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Fino a che punto è giusto avere (buona) fede?

 

È la continua diatriba tra le diverse scuole di pensiero, tra chi sposa una via chiudendosi nell’esclusivismo e chi invece, dell'obiezione ne fa un urlo. Ma dove si trova linea di confine tra l’equilibrio e la perdita della propria criticità? Un ‘devoto’ deve perdere la propria identità o deve mantenere il centro ponendosi sempre delle domande? E poi ancora, stiamo parlando di evoluzione o involuzione?

Sono tutte domande legittime quando capita di conoscere molte persone legate a diversi credo ma con un comune denominatore... Tanto per non uscire dalle porte di casa nostra, prendiamo come esempio la Chiesa Cattolica e per analizzare i fatti storici, possiamo anche avvalerci delle parole del Prof. Mauro Pesce, eminente biblista e titolare della cattedra di Storia del Cristianesimo a Bologna, così da non esser accusati di formulare teorie astratte.

All’inizio del primo cristianesimo i Vangeli erano molti; come si è arrivati a scegliere i quattro che oggi le Chiese cristiane definiscono canonici? Ecco che, in un’intervista ad Augias, il Prof. Pesce dichiara che Marco, Matteo, Luca e Giovanni, i nomi con i quali identifichiamo i Vangeli canonici, non appartengono a coloro che effettivamente li scrissero, provenendo essi da una tradizione posteriore alla morte di Gesù, e che nessuno dei quattro porta il nome del proprio autore.

Rimane un dato di fatto che, le ragioni per le quali vennero scelti questi, condannando all’oblio tutti gli altri, risultano complesse e incerte nelle motivazioni.

L’anno di nascita di Gesù, in realtà, è anch’esso incerto poiché, a detta del Vangelo di Luca Gesù aveva all’incirca trent’anni durante il quindicesimo anno del regno di Tiberio, ossia l’anno 782 della fondazione di Roma, quando si fece battezzare da Giovanni Battista. Il monaco Dionigi il Piccolo calcolò su tale base che Gesù fosse nato nell’anno 753 dalla fondazione di Roma e qui nasce il sistema di suddivisione in prima e dopo Cristo. In realtà, sempre il Vangelo di Luca, afferma che Gesù nacque durante il censimento ai tempi di Quirino, ma alcune ricerche storiche, hanno appurato che il censimento ebbe luogo sei/otto anni prima di Cristo. Quindi sappiamo certamente fino a che punto fidarci del Vangelo di Luca, scritto per giunta cinquant’anni dopo la morte di Gesù, e sulla base di informazioni terze? Se Gesù è nato negli ultimi anni del regno d’Erode, il quale morì nel 750° anno ad urbe condita, cioè nel 4 a.C., oggi dovremmo essere nel 2017, anziché 2013, se davvero contassimo dalla sua nascita, per non parlare di altri incroci storici ancora più complicati che sposterebbero la data considerevolmente più avanti...

Ritornando ai Vangeli, la contraddizione più evidente è il Vangelo di Giovanni che, ad un’attenta ed approfondita lettura, non solo si evince sia stato scritto da più persone, bensì anche in tempi diversi e certamente non dal discepolo che Gesù tanto amava: Giovanni ne parla numerose volte senza però mai rivelarne il nome, e anche in questo caso è la tradizione a presumere si trattasse di Giovanni, fratello di Giacomo e figlio di Zebedeo. In sostanza, con la frase “noi sappiamo che la sua testimonianza è vera”, l’autore intendeva dire che che ciò che aveva scritto, si fondava più o meno direttamente sulla testimonianza del discepolo che Gesù amava tanto. Ma quanto direttamente? Attraverso quanti gradi di mediazione? Il Prof. Pesce afferma che l’ultimo redattore del Vangelo di Giovanni si basa basa su informazioni a lui pervenute e non sull’esperienza diretta dei fatti e questo è presto spiegato con la mentalità dei ‘giovannisti’, convinti di avere accesso diretto alla verità grazie alla facoltà di possedere lo Spirito Santo, quale garante della loro veridicità.

E poi ancora ombre sul luogo di nascita, sulla lingua e sulla tradizione.

Ma per ‘rafforzare’ questa nuova religione, pone un sigillo di garanzia la Bibbia ebraica, che ha fatto da fondamento dottrinale, con un’operazione ideologica di cui, per duemila anni, non si è mai cessato di discutere: il Cristianesimo trasforma Gesù di Nazareth, un personaggio storico sul quale disponiamo di pochi dati verificabili, in uno dei componenti di una “molteplicità politeistica” che viene a sostituire il misterioso Yahveh. Ecco che la Bibbia, testo storico e base religiosa di un popolo, si trasforma in Antico Testamento con la funzione di donare fondamento profetico agli eventi che segnano la vita di Gesù.

Riguardo alla Bibbia, ecco che fa la comparsa Mauro Biglino, esperto di storia delle religioni, traduttore accreditato di latino, greco ed ebraico, che intraprende un rapporto di collaborazione con la più importante casa editrice cattolica: Le Edizioni San Paoloco che pubblicano 17 libri dell’Antico Testamento da lui tradotti letteralmente. Quando però Biglino ha cominciato a raccontare ciò che coglieva durante il suo lavoro, ecco che viene a perdere l’incarico. Perché? Molto semplice, Biglino afferma che secondo la sua analisi letteraria del codice Masoretico (ossia Il Codice di Leningrado, un manoscritto del testo masoretico della Bibbia in ebraico, realizzato su pergamena), la Bibbia non parla del Dio trascendente spirituale, bensì racconta la storia del rapporto tra un popolo ed un individuo, nella stessa definito con il nome di Yahveh che però mai, nelle scritture della Bibbia, ha le caratteristiche del Dio spirituale che poi ci è stato presentato. Yahveh è un individuo in carne ed ossa, che appartiene alla schiera degli Elohim (termine ebraico plurale tradotto erroneamente come singolare). Biglino continua indicando il passo della Bibbia, dal Deutorenomio, capitolo 2 dal versetto 8 in avanti, in cui si riferisce che il capo degli Elohim, ha diviso il nostro pianeta sulla base del numero del numero degli Elohim stessi, assegnando così delle ‘sfere di influenza’, e ad Yahveh è toccato quel popolo. Praticamente una vera e propria divisione governativa. Il popolo sottomesso a Yahveh non ha mai considerato lo stesso un Dio ma piuttosto un individuo molto potente a cui obbedire. Non si parla quindi di un rapporto d’amore, bensì un rapporto alimentato dalla paura poiché la pena alla disobbedienza era morte certa.

Le affermazioni e gli studi di Biglino si spingono decisamente oltre a quanto ho riportato. Ma lo scopo dell’articolo è altro. Ho preso per esempio la religione, leader per antonomasia, quale è Chiesa cattolica. Una religione le cui fondamenta sono state adattate alla necessità, la cui storia è fondata sulle interpretazioni, una religione che cela la realtà sotto una fitta coltre di fumo e, prenderne atto significherebbe, molto semplicemente, riscrivere la nostra storia.

 

Le domande con cui ho aperto, non sono circoscritte solo a quanto sopra riportato, bensì ad un disegno più ampio.

Molte persone ‘credono’ senza bisogno di riflettere sulla propria fede, magari facilitati dall’immensa consolazione che rappresenta in essa l’abbandono.

Sicuramente è una prerogativa del principio animico, ad un certo punto, la ricerca della via di casa, ma laddove chi ci guida non è in buona fede, di cosa stiamo parlando?

 

Anna Biason, Caffè-Letterario.net

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