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Sanscrito: una lingua “terrena”?

Sanscrito: una lingua “terrena”?

di Anna Biason  

Caffè-Letterario.net

Addentrarsi nel mondo dell’origine della lingua sanscrita è una cosa complicata. Il mio approccio iniziale agli studi di questa lingua mistica, è cominciato con svariate lezioni, durante le quali, il mio professore mi faceva analizzare minuziosamente la cronologia del materiale di cui, ad oggi, possiamo avvalerci. Il primo mito che possiamo sfatare con certezza, è quello in cui si attribuisce la nascita di tale lingua, all’opera dei tre grammatici: Panini (pANini), Katyayana (kAtyAyana) e Patanjali (pataJjali); la “leggenda” dice che tutti e tre avrebbero contribuito alla creazione dei sutra, il primo estremamente conciso, il secondo integrando dei versi, infine il terzo, che chiude l’opera di definizione del sanscrito.

In realtà, le tre personalità sopra citate, sono collocabili temporalmente in tempi ben diversi poiché Panini (IV aC) scrive la sua opera grammaticale in un contesto molto difficile, in cui i Brahmana , fino ad allora la classe sacerdotale per eccellenza, stavano attraversando un periodo buio di declino. Patanjali invece, scrive il Mahabhashya (mahAbhASya, tradotto letteralmente: Grande Commento), in un periodo di grande fioritura della classe Brahmanica che testimonia tangibilmente la crescente importanza del sanscrito e l’avvenuta rinascita dei Brahmana quali definitivi dententori e codificatori del sapere. Patnjali descrive inoltre una lingua che ha raggiunto uno status di lingua franca, di cultura, e che prende le distanze dalle lingue parlate naturali, a differenza di Panini che descrive una lingua molto simile allo strato dei Veda.

Katyayana lo vediamo invece spesso critico nei confronti di Panini e la cosa dimostra l’esistenza di un dibattito grammaticale in atto.

Riguardo la presunta unità del sanscrito, che vorrebbe farci credere ad un’unica lingua in uso da duemila anni circa, essa è da un lato smentita dall’esistenza di molti testi, alcuni dei quali antecedenti la notorietà del Patanjali, fra cui spicca il Mahabharata, altri legati a specifici generi letterari, per esempio i Purana) che non rispettano sempre le regole della menzionata triade di grammatici, e d’altro lato, la vastità della produzione letteraria in sanscrito: di fatto ogni genere letterario ha delle sue specificità che spesso creano delle vere distinzioni linguistiche.

Da queste prime analisi si può ottenere che il vedico compenetra e nutre il sanscrito, a tal punto che, non si può e non si deve, tracciare una linea netta di distinzione fra l’uno e l’altro (in questo caso qualcuno li denomina sanscrito vedico e sanscrito classico), d’altro lato si può far coincidere il vedico con il dato linguistico attestato dai Veda e chiamare il sanscrito tutto il resto (cioè quello che non è contenuto nei Veda).

 

Ho cercato di riassumere e semplificare il più possibile la complessità dell’argomento, per introdurne un altro, a mio avviso, ancora più complesso e misterioso... Una delle primissime cose che mi colpì, durante il mio approccio allo studio del sanscrito, era l’enormità della letteratura: una mole di testi assolutamente sconcertante che esplora la scienza, la matematica, miriade di testi poetici e chi più ne ha più ne metta; praticamente ogni singolo argomento che potesse essere considerato “un sapere rilevante”, fu scritto, senza contare una gran parte di manoscritti ancora inesplorati. Questo si fa ancora più interessante al primo semplice approccio con l’alfabeto: per nulla casuale, sistemato seguendo la logica dei cinque punti articolari, e mi accorgo ben presto dell’importanza del suono in questa lingua, quando candidamente, porto al mio professore un mantra vedico, consegnatomi da un insegnante durante un mio percorso in una scuola yoga, scritto semplicemente come lo si può reperire anche nel web; in quanto “studiosa” vengo immediatamente ripresa e mi viene fatto notare, quanto nei Veda, sia di fondamentale importanza che i rituali siano portati al compimento, in modo preciso e minuzioso al dettaglio, poiché anche una sola azione errata, o parola pronunciata scorrettamente significasse comprometterne l’esito, al punto che esistono svariati trattati di ordine fonologico su come vanno esattamente pronunciale le parole. Effettivamente chi studia sanscrito sa bene che è necessario leggerlo dalla trascrizione o in Harvard-Kyoto (la scrittura che ho utilizzato qui composta da lettere maiuscole e minuscole) poiché la mal interpretazione di una lettera può compromettere il significato di un’intera parola.

Questo semplicemente per far comprendere, ciò che differenzia il sanscrito da ogni altra antica lingua di cui siamo a conoscenza, senza però possederne “le istruzioni per l’uso”, come se gli letterati, attraverso i loro manoscritti, intendessero tramandarci ciò che stavano vivendo, mentre il per il sanscrito si fossero spinti “oltre”. Tra le cose, studiarne la grammatica, equivale a prender ancor più coscienza della sua potenza in quanto lingua “perfetta e razionale”, contrariamente a quanto si creda; esiste in essa un intero fenomeno chiamato sandhi che funge da ‘alteratore vocalico e consonantico’ per far in modo che non ci siano suoni casuali nell’incontro tra le parole, le frasi, o addirittura, all’interno della parola stessa, perché ogni suono deve essere armonico e fluido, ogni lettura deve essere quasi una cantilena in cui nulla è lasciato al caso in questa maestosa ricerca della perfezione.

Colpita da tutto ciò, presto il mio interesse iniziò ad andare oltre.

La devanāgarī, le cui lettere possiedono la singolarità di rimanere “appese” sotto il rigo, dona alla scrittura sanscrita una notevole eleganza e letteralmente significa “la scrittura (o linguaggio) della città degli Dèi”. Il mio professore mi disse che, a suo parere, tale significato è da attribuire al fatto che essa fu per un tempo lunghissimo una lingua culturale ad appannaggio dei brAhmaNa che, come già detto, detenevano un potere molto grande. Tuttavia, i Veda sono legati ad una trasmissione orale che gli studiosi definiscono anche pre-sanscrito o sanscrito arcaico, infatti il vedico viene anche chiamato con un termine che significa “ascolto”. Quindi, da dove “arriva” questa conoscenza? Si possono ricostruire in qualche modo le origini di “questa trasmissione orale” che giunge fino ai giorni nostri? Leggendo articoli sull’argomento, mi sono imbattuta in uno in particolare di cui ne riporterò solo una parte, si tratta di una traduzione da un articolo di René Guénon: “[...] C’è, nel Matsya-Avatara, ancora un aspetto che deve attrarre particolarmente la nostra attenzione: dopo il cataclisma, o meglio all’inizio stesso del presente Manvantara, egli porta agli uomini i Veda, che deve intendersi, secondo il significato etimologico della parola (che deriva dalla radice vid-, “sapere”) come la Scienza per eccellenza o la Conoscenza sacra nella sua integrità, secondo il significato etimologico di questa parola (che deriva dalla radice vid, ”sapere”: è dunque la Scienza per eccellenza). C’è qui una delle più nitide allusioni alla Rivelazione primitiva: si dice che i Veda sussistono perpetuamente, essendo in se stessi anteriore a tutti i mondi; ma sono in un certo modo nascosti o rinchiuso durante i cataclismi cosmici che separano i diversi cicli e quindi ad ogni ciclo si devono manifestare nuovamente. L’affermazione della perpetuità dei Veda è, d’altro lato, in relazione diretta con la teoria cosmologica della primordialità del suono fra le qualità sensibili (come qualità propria dell’Etere, Akâça, che è il primo degli elementi); e in fondo questa stessa teoria non è altro che quella della creazione dal Verbo: il suono primordiale è quella Parola divina dalla quale, secondo il primo capitolo della Genesi ebrea, sono state create tutte le cose. Per questo si dice che i Saggi delle prime epoche hanno “sentito” i Veda: la Rivelazione, essendo opera del Verbo, come la creazione stessa, è propriamente una “audizione” per colui che la riceve; il termine che la indica è Shruti, che significa letteralmente “ciò che è sentito”.

Durante il cataclisma che separa questo Manvantara dal precedente, i Veda erano rinchiusi, ripiegati nel guscio (shankha), che è uno dei principali attributi di Vishnu. Quindi il guscio si considera come un qualcosa che contiene il suono primordiale ed eterno (akshara), cioè il monosillabo Om, che è per eccellenza il nome del Verbo, e allo stesso tempo, per i suoi tre elementi (AUM), l’essenza del triplo Veda. D’altra parte, questi tre elementi (matras), disposti graficamente in maniera determinata, formano lo schema stesso del guscio; e, per una concordanza abbastanza singolare, accade che questo schema rappresenti anche quello dell’orecchio umano, organo dell’udito, il quale, se in effetti deve essere adatto alla percezione del suono, deve avere una disposizione conforme alla natura del suono stesso. Tutto ciò tocca visibilmente alcuni dei più profondi misteri della cosmologia. Ma chi, nello stato di spirito che costituisce la mentalità moderna, può ancora comprendere le verità appartenenti a questa scienza tradizionale?”

A voi la ricerca.

Chiudo l’articolo con una piccola traduzione tratta dal famoso dialogo fra Yajnavalkya e la moglie Maitreyi, in bRhadAraNyakopaniSad, II, IV, 12-14:

“E’ come un rocco di sale che gettato in acqua, sciogliendosi, diventerebbe acqua e ci sarebbe ancora, ma non così da poter  essere preso ma dovunque uno attingesse ci sarebbe sale; proprio così è, cara, questo grande essere, infinito nel tempo e nello spazio,  pura massa di conoscenza. Sprigionatosi da questi esseri, proprio in essi si dissolve.”

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