, il suo viso, le cose che abbiamo fatto insieme: così potrò purificare il mio cuore dalla polvere della contaminazione materiale." 

  E Arjuna trovò la pace nel ricordo del Signore Shri Krishna.

  Gli altri fratelli piansero disperatamente. Poi Yudhisthira disse:

  "Questi segni sono chiari: stanno ad indicare che è giunto il nostro momento di lasciare questo mondo. In gioventù non è consigliato che uno kshatriya assolva i compiti che sono propri dei brahmana, ma in vecchiaia è addirittura peccaminoso rimanere attaccati fino alla fine dei propri giorni al trono e ai piaceri che questo comporta. Gli ultimi anni della vita devono essere interamente dedicati al distacco dalle cose terrene e alla concentrazione sul mondo di Dio. Dunque io credo che sia arrivato il momento di seguire il sentiero tracciato dai nostri avi."

  Tutti furono d'accordo.

  In pochi giorni annunciarono la loro decisione di abbandonare la vita politica e di ritirarsi al fine di praticare i principi della rinuncia; poi incoronarono Parikshit imperatore e nominarono Yuyutsu suo tutore e l'anziano Kripa sua guida spirituale. Pochi giorni dopo partivano, salutati da una immensa folla riconoscente, seguiti dalla loro fedele moglie.

  Avevano deciso di viaggiare attraverso i principali luoghi santi di Bharata-varsha.

  Andarono a Dvaraka. Là dove prima sorgeva la favolosa città, ora vi era un'immensa distesa d'acqua: i Pandava in ammirazione di fronte a quel vasto oceano stavano ricordando Krishna e i suoi compagni, quando apparve Agni.

  "Ho saputo della vostra decisione," disse, "e credo che abbiate scelto il momento migliore per ritirarvi. Con la scomparsa di Krishna la vostra missione si è conclusa e non avete altri doveri da assolvere in questo mondo. Ora non vi rimane che restituire a Varuna le armi che vi aveva concesso, grazie alle quali avete sconfitto i Kurava. Gettatele nel mare, ed egli le recupererà."

  Senza esitazione, Arjuna gettò Gandiva e la faretra e gli altri fecero lo stesso con le proprie armi. Privi oramai dei loro ultimi attaccamenti terreni, i Pandava si diressero a nord, verso l'Himalaya.

  Per mesi camminarono senza sosta e arrivarono fino a Meru. Ma mentre viaggiavano sulle vette innevate, Draupadi, stroncata dal freddo e dalle privazioni, cadde in terra senza più vita. Poi, uno dopo l'altro, abbandonarono il proprio corpo dapprima Sahadeva, poi Nakula, Arjuna e Bhima.

  Yudhisthira rimase solo.

  Continuò a camminare senza mai voltarsi indietro, senza mai distogliere la propria attenzione dalla Suprema Personalità di Dio.

  Passò altro tempo.

  Un giorno davanti a sè vide una luce intensa, dalla quale sorse Indra.

  "Sono venuto qui in persona a prenderti, " disse il deva, "per accompagnarti a Svarga. Nella tua vita non hai mai peccato e le tue azioni sono sempre state rette. Come risultato hai dunque pieno diritto di venire con me a gioire dei piaceri dei mondi superiori."

  Yudhisthira sorrise, ma neanche davanti a un'offerta tanto allettante dimenticò di essere giusto.

  "O Indra, ti seguirò senz'altro a Svarga, ma prima voglio sapere dei miei fratelli: sono già lì in tua compagnia? oppure sono andati in qualche altro pianeta? Sappi che io non desidero andare in nessun luogo senza di loro."

  "Certamente. I tuoi fratelli sono le persone più virtuose che siano mai vissute, e hanno abbondantemente meritato l'accesso ai miei pianeti. Vieni via, dunque, non restare ancora in questo mondo colmo di miserie."

  Così Yudhisthira, avendo a quel punto superato tutte le prove, montò sul carro guidato da Matali. Questi spronò i cavalli affinchè corressero al massimo della loro velocità. E mentre il veicolo sfrecciava in cielo, il Pandava diede un ultimo sguardo a questo mondo, ai suoi dolori e alle sue frustrazioni. Poi lo perse di vista.

  In pochi istanti era arrivato ad Amaravati, la capitale di Indra, che Arjuna aveva già visitato durante il viaggio volto alla ricerca di armi celestiali.

  Entrato nel palazzo, Yudhisthira si guardò attorno per cercare Bhima, Arjuna, i gemelli e Draupadi, ma non li vide. C'erano tanti monarchi giusti che conosceva, ma non riusciva a scorgere i suoi parenti.

  "O Indra, mi avevi detto che Arjuna e gli altri erano già qui con te, ma in questo meraviglioso palazzo io non li trovo. In questo momento sono forse in qualche missione?"

  Indra gli lanciò uno sguardo benevolo.

  "Yudhisthira, in questo mondo devi abbandonare gli attaccamenti familiari che sono pertinenti al corpo e alla situazione che avevi sulla Terra. Ora ciò che concerneva la tua nascita precedente non ti riguarda più. Non pensare più a loro e goditi tanta meritata beatitudine."

  "Io non desidero nessuna gioia se non la gusto in compagnia dei miei fratelli. Se non sono qui con te, dove sono? Conducimi ovunque essi siano."

  Indra tentò di convincerlo a dimenticarli, ma Yudhisthira era fermo nel suo proposito. Mentre parlavano, fra molti celebri sovrani del passato notò il vile e malvagio Duryodhana.

 

149
La meta celeste

  Seduto su un trono d'oro interamente ricoperto di sfavillanti gioielli, questi discorreva per l'appunto insieme ai numerosi re che, per la loro stretta osservanza dei principi religiosi, sulla Terra erano sempre stati rispettati. Yudhisthira non poteva credere ai propri occhi.

  "Come può quell'essere invidioso ed empio sedere nel mezzo di quei santi monarchi? Sulla Terra ha provocato solo immani sofferenze e il suo egoismo ha sterminato un'intera generazione di kshatriya. Costui merita il peggiore degli inferni, non le gioie dei pianeti celesti."

  "Abbandona ogni animosità contro Duryodhana," rispose Indra. "Egli ha pagato con la morte il suo debito verso gli dei e ora, grazie alle benedizioni di Balarama e Gandhari e al luogo santo di Samanta-panchaka dove ha lasciato il corpo, secondo le leggi divine ha pienamente meritato Svarga."

  Ma Yudhisthira si rifiutò di stare in un luogo in cui era presente Duryodhana e non vi erano invece i suoi fratelli, e pregò Indra di portarlo ovunque essi fossero. Venne accompagnato lungo una strada.

  Camminò per molto tempo, finchè giunse in un luogo scuro, puzzolente, pieno di insetti e di gente orrenda che gridava e minacciava. In quell'inferno vide Bhima, Arjuna, Nakula, Sahadeva e tanti altri amici e conoscenti che sulla Terra aveva stimato ed amato. Era incredulo: come poteva essere che delle persone virtuose e osservanti delle leggi del dharma soffrissero in quell'inferno mentre il demoniaco Duryodhana sedeva su un trono di gioielli ad Amaravati? Ma effettivamente la cosa non gli im-portava, preferiva restare con i suoi fratelli.

  Passò un'ora.

  All'improvviso, gettando luce in quel luogo buio, Indra apparve e li chiamò.

  "Voi siete stati gli uomini più retti della Terra" disse, " e soprattutto avete avuto la fortuna di godere della compagnia personale del Signore Supremo stesso; quindi meritereste anche più dei pianeti che io posso offrirvi. Eppure state vivendo in quest'inferno. Tuttavia c'è una spiegazione a tutto ciò. Gli kshatriya, per quanto retti siano, devono uccidere e stare a contatto con le ricchezze materiali; per questo anche i più santi devono purificarsi passando, per un certo periodo di tempo, attraverso l'esperienza delle pene infernali. Ognuno di voi ha commesso qualche errore, qualche impurità che avete così espiato. Ma adesso che vi siete purificati da ogni peccato, potete venire con me ad Amaravati."

  I Pandava vissero a lungo nei pianeti celesti in compagnia di deva e rishi dal cuore completamente libero da ogni macchia. Rimasero in questo universo materiale e non seguirono il Signore Krishna nel Suo mondo solo perchè avevano altre missioni da compiere. Ma quelle riguardano altre storie.

 

150
Parole conclusive

  Il male ormai imperversava sulla Terra, quando gli dei avevano chiesto a Krishna di incarnarsi insieme a loro, uniti nella missione di ristabilire gli eterni principi della religione.

  Egli non vi scese da solo, ma portò con sè i suoi eterni compagni. Quando il seme della verità fu piantato e lo scopo della loro nascita ottenuto, il Signore e i suoi compagni tornarono nelle loro dimore d'origine.

  Per qualche tempo il mondo in cui viviamo fu arricchito dalla rara presenza personale di Shri Krishna, il quale prima di ripartire ci ha lasciato le Sue parole che sono l'Eterna Verità che trascende le limitazioni di questo mondo illusorio.

  Chiunque desideri conoscere il Signore dovrebbe studiare e praticare il sacro libro conosciuto come Bhagavad-gita.

  Il Maha-bharata di Vyasa è una storia immortale e fintanto che ci sarà una scintilla di virtù nei cuori degli uomini, questo sarà letto e discusso con sommo piacere.

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