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8. MahaBharata - Karna Parva

KARNA PARVA

 

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Sanjaya racconta

  Il re cieco Dritarashtra, in pena per la sorte dei suoi figli superstiti, non sapeva darsi pace e passava i giorni e le notti a guardare fuori delle cancellate della reggia, aspettando solo il ritorno del fido Sanjaya che gli avrebbe portato le notizie più recenti.

  E quando questi arrivò erano passati solo due giorni dalla morte di Drona. Il suo volto naturalmente non lasciava sperare in nulla di buono.

  "Amico mio," gli disse Dritarashtra, "non farmi attendere ancora. Dimmi degli ultimi eventi. Che sta accadendo a Kurukshetra? Perchè sei tornato a solo due giorni di distanza? I miei figli sono tutti morti o qualcuno di loro è riuscito a sopravvivere alla furia sanguinaria di Bhima? Ti prego, raccontami ogni cosa. Non farmi attendere oltre."

  Sanjaya si sedette e cominciò a descrivere le scene di cui era stato testimone.

  "O re, ancora una volta non sono latore di buone nuove. Dopo che il figlio di Drupada ha realizzato il suo voto uccidendo il maestro Drona, le tue milizie sono state ricomposte da Duryodhana e poste sotto il comando del figlio del suta, Karna. Ma le cose non sono per nulla migliorate; ripetutamente sconfitti dai Pandava, molti altri tuoi figli sono caduti per mano di Bhima e i tuoi soldati sono stati quasi tutti sterminati; e dopo due giorni di duri combattimenti Karna stesso è caduto, vittima delle frecce del figlio di Pandu ma anche della sua stessa sfortuna."

  Dritarashtra parve come colpito da una folgore; sospirando, con le lacrime agli occhi, disse:

  "O Sanjaya, come tu mi hai ricordato spesso, tutti questi lutti sono avvenuti principalmente per colpa della mia debolezza nel trattare con la perfidia di mio figlio. Raccontami, te ne prego, gli avvenimenti di questi due ultimi giorni in ogni particolare."

  E Sanjaya iniziò a parlare.

 

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La nomina di Karna - il sedicesimo giorno

  Quando all'alba del sedicesimo giorno i Kurava e le loro truppe si affacciarono sulla piana di Kurukshetra, alla loro testa c'era Karna.

  Quello precedente era stato veramente disastroso per loro e di notte i generali rimasti in vita, tutti scettici riguardo alla possibilità di una loro vittoria finale, si erano riuniti nella tenda di Duryodhana per discutere di altre strategie e soprattutto per eleggere il nuovo comandante in capo. Tutti avevano proposto Asvatthama, fiduciosi che l'odio che questi portava nei confronti dei Pandava li avrebbe caricati sufficientemente, soprattutto i soldati. Ma il figlio di Drona non sembrava d'accordo.

  "Io credo che la persona più idonea a guidarci, dopo che mio padre e Bhishma sono caduti, sia Karna. E' questi un generale esperto e capace, e odia i Pandava così tanto che potrà condurci all'attacco senza riserve mentali. Eleggiamo dunque lui alla nostra guida."

  Tutti accettarono quel consiglio e Karna, felice di quella dimostrazione di fiducia, fu acclamato dai presenti e poi dalle truppe. Per tale ragione quando il sole sorse per la sedicesima volta dall'inizio di quella guerra, Karna, il figlio segreto di Vivasvan, era alla testa dell'esercito Kurava.

  Solo allora che l'esercito avversario si stava muovendo contro di loro, Yudhisthira potè realizzare quanti bravi soldati fossero caduti negli ultimi quindici giorni e se ne sentì profondamente rattristato.

  Con il suono delle loro conchiglie, Krishna e Arjuna dettero il segnale alle truppe, che si mossero in direzione del nemico.

  In quella giornata non accadde nulla di particolare: Bhima e Arjuna da una parte, Karna dall'altra dissolvevano le fila avversarie come un grande fuoco che si diffonda tra batuffoli di cotone. Ovunque andassero la scena non cambiava affatto: per tutti e per tutto le uniche possibili alternative erano morte e distruzione.

  Un episodio da ricordare è quello relativo allo scontro tra Nakula e Karna: quest'ultimo alla fine risparmiò il figlio di Madri per la promessa fatta in precedenza a Kunti. Altrettanto degno di nota è il duello avvenuto tra i due re, Yudhisthira e Duryodhana. Il Pandava combattè in modo strabiliante, e i soldati furono costretti a portare via il Kurava al fine di salvargli la vita.

  E quando la sera scese, i superstiti di un'ennesima giornata di sangue portarono a riposare le loro membra affaticate e ferite.

  Karna si infilò nella sua tenda senza parlare a nessuno. Prima che venisse a sapere della sua nascita non aveva desiderato altro che trovarsi contro i Pandava su un campo di battaglia, ma ora che finalmente i sogni di tutta una vita si erano avverati, avrebbe voluto che la cosa non fosse mai successa.

  Sconsolato, si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi.

  Solo nella sua tenda, Duryodhana era pensieroso. Aveva visto Karna sconfiggere Nakula e poi risparmiargli la vita, e francamente non riusciva a darsene una ragione. La cosa era così strana che lo rendeva agitato. L'aveva avuto in suo pieno potere, l'aveva sconfitto e privato dei cavalli, del carro, di ogni arma, avrebbe potuto ucciderlo facilmente e non l'aveva fatto: perchè? E ricordò che la stessa scena era già successa nei giorni passati, quando l'amico aveva avuto prima Bhima e poi Sahadeva alla sua mercè, risparmiando inspiegabilmente anche loro. Era un mistero, non riusciva proprio a trovare una spiegazione razionale. Con Bhishma e Drona la cosa sarebbe risultata normale: ancora prima che le ostilità iniziassero, essi avevano precisato che non avrebbero mai ucciso i figli di Pandu, ma Karna, perchè non l'aveva fatto? Eppure decise di non andare da Karna a protestare contro questo suo comportamento poco chiaro: egli era il suo migliore amico e mai avrebbe dubitato di lui.

  Duryodhana non poteva sapere la verità.

 

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Il diciassettesimo giorno

  "Oggi io non tornerò alle mie tende," disse solennemente il figlio di Vivasvan a Duryodhana all'alba del diciassettesimo giorno, "senza prima aver ucciso Arjuna. Questo è il mio voto solenne, e solo se vi riuscirò le sorti di questa guerra potranno ancora volgersi in nostro favore. Ma ho bisogno di qualcosa da te."

  Duryodhana non credeva alle proprio orecchie: se Karna aveva giurato di uccidere Arjuna ci sarebbe sicuramente riuscito; era pronto a fare qualsiasi cosa pur di agevolarlo.

  "Tu sai che non è affatto facile," continuò lui, "perchè Arjuna è fortissimo. Ma io conosco il vero segreto del suo strapotere: è Krishna, che guida il suo carro in modo perfetto. Purtroppo devo ammettere che il mio auriga non è all'altezza di uno scontro del genere. Dunque l'aiuto che ti chiedo consiste nel provvedere che qualcuno fortemente qualificato sia alla guida del mio carro. E l'unico che conosco che è sicuramente all'altezza di questo compito è Shalya: solo lui può condurmi alla vittoria. Convinci dunque il re di Madra a farmi da auriga."

  Duryodhana riflettè sulla cosa.

  "Non sarà facile," ribattè poi, "Shalya è molto orgoglioso; il suo valore in battaglia è incomparabile ed è di stirpe nobile. Al contrario, tu per la società appartieni a un lignaggio inferiore, per cui si sentirà offeso solo a sentirselo proporre."

  Con determinazione, i due andarono alla tenda del monarca di Madra e umilmente gli presentarono il problema e infine la sola possibile soluzione.

  "Io guidare il carro di un suta?" ribattè questi con tono forte. "Duryodhana, tu vuoi insultarmi. Come hai potuto pensare che io avrei accettato di fare una cosa del genere?"

  "Perdona se non abbiamo saputo spiegarci bene," gli disse Duryodhana, che era un abilissimo politico. "Quando ti abbiamo chiesto di guidare il carro di Karna non volevamo certo intendere che fossi inferiore a lui, ma che tu, portandoci alla vittoria, sei persino superiore a Krishna. Guida il carro di Karna come Krishna stesso fa con quello di Arjuna; accetta questo incarico, o Shalya, e fa sì che i nostri eserciti riescano laddove Bhishma e Drona hanno fallito."

  Shalya rimase in silenzio per qualche minuto; poi, memore della promessa fatta a Yudhisthira prima dell'inizio della battaglia, decise di rendersi utile alla giusta causa e accettò la mansione. Ricorderemo infatti che egli aveva rassicurato Yudhisthira che nel giorno della sfida ultima avrebbe fatto di tutto per arrecare disturbo a Karna.

  "A condizione," precisò Shalya, "che durante la battaglia io sia libero di dire e fare ciò che voglio, e che lui non mi dia ordini in tono perentorio come si fa con un normale subalterno."

  "Accetto qualsiasi condizione," disse Karna con tono riconoscente, "e ti ringrazio per il grande onore che mi hai accordato. Ora che tu mi guiderai sono certo di poter sconfiggere Arjuna."

  Così Karna e Shalya si presentarono davanti ai soldati che furono a dir poco entusiasti per quella notizia; tale possente combinazione era la loro ultima possibilità di vittoria, e tutti lo sapevano. Ma chi conosceva bene Karna potè notare sul suo viso un velo di tristezza; non era affatto felice: dentro di sè aveva il presentimento che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di vita.

  Vedendo Duryodhana preoccupato per i numerosi presagi infausti che in continuazione apparivano sopra di loro, Karna spronò il suo auriga.

  "Nobile Shalya, dirigi il carro in direzione dei cinque Pandava, cosicchè io mi avvantaggi del fatto che sono riuniti nello stesso punto e possa sopraffarli una volta per tutte."

  Ma mentre correvano incontro al nemico, Shalya rise forte.
  
"Come puoi essere così presuntuoso da pensare di poter battere i cinque Pandava in un colpo solo? Tu hai sempre avuto una fiducia sproporzionata nelle tue capacità e di questo te ne farà accorgere il figlio di Indra, Arjuna, che è l'unico veramente invincibile in questo mondo."

  Sebbene si sentisse punto da quelle parole, Karna non rispose.

  E intanto che il carro del grande guerriero guizzava nel mezzo delle file nemiche mietendo migliaia di vittime, nel tentativo di sminuirgli l'entusiasmo, Shalya continuava a criticarlo prendendo spunto dalle minime cose. Pur dolorosamente ferito da quelle parole crudeli, il figlio di Surya continuò la sua folle corsa volta alla ricerca di Arjuna, e nessuno riusciva neanche a farlo rallentare.

  L'unico che lo tenne impegnato per qualche istante fu Bhima, ma poi Karna passò oltre, creando un vero e proprio solco nelle file nemiche.

  Vistosi sorpassare, il Pandava fermò allora Satyasena, uno dei figli di Karna che aveva il compito di proteggere il padre dagli attacchi laterali. In seguito a un aspro duello il giovane cadde, ferito mortalmente.

  Dopo aver superato l'ostacolo rappresentato da Bhima, Karna si imbattè in Yudhisthira e lo sfidò. Il re gareggiò con valore, ma poi anche lui dovette cedere a quella forza incontenibile e, graziato dal nemico, si ritirò dal combattimento per farsi curare le ferite.

  Ad ogni modo la scena non era passata inosservata a Bhima che da lontano aveva visto il fratello maggiore alla mercè di Karna. Una rabbia tremenda gli invase il cuore e, ruggendo in maniera impressionante, si precipitò contro quella che era sempre stata l'anima nera di Duryodhana; l'attacco di Bhima ebbe effetti disastrosi: in pochi secondi il carro e tutte le armi di Karna furono distrutte, e i suoi cavalli abbattuti. Travolto da quella furia disumana, Karna giacque al terreno privo di sensi. Ma nel momento in cui Bhima sollevava la mazza e, gridando come un ossesso, si accingeva a finirlo, Shalya lo fermò.

  "No, Bhima, non farlo. Ricordati che Arjuna ha giurato di ucciderlo. Non rendere vana la promessa di tuo fratello."

  A quelle parole Bhima si fermò e si guardò intorno, cercando qualcuno su cui sfogare la furia repressa; e proprio allora alcuni dei figli di Dritarashtra stavano accorrendo per aiutare il loro generale. Leccandosi i baffi con un'espressione deliziata sul volto, Bhima non perse tempo: sollevò l'enorme mazza sopra la testa e si scagliò nel mucchio. Quando riemerse si era lasciato dietro dieci cadaveri.

  Ma la rabbia di Bhima non era affatto placata. Di nuovo cercò con lo sguardo altre vittime, stringendo l'arma insanguinata fino quasi a spezzarla.

  Nel frattempo, gravemente ferito da Karna, Yudhisthira si era ritirato nella sua tenda per sottoporsi alle cure dei medici. Ma mentre giaceva sul letto non riusciva a darsi pace pensando al terribile nemico e ad Arjuna che presto avrebbe dovuto incontrarlo.

  Arjuna, nello stesso momento, non vedendo il fratello sul campo di battaglia, andava chiedendo dove fosse. Gli dissero che il re si era ritirato nella sua tenda.

  "Krishna, amico mio, desidero andare a trovare Yudhisthira. Sicuramente è stato ferito da Karna e voglio sapere come sta."

  Così, quando vide il fratello maggiore in quello stato, giurò solennemente che il sole non sarebbe tramontato senza aver visto morto il loro più grande nemico. Tornò sul campo di battaglia, fra le devastate file dei suoi soldati.

 

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La tragica fine di Dusshasana

  E in mezzo a un terribile tumulto, in lontananza Arjuna vide Karna.

  "Eccolo lì," disse a Krishna, "l'ultimo dei nostri incubi. Morto lui la vittoria sarà nostra. Dirigi i cavalli in quella direzione."

  Sentendo le grida di Hanuman e il rumore inconfondibile del carro e di Gandiva, Karna si girò e vide il Pandava avvicinarsi. E si preparò alla lotta senza timore alcuno e con tanta fermezza da strappare a Shalya per la prima volta parole di viva ammira-zione.
  Ma Duryodhana non si sentì affatto tranquillo allorchè vide Arjuna nei pressi dell'amico. E chiamò a sè Dusshasana.

  "Fratello, vedo Arjuna infuriato per le ferite che Karna ha inflitto a Yudhisthira. Quando nostro cugino si trova in questo stato diventa pericoloso. Prendi con te i rinforzi e corri ad aiutare il nostro generale."

  Tuttavia l'arrivo di Dusshasana e dei suoi fratelli non fece altro che causare una mischia furibonda nella quale i due antagonisti avevano difficoltà a combattersi; ma non per questo riuscirono ad allontanare Arjuna, piuttosto avvantaggiarono Bhima, maestro nei combattimenti di mischia. Accortosi infatti di quest'altro gruppo dei suoi cugini, guidato stavolta da Dusshasana, la sua furia giunse a vertici ossessivi. Spronati i cavalli al massimo della loro velocità, piombò nel gruppo dei Kurava.

  Si trovò subito a pochi metri da Dusshasana.

  "Cugino, dove corri? Io sono qua, è con me che devi combattere, non con mio fratello, che non ti ha ucciso solo per rispetto verso il mio giuramento. Noi abbiamo un conto aperto, non l'avrai dimenticato, spero. In tutti questi giorni ti ho cercato continuamente, ma tu mi hai sistematicamente evitato. E ora come farai a fuggire? E' arrivato il momento che aspettavo da anni. Quando, come un vile mandriano, trascinasti per i capelli mia moglie Draupadi nella sala delle riunioni e davanti a tutti la scalciasti, chiamandola con appellativi offensivi e poi cercasti di spogliarla, io giurai che l'avresti scontata caramente. Forse tu lo hai dimenticato, ma io no. Ricordi cosa giurai in quel giorno ma-ledetto? che ti avrei ucciso e avrei bevuto il sangue del tuo cuore. Gli kshatriya che non mantengono le loro promesse mai ottengono i pianeti celesti; e oggi stesso io li conquisterò con pieno merito."

  "Non parlare tanto, tu," rispose l'insolente Dusshasana, "il tuo scopo deve ancora essere raggiunto. Forse sarai proprio tu invece a mordere la polvere, abbattuto dalle mie frecce."

  A quel punto la furia e l'immenso desiderio di vendetta che aveva represso per tanti anni esplosero con una violenza inaudita: la forza centuplicata, Bhima fece roteare la sua mazza come un vortice e scagliandosi contro il carro del nemico gli abbattè i cavalli.

  Era una scena terribile: Bhima splendeva e fumava come il fuoco della dissoluzione dell'universo, e le vibrazioni tutt'intorno a lui facevano battere forte il cuore anche ai più coraggiosi. In un batter d'occhio gli fece a pezzi il carro, distruggendolo completamente; travolto, Dusshasana cadde al suolo, stordito. Veloce come un leone che sa di avere oramai conquistato la sua preda, Bhima gli fu sopra. Nessuno ignorava il suo feroce voto, e tutti si fermarono ad osservare la scena col fiato sospeso. Non lontano da lì, anche Duryodhana guardava impotente. E il Pandava, con il nemico serrato tra le possenti mani, lo vide.

  "Guarda, Duryodhana, guarda bene," gli gridò con la sua voce profonda. "Sicuramente non sarai anche tu diventato smemorato. E allora guarda il tuo più caro fratello mentre muore. E cerca di impedirlo, se puoi."

  Detto ciò, alzò Dusshasana in alto, sopra la testa, poi lo scaraventò in terra; e mentre questi era ancora vivo gli strappò senza l'aiuto di nessuna arma il braccio destro dal corpo. La sua furia esplose più che mai.

  "Duryodhana, stai guardando?" ruggì infuriato, gettando in di-rezione dell'esterrefatto Kurava l'arto ancora sanguinante. "Ecco, metà del mio voto è stato assolto, il braccio che ha trascinato Draupadi è stato punito proprio come avevo promesso. Ora farò il resto."

  E con un colpo di spada aprì il petto di Dusshasana ormai agonizzante, gli divelse il cuore e ne bevve il sangue caldo. Alla vista del sangue che gli scendeva dalle guance fino a inzuppargli l'intera armatura, tutti, amici e nemici, provarono un vivo senso di terrore.

  Quando infine s'accorse che la vittima era spirata, Bhima lanciò un vero e proprio ruggito di vittoria.

  "E' già tutto finito? Dusshasana, puoi ringraziare la morte che ti ha protetto portandoti via. Ora come sfogherò la mia rabbia?"

  Poi, con quel cuore ancora sanguinante fra le mani, danzò in estasi, gridando il nome di Draupadi. Era una visione incredibile: mai si era vista tanta ferocia.

  Duryodhana, sconvolto, si appoggiò all'asta della bandiera del carro per non svenire; quello che aveva visto era orribile.

 

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Il duello fra Arjuna e Karna

  Per qualche istante tutti erano rimasti pietrificati da quella scena di inaudita violenza, nessuno si era mosso.

  Poi Vrishasena, colto da un raptus di rabbia, gridando minacciosamente, si lanciò verso Bhima. Ma prima che potesse avvicinarsi troppo, Arjuna lo intercettò e dopo un duello lo uccise, come aveva giurato. Karna aveva visto il figlio morire, ma non era riuscito a fare nulla per lui, tanto repentina era stata la cosa.

  Versando lacrime amare parlò a Shalya.

  "Anche quest'altro figlio, dopo tanti parenti e amici. Dopo quest'ennesima tragedia come posso io desiderare di vivere in un mondo abitato da Arjuna? Amico mio, io lo prometto: oggi stesso uno di noi due dovrà morire."

  I due più grandi arcieri del mondo si ritrovarono di fronte. Dopo uno scambio di parole aspre, quel duello tanto atteso ebbe inizio.

  Fu allora che Asvatthama corse da Duryodhana, e lo trovò ancora in preda alla disperazione più nera per la morte orrenda del suo più caro fratello.

  "Ferma questa guerra," gli intimò il brahmana, "o presto nessuno di noi rimarrà più in vita. Hai constatato anche tu quanta furia c'era in Bhima mentre uccideva Dusshasana, e hai anche visto morire tanti guerrieri considerati invincibili. Se mio padre e Bhishma e tanti altri sono caduti, come puoi sperare tu di batterli? Devi convincerti: i Pandava sono più forti. In questo momento Karna sta affrontando Arjuna e presto anche lui giacerà a terra senza vita. Poni fine a questa guerra, dunque, e risparmia delle vite umane."

  Duryodhana riflettè qualche istante, poi disse:

  "Troppo sangue e troppo livore sono scorsi, e questo fiume non può più essere fermato. Forse se avessi realizzato tale verità qualche giorno fa sarebbe stato possibile, ma oramai non si può più. Loro non ci perdoneranno mai la morte di Abhimanyu, così come io non riuscirò mai a dimenticare la morte di Dusshasana. Oramai quest'inondazione di odio può essere arrestata solo dalla mia morte o da quella loro."

  Intanto Karna e Arjuna continuavano il loro duello.

  A un certo punto cominciarono ad usare armi divine, e purtroppo gli effetti si propagarono indiscriminatamente sui soldati comuni, che non poterono fare altro che fuggire. Bhima si affiancò al fratello.

  "Arjuna, i nostri guerrieri non possono sopportare il peso delle armi divine di Karna. Devi ucciderlo subito. Perchè non lo fai? Se hai qualche ragione dilla, e me ne occuperò io stesso, come avrei potuto già in altre occasioni. Però quel maledetto deve essere fermato subito."

  Fu Krishna ad incoraggiare il Pandava raccontandogli una storia che lo riguardava.

  "Arjuna, tu non lo ricordi, ma nella vita precedente noi due eravamo i saggi Nara e Narayana e vivevamo pacificamente sulle pendici himalayane. Un giorno passò nei pressi del nostro eremo il re Dambodbhava; dopo un pò tra di voi nacque uno screzio che vi portò a combattere un feroce duello e, infine, tu lo uccidesti usando il brahmastra. Il tuo nemico di oggi è quel re reincarnato, e puoi ucciderlo ancora usando la stessa arma. Non tardare, fallo al più presto."

  Per grazia del Signore, Arjuna ricordò chiaramente tutti gli avvenimenti della sua vita precedente e la storia della sua inimicizia con Dambodbhava. Allora raddoppiò i suoi sforzi e pressò duramente Karna, mettendolo in seria difficoltà.

  Intanto Yudhisthira, ancora malfermo per le gravi ferite subite, quando gli dissero che il grande duello era cominciato, non volle sentire ragioni e si alzò. Non resisteva all'ansia di sapere che Arjuna fosse di fronte al quel nemico tanto temuto; voleva vedere di persona l'evolversi della vicenda.

  Intanto nel cielo si erano addensate grandi nuvole che i Deva affollarono per osservare il combattimento; tra di loro c'erano anche Indra e Surya, venuti ad incitare i rispettivi figli.

  La battaglia era grandiosa: l'abilità e la rabbia profusa dai due in quella circostanza non si era mai vista in questo mondo. Era spettacolo fantastico.

 

130
La caduta di Karna

  Scomparso sotto una cascata di frecce infuocate, Karna era riuscito miracolosamente a riemergere facendo esplodere ognuna di quelle migliaia di frecce con altrettante delle sue. Sprigionando vampate di fuoco, le armi si scontravano fra loro provocando suoni tumultuosi, mentre i carri sembravano danzare sul campo di battaglia. E in mezzo a quell'inferno, i due aiutanti di Karna fuggirono terrorizzati, scatenando la furia di Duryodhana.

  Karna non pensava ad altro che alla shakti.

  "Se solo in questo momento l'avessi con me, il più caro sogno della mia vita sarebbe realizzato, oramai. Ma non ce l'ho. Krishna me l'ha tolta, mandandomi contro quel rakshasa."

  Però era in possesso di un'altra arma celestiale che non aveva ancora usato, la nagastra. Realizzò che era giunto il momento di servirsene. Con cura e devozione la estrasse dalla cassa profumata in cui era riposta, la pose sull'arco e mirò al collo di Arjuna.

  "Non mirare al collo," gli disse Shalya, "mira al petto: così hai minore possibilità di sbagliare."

  "Un vero arciere non cambia mai la mira, una volta decisa la traiettoria," rispose con sdegno Karna.

  A quelle parole ammirevoli, lasciò andare la freccia, che guizzò sprigionando scintille verso Arjuna con la velocità del vento. Vedendo liberato il nagastra, tutti pensarono che il Pandava poteva considerarsi già morto. Ma Krishna si era accorto per primo di quel grave pericolo e subito si adoperò per salvare l'amico.

  Vedendo che la traiettoria era abbastanza alta, aumentò il peso del proprio corpo, e il carro sprofondò nella melma per alcuni centimetri: in tal modo il bersaglio era stato spostato: la freccia colpì la corona di diamanti che Arjuna portava sul capo. L'aveva ricevuta da Indra quando era stato a Svarga e per questo era chiamato anche Kiriti. Il nagastra e la corona caddero entrambi a terra.

  Vista fallire anche quell'arma, Karna pensò che oramai era finita. La vittoria sarebbe rimasta un sogno. E mentre il duello continuava, più terribile che mai, una ruota del carro gli si impantanò nella melma e il movimento si fece sempre meno agile e veloce. Shalya era sorpreso. In quell'attimo, come un lampo, nella mente di Karna si riaffacciò un ricordo. Quando il brahmana a cui per errore aveva ucciso la mucca, lo aveva maledetto.

  "Nel momento in cui sul campo di battaglia incontrerai il tuo nemico, le ruote del tuo carro verranno risucchiate dal fango e non riuscirai a districarle."

  Il carro era oramai quasi fermo. Un panico incontrollabile lo colse; cercò di invocare il brahmastra, ma nella sua mente s'era fatto il buio totale. Non riusciva a ricordare i mantra necessari. E altre parole, quelle del suo guru, gli tornarono alla memoria:

  "Poichè tu mi hai ingannato, quando avrai maggiore necessità delle armi che ti ho insegnato ad usare, cadrai nell'oblio più totale, e non riuscirai a servirtene." 

  Accortosi che l'avversario si trovava in chiara difficoltà con il carro che si muoveva lentamente, Arjuna gli si avvicinò e lo attaccò più da vicino, tagliandogli le corde degli archi più velocemente di quanto Karna stesso riuscisse a metterne.

  La furia del figlio segreto di Surya esplose; dopo aver lanciato contro il nemico una fitta pioggia di frecce, saltò giù dal carro e con tutte le sue forze cercò di sollevare le ruote dalla morsa avvinghiante del terreno. Ma inutilmente. La maledizione del brahmana sembrava più forte di qualsiasi energia fisica.

  E Arjuna vide il suo acerrimo nemico in condizioni disperate e si decise ad ucciderlo.

  Fissata una grossa freccia sull'arco, cominciò a recitare con devozione i mantra per chiamare la rudrastra. E questa, sprigionando fiamme, apparve attorno al suo arco. Karna lo aveva udito invocare l'arma divina ed era stato colto dal panico.

  "Arjuna, non vorrai colpire un nemico disarmato e senza carro. Aspetta che io sollevi la ruota e riprenda il mio posto e poi continueremo il nostro duello lealmente."

  Krishna rise fragorosamente.

  "Adesso parli di lealtà, di rettitudine," gli disse a voce alta. "Queste parole a sentirle dalla tua bocca suonano strane. Quante regole del dharma tu e il tuo degno amico Duryodhana avete trasgredito in questi anni? Centinaia. E per ultimo, cosa avete fatto al giovane Abhimanyu appena pochi giorni fa? Ora vieni a pretendere onestà da suo padre solo per poterti salvare la vita? Dovresti vergognarti."

  Radheya, spaventato, prese il suo arco e continuò il combattimento da terra.

  Ma la freccia caricata col mantra di Rudra partì da Gandiva e in un lampo raggiunse il suo collo.

  La testa adornata da lunghi capelli biondi cadde al terreno; l'anima lucente di Karna fu vista dirigersi verso l'alto. E nel momento in cui egli moriva, in cielo il sole non sembrò più lo stesso, era come impallidito: il suo figlio prediletto era caduto.

 

131
Duryodhana e il segreto di Karna

  I soldati Kurava, che avevano subito il trauma di vedere abbattuti ben tre comandanti in diciassette giorni, si erano ritirati disordinatamente.

  Shalya fu tra gli ultimi a tornare all'accampamento, guidando un carro privo del suo guerriero.

  Trovò un Duryodhana disperato, che non riusciva a darsi pace. Oramai questo stato d'animo del sovrano Kurava continuava dal primo giorno di quella guerra dall'esito scontato. Gliel'avevano detto proprio tutti, gli uomini più esperti e intelligenti che si conoscevano: Vyasa, Bhishma, Drona, e quanti altri! Tutti gli avevano detto di fare pace con i figli di Pandu, chè erano più forti e sicuramente lo avrebbero sconfitto. Quelle parole risuonavano ora come una maledizione che aveva pesato sul suo capo per tanti anni. Ma tuttora gli riusciva impossibile accettare la verità di una superiorità oramai indiscutibile, ancora proferiva minacce contro di loro. Nessuno riuscì a consolarlo per la morte del suo più caro amico.

  Era naturale che nell'accampamento dei Pandava si respirasse ben altra atmosfera: ci si congratulava con i vincitori, con Arjuna, con Krishna e anche con Bhima, che aveva reso agevole il compito del fratello minore. Krishna era raggiante.

  "Yudhisthira, ora che Karna è morto, non esiste alcun dubbio: la vittoria è nostra. Giustizia è stata fatta, mancano solo pochi nomi all'appello e presto anche queste persone pagheranno per tanta empietà. Il mondo, come di diritto, è tuo: governalo con rettitudine," disse.

  "O Krishna, amico nostro," rispose Yudhisthira. "Non riesco ancora a credere che il figlio del suta non rappresenti più una minaccia. Nessuno può capire quanto abbia avvelenato le mie notti per tutti questi anni. Ora che è caduto mi sembra quasi impossibile. Andiamo sul campo, voglio vedere il suo corpo, così da sentirmi più sicuro."

  I Pandava tornarono sullo scenario dell'ultimo duello e quando videro il corpo decapitato fecero festa.

  Passarono le ore.

  Duryodhana non riusciva a dormire, non poteva pensare ad altro che a Karna, a quel caro amico morto per colpa sua, e cercava il modo per approdare a un pò di sollievo dalla feroce ansietà che gli divorava il cuore. Infine realizzò che l'unico da cui sarebbe potuto accorrere era Bhishma, che ancora giaceva sul suo letto di frecce, aspettando il momento più propizio per morire.

  Questi ebbe per lui parole di consolazione, ricordandogli che Karna era morto con onore, da perfetto kshatriya. A quel discorso Duryodhana, che ancora ignorava il mistero della sua nascita, si insospettì.

  "Hai detto come uno kshatriya. Allora tu sai. Lui non era il figlio di un suta, ma di uno kshatriya. Ora che è morto, chiariscimi questo mistero."

  Bhishma esitò un poco, poi non vide ragione di tacere.

  "Egli era il primo figlio di Kunti, avuto dall'unione con Surya prima del suo matrimonio con Pandu. Era un Pandava, addirittura il maggiore di loro, l'erede naturale al trono. E lo sapeva."

  Bhishma raccontò nei dettagli la storia della nascita di Karna. Ma quella notizia non risollevò affatto il morale di Duryodhana, al contrario lo demolì ancora di più.

  Tornò alla tenda sconsolato.

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